Il presidente dei banchi alimentari europei: l’Ue aumenti le risorse o sarà crisi

- int. Jean Delmelle

«Il cibo è un’esigenza primaria, servirebbe che altri paesi come Germania e Gran Bretagna aderissero ai programmi Ue. Per affrontare il problema della povertà serve un approccio che non si limiti a fornire cibo, ma cerchi di dare attenzione a tutta la persona»

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Qual è la Sua opinione sulla recente iniziativa del segretario dell’ONU Ban Ki-Moon di costituire una task force presso le Nazioni Unite per far fronte all’emergenza alimentare?

La situazione è talmente grave che rende ben accetta ogni idea che possa portare ad una riduzione dell’emergenza e possa venire incontro ai bisogni di chi soffre la fame. A mio parere, questa iniziativa non è solo un segnale per richiamare l’attenzione internazionale su questo grave problema, ma anche un invito ad agire, almeno spero. Il rilievo che i mezzi di comunicazione stanno dando a questa emergenza è grande, ma occorre fare qualcosa di concreto, e quindi ogni iniziativa intrapresa dall’ONU o da altri paesi non può che essere ben accetta.

Quali sono secondo Lei le ragioni profonde di questa crisi?

Non sono forse nella posizione per poter rispondere a questa difficile domanda. Noi, come Banchi alimentari, possiamo agire solo sulle conseguenze, che sono spesso drammatiche e che cerchiamo di alleviare. Le cause possono essere molteplici, ma la questione di fondo rimane comunque un problema di domanda e offerta, secondo i più elementari principi economici. Le disponibilità alimentari non sono più sufficienti per far fronte a una domanda sempre più crescente, anche per le crisi produttive che stanno investendo diversi paesi.

Qual è il Suo giudizio sulle politiche che l’Unione Europea sta adottando?

Vorrei partire dalla filosofia che sta alla base dell’attività dei Banchi alimentari, che consiste nell’utilizzare gli sprechi del mercato, industrie, supermercati, ristoranti, recuperandoli per destinarli ai bisognosi. Sotto questo profilo, sono state finora molto importanti le eccedenze agricole dell’Unione Europea che venivano assegnate ai paesi membri del Programma Europeo di aiuto alimentare ai più bisognosi (PEAD). Oggi queste eccedenze si stanno azzerando e questo impone dei cambiamenti, perchè il cibo è una delle esigenze primarie, direi un diritto naturale. L’attuale scarsità di offerta pone anche un problema di prezzo, che deve rimanere sostenibile. Attualmente il budget stanziato nell’Unione Europea per il PEAD è, approssimativamente, di circa 300 milioni di euro, che consente di aiutare molte persone. Se un domani aderissero al programma grandi Stati come la Germania o la Gran Bretagna, che attualmente ne sono fuori, si dovrebbero stanziare molte più risorse, come si è dovuto già fare con l’adesione della Romania e della Bulgaria. Certo, dipende dal livello di povertà nei vari Stati ma, tenendo conto che anche i paesi scandinavi sono fuori dal programma, se tutti aderissero il budget dovrebbe essere fortemente aumentato.

Pensa che un cambiamento nelle politiche agricole a livello europeo potrebbe modificare questo andamento?

Le soluzioni possono essere solo due: o si cerca di avere meno persone povere, aumentando in qualche modo il reddito disponibile, o si incrementa l’offerta di prodotti alimentari. Anche l’Unione Europea può agire solo su questi due versanti, tenendo conto che il primo è più difficile, se non altro perché richiede tempo.

Per il secondo aspetto quindi si parla di iniziative sociali in senso più generale…

Sicuramente gli interventi di carattere sociale tendono a diminuire il livello di povertà, ma non è detto che il problema fondamentale dell’alimentazione divenga prioritario in queste iniziative. L’accento potrebbe essere posto su altri bisogni, come per esempio quello della casa. Così si rischierebbe di veder ridotti gli stanziamenti a favore di quel bene primario, di base, che è il cibo, rispetto al quale anche gli altri bisogni, pur importantissimi, vengono dopo.

Cosa pensa della consultazione promossa dalla UE su internet che si chiuderà il 14 maggio: può essere utile?

Penso sia positivo che l’UE abbia preso questa iniziativa, perché un sondaggio sulle opinioni dei cittadini, sui vari aspetti del problema e sulle priorità può essere molto utile. È anche un modo per coinvolgere l’opinione pubblica. La speranza è che le risposte siano numerose, come sta accadendo nel mio paese, e credo nel vostro, grazie all’impegno di molte organizzazioni. Il rischio è, come in tutti i sondaggi, che se le risposte non sono statisticamente sufficienti, anche i risultati vengano falsati e quindi conducano a scelte non giuste. Comunque, rimane un’iniziativa utile anche perché vi è stato il coinvolgimento delle organizzazioni attive nel settore. Anche la FEBA ha partecipato alla elaborazione del questionario. Quindi ci si sta muovendo nella giusta direzione, anche per l’azione di diversi parlamentari europei come, tra gli altri, Mario Mauro.

Qual è la Sua opinione sui vouchers, cioè sui buoni acquisto di beni alimentari da distribuire a chi ha bisogno?

Il problema dei vouchers è che così ci si limita a consentire alle persone bisognose di comprare del cibo, senza neppure la possibilità di controllare la sua qualità. È quanto succede negli Stati Uniti con i cosiddetti food stamp, dove la gente finisce per comprare cibo non salutare (junk food), con una dieta poco variata e bilanciata, con problemi quindi anche per la salute. Un altro approccio è quello che ho visto in alcuni paesi, particolarmente in Italia, dove non ci si limita a fornire cibo, ma si cerca di dare attenzione a tutta la persona, creando quindi un rapporto più profondo che può essere di grande aiuto per aiutare a uscire da situazioni di povertà. Questo richiede l’impegno di molte persone, che facciano questo per un ideale.

Un’ultima domanda. Vi è qualche differenza tra l’Italia e il resto dell’Europa?

Non sono nella posizione di comparare tutti i paesi. Sono stato in Spagna, in Germania, in Italia. Mi ha colpito in Italia, come già accennato, qualcosa di speciale, cioè la grande partecipazione: per esempio, il grande risalto che riesce ad avere la “Colletta”. E poi sono rimasto colpito dal numero di persone che lavorano per il Banco settimana dopo settimana. A Milano, Napoli e Roma. Il livello è molto alto, e questa è più che un’impressione. Anche il management del Banco Alimentare italiano è di prima classe. Inoltre, vi è un elevato senso di solidarietà, che vi è anche in Belgio, che non si ritrova invece in altri paesi. Forse perché sia da voi che da noi vi sono grandi differenze di ricchezza e benessere tra le varie regioni, e ciò stimola la solidarietà.

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