Telecom, il prezzo dei troppi ritardi. Bernabé alla sfida decisiva

- Gianluigi Da Rold

Telecom Italia paga tutti i ritardi dovuti a una “privatizzazione a debito”, a una serie di manovre non del tutto chiare, a un’invadenza statale che è sembrata spesso una seconda “irizzazione”, un indebitamento e un ritardo tecnologico notevole, un’assenza di sinergie con altri grandi protagonisti del mercato che appare oggi anacronistica

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C’è un grande movimento in tutto il mondo nel settore delle telecomunicazioni, ma il colosso italiano, Telecom Italia, sembra immobile e ha rinviato un aggiornamento del piano industriale. In più, nel piano di riorganizzazione interna, deve subire il 4 luglio prossimo uno sciopero deciso dai sindacati, con relativa manifestazione. In ballo ci sono cinquemila esuberi (cioè licenziamenti) entro il 2010. Anche se i sindacati specificano che: “Il piano di esuberi va accompagnato fin da subito a un quadro più chiaro sul rilancio della società”. In sostanza, le confederazioni sindacali si uniscono a un coro generale: “Dialogo solo se si anticipa il piano industriale”. A questo punto saltano fuori, drammaticamente, tutti i ritardi di Telecom Italia. L’ultimo piano industriale, quello anticipato a febbraio, non ha convinto nessuno, tanto è vero che uno dei grandi azionisti di Telecom, Marco Fossati (4,7% del capitale), aveva suggerito l’aggiornamento a luglio del piano e aveva raccomandato sinergie di nuovo tipo.

Ma, scontando colpe del passato, sia il presidente, Gabriele Galateri di Genola, sia l’amministratore delegato, Franco Bernabè, sembrano avere le mani legate e hanno convinto parzialmente il mercato solo nei giorni scorsi, con una linea di riorganizzazione interna all’azienda e appunto un abbattimento dei costi e dell’indebitamento, unito all’annuncio dei cinquemila esuberi nel giro di due anni. Poi il “rimbalzo” borsistico del colosso telefonico italiano è stato riassorbito in pochi giorni e il titolo è sempre in grande sofferenza, a causa certamente della crisi dei mercati internazionali, ma è anche ben lontano dai due euro di un anno fa, su una valutazione che già era ritenuta insufficiente.

L’attuale management sconta proprio delle colpe antiche, che sinteticamente si possono riassumere a grandi linee. Una privatizzazione non ben congegnata; una serie di vicende proprietarie che sono esplose nel settembre del 2006, con le dimissioni di Marco Tronchetti Provera e il ritorno di Guido Rossi alla presidenza. Sembrava l’avvio di una nuova stagione, ma in realtà c’era già il vizio di un cosiddetto “piano artigianale”, fatto da un consigliere economico di Romano Prodi, Angelo Rovati, che faceva intravedere una pesante interferenza dello Stato nel mondo delle telecomunicazioni italiane. Poi c’è stato il travagliatissimo 2007, con l’uscita di Tronchetti e della Pirelli dal capitale di Telecom, la costituzione di una nuova holding, Telco, formata da realtà finanziarie italiane (Generali, Mediobanca, Intesa San Paolo) e da due soci ( Benetton) e soprattutto la spagnola Telefonica, autentico colosso delle telecomunicazioni e, in pratica, “socio d’opera” della nuova Telecom.

Ma l’attesa per l’assestamento di questi nuovi equilibri societari è stato lunghissimo, soprattutto per gli interessi e le partecipazioni che Telefonica ha in Sudamerica, specificamente in Brasile, per cui si sono attesi mesi e mesi per avere un via libera alla costituzione di Telco da parte dell’Authority brasiliana, l’Anatel. Alla fine, Telco e Telecom si sono assestate solo alla fine del novembre scorso, dopo accordi lunghissimi anche tra i nuovi soci finanziari. È evidente che, in un mondo che corre alla velocità della luce e che sposta capitali nel giro di secondi, Telecom è rimasta imbrigliata, con tanti problemi irrisolti.

L’amministratore delegato, Franco Bernabè, si è trovato di fronte tutti i problemi del passato. La questione delle rete, dibattuta continuamente, tra scorporo dalla società e visioni statali, con modelli inglesi che sono arrivati solo, al momento, al cosiddetto “open access”. Il tutto in un clima poco tranquillo: il socio spagnolo, Telefonica, si è subito opposto allo scorporo della rete. Poi c’è stata la sostituzione del management interno, tutto di estrazione pirellian-tronchettiana, che ovviamente si vedeva scalzato da un lungo lavoro. Si aggiungano problemi di diversa natura, compreso quello della famosa “security” legata alle intercettazioni, che di certo non hanno fornito una bella immagine alla società.

Infine, al fondo di tutto, un indebitamento complessivo, che a un certo punto, superava la capitalizzazione sociale. Inutile nascondersi dietro a un dito, Telecom Italia paga tutti i ritardi dovuti a una “privatizzazione a debito”, a una serie di manovre non del tutto chiare, a un’invadenza statale che è sembrata spesso una seconda “irizzazione”, un indebitamento e un ritardo tecnologico notevole, un’assenza di sinergie con altri grandi protagonisti del mercato che appare oggi anacronistica.

Alla fine, cercando di ridurre i costi e di colmare il ritardo tecnologico, Bernabè si trova oggi in una strettoia che lo rende impopolare. Si trova a dover compiere semplicemente dei salti mortali. Basta fare un esempio. Mentre gli altri protagonisti mondiali del mercato stanno entrano in pista per un grande risiko, alla fine del 2007 l’Authority ha multato Telecom per il mancato rispetto nel 2006 dell’obiettivo di contenimento del tasso di malfunzionamento delle linee telefoniche. In conclusione hanno ragione tutti a lamentarsi, compresi i sindacati, ma con il lamento non si risolvono i problemi di una grande società e tanto meno la si rilancia sul mercato globale.

(Foto: Imagoeconomica)



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