Mingardi: Italia “liberalizzata a metà”, bisogna eliminare i veti

- int. Alberto Mingardi

“L’indice delle liberalizzazioni” dell’Istituto Bruno Leoni mette in evidenza come in Italia la strada verso un libero mercato sia ancora lunga. Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto, descrive i punti più critici e avanza alcune proposte per avere servizi più efficienti

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Quali sono le ragioni e gli obiettivi di una ricerca annuale come l’indice delle liberalizzazioni?

Il concetto di “liberalizzazione”, nel dibattito italiano, è troppo vago. Si sono chiamate “liberalizzazioni” interventi di apertura del mercato, ma anche provvedimenti di carattere diverso – di fatto, di interferenza nel funzionamento del mercato (penso alle misure di Bersani sui costi di ricarica dei telefonini, o sugli agenti delle assicurazioni). È per questo motivo che il nostro Istituto ha voluto provare a costruire uno strumento per seguire da vicino il processo di liberalizzazione dell’economia italiana, ponendo due punti fermi. In primo luogo, una definizione chiara di liberalizzazione: intesa come rimozione delle barriere d’ingresso a un mercato. In secondo luogo, un approccio che focalizzasse l’attenzione sull’esperienza di altri Paesi, tuttavia paragonabili all’Italia: economie dell’Unione Europea che hanno saputo “aprirsi” prima e meglio di noi. Il risultato è, credo, una ricerca utile e che ci consente di parlare di “liberalizzazioni” a ragion veduta.

Qual è lo stato delle liberalizzazioni in Italia che emerge dallo studio?

Dallo studio emerge sostanzialmente un’Italia “liberalizzata a metà”. Liberalizzata a metà un po’ perché ci sono alcuni settori più liberalizzati di altri, e un po’ perché rimangono presenti, in tutta l’economia italiana, barriere e vincoli che non ci consentono di parlare veramente di un“libero mercato”. Un quadro non confortante, ma bisogna anche tenere conto di quale era la situazione di partenza: una delle economie più “intermediate” dallo Stato di tutto l’Occidente.

Quali i principali settori in cui si vede un miglioramento/peggioramento e le cause di questi cambiamenti?

Il settore relativamente più libero è quello dell’elettricità, seguito dal trasporto aereo. Si fa sentire, in un caso, una liberalizzazione virtuosa e, nell’altro, invece il “vincolo esterno”: il trasporto aereo è molto liberalizzato in virtù della nostra appartenenza al club europeo (e questa liberalizzazione è una delle ragioni per le quali l’inefficienza di Alitalia la avvertiamo come contribuenti, ma non necessariamente come utenti). Forse il settore più disperante è quello del mercato postale. Disperante perché l’incumbent pubblico non ha nessuna intenzione di aprire spazi alla competizione dei privati – e, nonostante la liberalizzazione europea penda sulla nostra testa come una spada di Damocle, abbiamo deciso di attrezzarci per essa costruendo un “campioncino nazionale”.

Viene segnalato un lieve peggioramento generale, rispetto al 2007. Forse le “lenzuolate” di Bersani non hanno sortito l’effetto sperato?

Nel risultato peggiore conta direttamente un provvedimento che si deve a Bersani (l’abolizione del costo di ricarica per i telefonini: una trovata demagogica, che ha portato la politica ad interferire direttamente con la politica dei prezzi di imprese private), e indirettamente la mancata applicazione delle “lenzuolate” in un ambito pure cruciale: quello delle professioni liberali. Ma soprattutto, a deprimere il risultato di quest’anno è il dissennato intervento del governo Prodi ai danni della libertà del mercato del lavoro. In generale, credo che sia necessario parlare dell’attività “liberalizzatrice” di Bersani con distacco, obiettività, e nei limiti del possibile senza spirito di parte. È stata un’attività importante, nella misura in cui ha imposto le liberalizzazioni al centro del dibattito politico. Tuttavia, provvedimenti come quelli dell’ex ministro dell’Industria avevano più facce. Una parte di essi era genuinamente “pro mercato”, un’altra era invece “consumerista”: si riprometteva di produrre vantaggi immediati per il consumatore (prezzi più bassi), senza incidere sulle condizioni di sistema o addirittura peggiorandole. Il caso degli agenti delle assicurazioni è abbastanza evidente. Bersani in quell’ambito non ha perseguito una “liberalizzazione”, bensì una violazione dei principi della libertà contrattuale. Ci sono cose che Bersani ha fatto e meritano di essere salvate. Penso a quanto ha tentato di porre in atto per le professioni, e all’apertura dei circuiti distributivi dei farmaci da banco. Altri interventi erano politicamente indovinati (Ryan Air e la “pubblicità ingannevole”), ma ininfluenti quando non dannosi sul piano della libertà di mercato.

Cosa suggerirebbe al nuovo Governo per migliorare la situazione?

La liberalizzazione dei servizi pubblici locali sarebbe importantissima, ma ogni legislatura ha chi eserciti un diritto di veto. Prima la Lega, poi la sinistra radicale. Vedremo se il nuovo governo riuscirà a scavalcare sia veti legati a banali questioni di esercizio del potere locale, sia pregiudiziali ideologiche (sull’acqua, per esempio). Il ministro Sacconi ha parlato di “deregulation” del mercato del lavoro. Tema importantissimo, anche perché – come spiega Michele Tiraboschi proprio nell’ Indice delle liberalizzazioni 2008 – nell’ultimo anno abbiamo avuto una pesante “riregulation” del settore, che ha introdotto obblighi odiosi e controproducenti (penso alla demenziale normativa sulle dimissioni volontarie). In generale, credo che il governo abbia davanti soprattutto due sfide. La prima è quella di far lavorare il ministro Calderoli: la semplificazione è la liberalizzazione più importante, nel Paese delle leggi infinite. La seconda è quella di non distruggere il poco di buono che ha fatto l’esecutivo precedente, soltanto perché ledeva gli interessi immediati di gruppi che portano consenso ai partiti del centrodestra.

Quali sono gli esempi virtuosi che il nostro Paese può seguire?

È difficile trovare un esempio unico, anche perché ogni Paese è diverso. E poi perché la nostra storia ci condiziona: è chiaro, per esempio, che sarebbe stato meglio privatizzare Telecom nella maniera in cui è stata privatizzata British Telecom, avremmo condizioni migliori per la concorrenza di tutti. Ma le cose sono andate diversamente, bisogna tenerne conto. Un buon esempio è, su tutti i fronti, quello dell’Inghilterra, il Paese più libero dell’Unione Europea e non a caso un’economia che ha saputo reggere bene l’urto delle trasformazioni a cavallo del secolo.

Ritiene che le liberalizzazioni siano da perseguire in tutti gli ambiti indicati nella vostra ricerca?

Queste porteranno sempre dei vantaggi per chi usufruirà dei servizi? Mercati più aperti generano sempre benefici: un’offerta più plurale, prezzi inferiori, ma anche la liberazione di preziose energie imprenditoriali. Il fatto che un mercato sia “bloccato” significa in primo luogo che non viene data la possibilità, agli imprenditori di oggi e di domani, di dare fondo a tutte le proprie idee ed ambizioni. C’è un potenziale imprenditoriale inespresso, laddove non c’è mercato, che non significa solo o necessariamente prezzi più alti – ma anche meno innovazione.

Crede che si possano cercare forme di liberalizzazione nella sanità e in campo scolastico?

Assolutamente si. Nella scuola, la competizione fra istituti sarebbe il veicolo migliore per avere una qualità del servizio superiore a quella attuale. È più probabile che l’educazione sia migliore se c’è concorrenza fra fornitori. Tuttavia, la concorrenza nella scuola risponde anche al fondamentale diritto delle famiglie di scegliere come educare i propri figli: una libertà senza la quale la stessa espressione “famiglia” è svuotata. Nella sanità, la concorrenza già oggi produce ricerca ed eccellenza: penso alla farmaceutica ed alla diagnostica. Se questi benefici non arrivano sempre al “consumatore finale”, al paziente, è proprio a causa del collo di bottiglia rappresentato dal servizio sanitario nazionale. Una sanità più competitiva permetterebbe a strutture di qualità di emergere più facilmente, salvaguarderebbe la libertà di scelta del paziente, consentirebbe a individui e famiglie di non restare condannati ad una “medicina a taglia unica” davvero anacronistica.

Foto: Imagoeconomica


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