Bene la strada dei tagli, ma il più resta ancora da fare

- Ugo Bertone

Forse è sbagliato chiedere tutto in una Finanziaria. O subito, dentro la Finanziaria. Ma è giusto non dimenticare che il più, al di là dei parametri di Maastricht, resta da fare

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È stato il Consiglio dei ministri più rapido della storia. Almeno per quanto riguarda la Finanziaria, il tormentone tradizionale dell’annata parlamentare. Solo nove minuti, assicura Giulio Tremonti, per licenziare un testo già illustrato, nelle linee generali, alle parti sociali. Anche questo, secondo il ministro dell’Economia, sta ad indicare la “discontinuità” con i rituali del passato: al serpentone infinito che paralizzava l’attività delle Camere per mesi, trasformando la legge in una sorta di convoglio ferroviario Omnibus in cui infilare provvedimenti di ogni tipo, dovrebbe oggi sostituirsi un testo semplificato, con una strategia e una filosofia coerente. Da discutere, particolare non da poco, entro l’estate senza l’assillo dell’incubo dell’esercizio provvisorio. E da accompagnare, in autunno, con una discussione ancor più impegnativa, sul federalismo fiscale.

Fin qui, nulla da eccepire. Poco da obiettare, inoltre, sul fronte contabile. Tremonti, in questo caso, ha riutilizzato senza modifiche la cornice degli impegni già presi da Tommaso Padoa Schioppa in sede comunitaria: l’obiettivo resta perciò il pareggio di bilancio entro il 2011. Per raggiungerlo, sarà necessario raccogliere 34,8 miliardi in tre anni. Difficile sperare, di fronte ad una congiuntura economica che volge al brutto stabile, in un extragettito. E sarebbe suicida puntare ad un incremento della pressione fiscale, a fronte di consumi in calo.
Di qui la strada obbligata: privilegiare i tagli (9 miliardi per l’esercizio 2009), limitare i maggiori prelievi ad alcune categorie “ricche”. Le banche, parzialmente graziate per la disponibilità dimostrata sul fronte dei mutui (comunque in pericolosa ascesa, per quanto riguarda i variabili) e per l’alto livello della tassazione attuale. E i petrolieri, soprattutto, “vittime” della Robin Tax che agisce sul fronte delle aliquote sugli utili, riportate al 33 % (il governo Prodi le aveva abbassate al 27%), sulle royalties per il petrolio italiano (che non è una porzione poi così trascurabile vuoi per l’Eni che per Total e Shell) e sulle riserve, ovvero sul greggio già acquistato a prezzi ben inferiori ai 140 dollari al barile sfiorati in questi giorni.

Al di là degli strepiti o sulle battute (invise solo agli interisti) sull’ingaggio a Mourinho, è difficile contestare l’equità del prelievo, soprattutto se, come dichiarato, i fondi raccolti finiranno al sostegno dei ceti più deboli. Così come raccoglie (almeno in superficie) universale consenso la “stretta” sulle stock options, finora comoda scorciatoia per retribuzioni milionarie tassate al 12,5 % come un Bot.
Ma la parte del leone, si sa, la faranno i tagli. L’obiettivo è di raccogliere, per questa via, oltre 9 miliardi. A prima vista sembra un’enormità. O, peggio, l’ennesima partita di giro: tagliare la spesa pubblica al centro per scaricare l’onere in periferia, magari a Regioni e Comuni allettate, come nel recente passato, dal richiamo dei “derivati”, cioè i prestiti concessi da banche, in prevalenza istituti internazionali, a condizioni solo all’apparenza “oneste”, ma dietro cui si nascondono leve finanziarie molto pericolose.

A questo proposito la Finanziaria prevede però lo stop ai derivati per gli enti locali. D’ora in poi l’“ingegneria finanziaria” sarà solo un gioco per professionisti: ovvero un fondo, gestito in accordo con la Cassa Depositi e Prestiti ed alimentato da privati e da istituzioni pubbliche, che fornirà i mezzi per investire nelle infrastrutture. Non è l’unico provvedimento “centralizzatore”: d’ora in poi i fondi Ue saranno gestiti direttamente dal Cipe che ha sede a Palazzo Chigi. In sostanza, proprio alla vigilia del salto verso il federalismo fiscale, lo Stato torna sui suoi passi promuovendo, in alcuni casi, un maggior potere al centro. Non è un male assoluto, purché la tendenza s’abbini alla semplificazione, alle liberalizzazioni e ad una maggior libertà d’azione per le imprese, come invocano, tra l’altro, i “campioni del Made in Italy” che continuano a mietere, contro le previsioni, ottimi risultati sul fronte dell’export. Piace, al proposito, sia la possibilità per i distretti a stipulare mutui che, soprattutto, la semplificazione delle regole per la posa della banda larga, decisiva per un salto di produttività del sistema.

Fin qui, insomma, più elogi che critiche. Almeno sul piano delle intenzioni che, tra l’altro, prevedono un ambizioso piano casa. Senza farsi troppe illusioni sulle non poche “quadrature del cerchio” imposte dalla tabella di marcia. Non sarà facile risparmiare 6 miliardi sul fronte della Sanità. Almeno, non lo sarà per tutti, perché alcune regioni hanno già fatto molto. Altre nulla o quasi. Certo, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali potrà creare occupazione, ridurre sprechi, garantire miglior qualità dei servizi.
La sensazione, però, è che al quadro generale manchi qualcosa. Non si vede una politica strutturale a favore della sussidiarietà o un recupero del ruolo della famiglia . Non si vede, in particolare, una politica in grado di abbinare la crescita dell’occupazione femminile (decisiva per una ripartenza del Pil) a una strategia per la ripresa della natalità. O un impegno per la scuola che non passi da qualche proclama velleitario. Forse non si poteva far di più. Forse è sbagliato chiedere tutto in una Finanziaria. O subito, dentro la Finanziaria. Ma è giusto non dimenticare che il più, al di là dei parametri di Maastricht, resta da fare.

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