Emergenza cibo: bene un intervento del G8, ma serve investire in educazione

- int. Simona Beretta

«Provvedere con politiche economiche a che l’autosufficienza alimentare sia un obiettivo raggiungibile per i paesi più poveri, significa mettere in campo risorse non solo finanziarie: servono infatti politiche “micro” che si chiamano complessivamente educazione»

Professoressa Beretta, come è venuta a crearsi questa situazione di crisi alimentare e di alti prezzi delle materie alimentari?

Le ragioni sono sostanzialmente tre. La prima è che la struttura del settore agricolo mondiale è fortemente condizionata da politiche economiche invasive, con due segni opposti: da un lato un forte supporto all’agricoltura nei paesi industrializzati, dall’altro una forte penalizzazione dell’agricoltura nei paesi poveri. Oltretutto, nell’ambito dell’aiuto allo sviluppo, l’aiuto allo sviluppo rurale è la voce che si è più indebolita negli ultimi vent’anni. Il settore agricolo è dunque sussidiato dai ricchi, penalizzato dai poveri e sostanzialmente dimenticato dalla cooperazione internazionale.

Poi, la massiccia adesione ai programmi di sviluppo dei biocarburanti. È successo negli USA, in Canada e nell’UE, tutti e tre grandi produttori agricoli che esportano. Di conseguenza stiamo parlando di una riconversione dalla produzione agricola a scopi alimentari alla produzione agricola destinata ad altri scopi. È una politica economica di matrice ambientale, che ha una forte ricaduta sul settore agricolo.

Infine, se le prime due ragioni riguardano il lato dell’offerta, la terza riguarda quello della domanda. Faccio un esempio: basta che ogni cinese mangi un pollo in più all’anno perchè questo abbia un impatto fortissimo sul mercato cerealicolo, dato che ogni pollo ha un consumo di cereali tale per cui la domanda mondiale di cereali crescerebbe a dismisura. Quindi la domanda si scontra con una struttura produttiva in cui le politiche economiche – soprattutto dei paesi industrializzati – hanno fatto sì che ci fosse un dirottamento dell’offerta verso i biocarburanti. Questo rialzo dei prezzi, oltretutto, si inscrive in una storia trentennale di calo progressivo dei prezzi: una brusca inversione di tendenza che, inevitabilmente, pesa maggiormente sui più poveri.

Organizzazioni come la FAO hanno ancora un senso? Il presidente del Senegal ha chiesto di eliminare la FAO, bollandola come uno “spreco di denaro”. Queste istituzioni hanno una responsabilità immediata in una situazione di emergenza come questa?

Negli anni in cui il problema della fame non c’era (poichè la percezione era che ci fosse cibo per tutti) la FAO ha continuato ad esistere, e quindi è passata nella scena internazionale come il classico ente inutile che sopravvive a se stesso. La struttura delle spese della FAO è identica a quella delle Nazioni Unite: quasi tutto viene speso in missioni e stipendi (generalmente molto alti). Sulla base di questo ragionamento, però, se si uccide la FAO bisognerebbe uccidere anche le Nazioni Unite. Occorre tuttavia chiedersi: il mondo senza di loro sarebbe meglio o peggio? Pur con tutti i suoi difetti, la FAO è un depositario di conoscenze tecniche sul settore agricolo che oggi sono assolutamente indispensabili in una prospettiva globale. Di fatto, i dati sintetici su produzione, prezzi e dinamiche del settore, al di fuori della FAO non li conosce nessuno. Se la critica parte dal solo Senegal, non me ne preoccuperei (tanto più che il segretario generale della FAO è senegalese, per cui all’origine delle critiche potrebbero esserci lotte politiche interne al Paese).

Proprio a questo proposito, l’ultima dichiarazione del presidente senegalese, prendendo spunto dal fatto che l’IFAD (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo) ha promesso 200 milioni di dollari per gli agricoltori poveri dei paesi più colpiti, conclude che “la disparità di costo tra gli interventi della FAO e dell’IFAD mostra la progressiva marginalizzazione della FAO e giustifica la sua soppressione, come pure il trasferimento dei suoi utili all’IFAD, che potrebbe diventare un fondo mondiale di assistenza all’agricoltura con sede obbligatoria in Africa”.

Queste sono grosse questioni istituzionali. Innanzitutto va detto che l’IFAD è un braccio della FAO, per cui sopprimere la seconda in favore di un ente a lei sottoposto è assurdo. Inoltre è un atteggiamento un po’ miope, perchè equivale a dire che il problema si risolve solamente dando il potere a chi si trova sul lato della domanda: ma se non si gestisce politicamente l’offerta, il problema rimane! Occorre disporre di uno strumento politico internazionale sufficientemente credibile che condizioni o contribuisca a determinare le scelte dei “ricchi”.

Cosa dire allora delle “iniezioni di fondi” di cui parla il presidente della Banca Mondiale Zoellick? E della task force messa in campo dall’ONU per contrastare il fenomeno?

Come dicevo prima, gli stanziamenti per lo sviluppo agricolo sono calati brutalmente negli ultimi decenni, mentre il problema dell’autosufficienza alimentare veniva risolto con il trasferimento dei surplus agricoli. Improvvisamente i surplus sono spariti: questo a causa dei biocarburanti. Questo fa sì che adesso il problema non sia più quello di disfarsi delle eccedenze, bensì quello di procurarsi dei cereali sul mercato, contendendoli ad altre possibili destinazioni. Servono dunque soldi. Come è noto, tutte le volte che c’è un problema il minimo che un’agenzia pubblica fa è istituire una commissione che se ne occupi. Questo è quello che sta facendo l’ONU. La proposta di Zoellick, che suggerisce di destinare allo scopo l’1% dei fondi sovrani, è “curiosa”: i fondi sovrani appartengono in gran parte fondi a paesi relativamente nuovi e relativamente poveri, con grossi problemi di sicurezza alimentare al loro interno. È come se Zoellick dicesse a questi paesi: i soldi li dovete mettere voi. Certamente l’ONU può creare tutte le task force che vuole, ma occorre guardare la struttura di potere internazionale per quella che è realmente: se non ci mettono risorse i paesi del G7 e del G8, i soldi non salteranno fuori. È ai più ricchi che si deve chiedere di fare la parte del leone. Oltretutto, provvedere con politiche economiche a che l’autosufficienza alimentare sia un obiettivo raggiungibile per i paesi più poveri, significa mettere in campo risorse non solo finanziarie: servono infatti politiche “micro” molto attente alla specificità dei singoli paesi, che si chiamano complessivamente “educazione”. Se ci limitiamo ai soli aiuti alimentari rischiamo di commettere l’errore che abbiamo già fatto in passato, cioè distruggere interi settori agricoli in cui la produzione autoctona è stata spiazzata dall’aiuto alimentare a basso costo. Con questo non dico che non bisogna dare da mangiare agli affamati; però c’è modo e modo.

L’Europa corre dei rischi per questa crisi? Cosa può o deve fare la UE?

Che l’Europa possa patire la fame è fantascienza. Che però nella UE ci siano milioni di persone che soffrono la fame è un fatto, ed è un fatto a cui si può far fronte. Ho visto la petizione della FEBA riproposta da ilsussidiario.net: mi sembra giusto che anche i paesi ricchi si occupino delle fasce di marginalità al loro interno. Quindi è importante che vengano trovate risposte su misura ai bisogni di singoli, famiglie e gruppi che hanno difficoltà di alimentazione in Europa. Tuttavia, se è vero quello che gli studi sulla povertà dicono, i problemi dei poveri nei paesi ricchi non possono essere risolti con interventi di carattere burocratico. Si tratta di questioni che bisogna andare a risolvere “sul posto” con una risposta al bisogno particolare, perchè accanto al problema del cibo c’è un problema di reinserimento sociale. Per questo mi trovo solo parzialmente d’accordo con il sistema dei food voucher: i food voucher sono soldi, ma non si può sapere se con quei soldi i bisognosi compreranno effettivamente cibo. Inoltre questo sistema rischia di non tenere conto che il bisogno del povero è certamente un bisogno di cibo, ma prima ancora è il bisogno di uno sguardo umano sulla sua situazione complessiva.

Che effetti avrà l’aumento dei prezzi dei beni alimentari nella UE?

I prezzi sono aumentati, ma questo aumento bisogna contestualizzarlo nella quota di spesa che ogni famiglia dedica al singolo genere: ricalibrare anche solo marginalmente la struttura della spesa familiare può consentire di comprare tutti i generi alimentari che servono. Nell’UE, con buona pace di tutti, la gente non arriva alla quarta settimana perchè ha una struttura di spesa in cui la parte fissa del consumo (bollette, utenze, affitti) assorbe la più gran parte delle risorse disponibili. Il problema della povertà non si pone solo per il fatto che è aumentato il prezzo degli alimentari. Certo, è aumentato, ma è anche vero che gli alimentari negli ultimi anni rappresentano una quota decrescente della domanda di consumo. La gente infatti ha la possibilità di accedere anche a consumi diversi dall’alimentazione: se uno ha dei problemi per il prezzo del cibo, vorrà dire che sarà costretto a tagliare qualche altra voce di spesa. Il problema della povertà è anche dovuto al fatto che a certe cose non si riesce a rinunciare, e queste cose sono più socialmente e culturalmente determinate che legate ai bisogni biologici.

È possibile concertare misure a livello internazionale per stabilizzare il prezzo delle derrate di prima necessità?

A questo scopo non può bastare una dichiarazione di intenti. Chi fissa un prezzo diverso da quello di mercato deve essere pronto a pagare la differenza. Sotto questo profilo, l’unico modo per creare un fondo di stabilizzazione è avere delle scorte; e per avere delle scorte occorre comprarle. Questa cosa può essere fatta dai singoli paesi come fondo di sicurezza nazionale; a livello internazionale è più problematico. Un intervento potrebbe assumere la forma di un’operazione coordinata dalle Nazioni Unite, ma solitamente occorrono “secoli” per creare questi grandi fondi, per riempirli di risorse e per utilizzarli. Per questo una mossa decisa del G8, in particolare dei paesi più grandi (Europa e USA), mi sembra potenzialmente più efficace. Sarebbe più difficile che un’azione del genere, invece, partisse per esempio dai paesi del Sud-Est asiatico e dell’Asia in genere, che devono fare i conti con situazioni di notevole povertà al loro interno. Particolarmente emblematico è il caso della Cina, la cui popolazione in condizioni di povertà estrema supera di gran lunga quella dei paesi dell’africa subsahariana. La Cina potrebbe far fronte da sola alle proprie necessità, perchè le sue regioni più ricche potrebbero farsi carico delle necessità di quelle più povere: invece preferisce investire i suoi fondi sovrani in Africa, creando una solida struttura di potere. Diverso è il caso dell’Africa, che non è in grado di rispondere a questi problemi con le risorse interne.

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