Alitalia: un’analisi del tratto “comportamentale” dei protagonisti

- Alfonso Ruffo

Il linguaggio usato da Spinetta e da Air France faceva apparire confuso e infantile quello utilizzato da politici e sindacalisti nostrani coinvolti nel confronto. Noi a ripetere che guai a toccare privilegi e sacche d’inefficienza, loro a mantenere il punto anche a costo di mandare a monte l’affare, com’è poi accaduto

aereo-pista_FA1
Aeroplano in pista

Un tratto della vicenda Alitalia poco considerato e che andrebbe invece rivalutato è quello comportamentale. La storia infinita della compagnia di bandiera sull’orlo della crisi finanziaria, sommersa dai debiti, stanca e inefficiente, imbottita di droga assistenziale, trova il suo esito necessario nelle modalità di confronto dei suoi protagonisti. Di fronte al pericolo imminente del fallimento tecnico, del commissariamento, della svendita o dello smembramento, gli attori di parte italiana hanno interpretato lo stesso vecchio copione che tante volte aveva funzionato e che alla fine è risultato responsabile del disastro del quale ancor oggi non ci si vuole convincere fino in fondo. Il rito delle trattative con la controparte francese, ritiratasi sull’Aventino dopo aver dichiarato cessato il proprio interesse all’acquisizione, fa riscoprire un mondo di relazioni industriali che sembrava sepolto nella storia dei tempi: poco spazio alle chiacchiere, alle promesse politiche, alle alchimie con risultati da verificare.
 

Il capo azienda di Air France, Jean Cyril Spinetta, ha spiattellato a muso duro le sue condizioni, ha detto a chiare lettere che l’offerta era di quelle “prendere o lasciare”, ha concesso poco tempo all’interlocutore per dare una risposta. Ha mostrato il volto severo e per certi versi spietato della concorrenza internazionale. Il linguaggio adoperato dal manager d’Oltralpe e dai suoi collaboratori faceva apparire confuso e infantile quello utilizzato da politici e sindacalisti nostrani in varia forma coinvolti nel confronto. Noi a ripetere che guai a toccare privilegi e sacche d’inefficienza, loro a mantenere il punto anche a costo di mandare a monte l’affare com’è poi accaduto.
 

L’avvertimento è che il mondo ragiona e agisce in maniera assai difforme da come facciamo noi. Non è questione se sia meglio o peggio: il fatto è che linguaggi e comportamenti sono del tutto diversi da quelli ai quali siamo abituati. Poche chiacchiere, molta sostanza. Al fumo delle parole, l’arrosto dei numeri. Globalizzazione vuol dire anche questo, comprendere e applicare le regole di un gioco che dobbiamo accettare che ci piacciano o meno. Questo non vuol dire rinunciare alle proprie opinioni, ai propri interessi; al contrario, significa imparare ad opporre argomenti ad argomenti senza più confidare nello sfinito Stellone che tante volte ci ha tratto d’impiccio.

(Foto: Imagoeconomica)


© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori