Nucleare, per ora “rinasce” solo la Finlandia

- Silvio Bosetti

La stampa ha dato grande risalto al “modello finlandese”. Il punto di forza è nel modello economico dei consorzi proprietari e gestori dell’impianto: enti no profit, con un socio di riferimento al 25% (una grande utility) che convive perfettamente con gli associati industriali e le aziende locali municipalizzate che distribuiscono l’elettricità alla popolazione

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Il dibattito attorno al “rinascimento dell’energia nucleare” è stato sostanzialmente aperto da una copertina dell’Economist della scorsa estate che intitolava proprio con “Atomic Renaissance” il numero del 6 settembre 2007. È ben noto infatti come la realizzazione di impianti di produzione elettronucleare abbia subito nel mondo intero un rallentamento negli anni ’90. Il citato articolo si sviluppava attorno alla forte ripresa dell’industria nucleare negli Stati Uniti, ma il dibattito ben presto si è spostato anche in Europa, dove già sono in fase di realizzazione impianti della nuova “generazione”.

Proprio nel vecchio continente, per la precisione in Finlandia, ha preso il via un’iniziativa politica ed economica che ha ripreso gli investimenti nel settore. Già agli inizi del nuovo millennio quella nazione ha deciso di aumentare la produzione di energia nucleare costruendo nuove centrali. Tutto ha avuto inizio nel 2001: mentre quasi tutti gli altri Stati del mondo non vedono positivamente l’energia atomica, il governo finlandese decide di promuovere il nucleare e in Parlamento la risoluzione per consentire nuove costruzioni in questo settore vince per 107 voti contro 92.
L’accettazione da parte della popolazione di impianti con tecnologia nucleare si è dimostrata elevata: una risposta positiva a questa tecnologia è cresciuta dal 20% del 1983 fino al 50% del 2006, mentre quella negativa è scesa da valori superiori al 40% a valori inferiori al 20%.

Il settore della produzione di energia con fonte nucleare, indipendentemente dai nuovi programmi di cui diremo, registra nel paese scandinavo la presenza di quattro centrali realizzate tra il 1979 ed 1982, con una potenza installata di circa 2700 MW e che forniscono più di un quarto dell’elettricità del paese.
Le centrali sono suddivise equamente tra due imprese: la Teollisuuden Voima Oy (TVO) (le centrali di Olkiluoto) e la Fortum Power Oy (con le centrali di Loviisa).
Nel contesto dei paesi europei, la Finlandia registra un consumo di energia pro-capite annuo (16.600 kWh) molto alto. Infatti, in una nazione con 5,3 milioni di abitanti i consumi hanno superato i 90 TWh (si pensi che in Italia siamo attorno ai 350 TWh con una popolazione 10 volte superiore).
Tutto ciò con una significativa crescita negli ultimi 20 anni, se solo si pensa che nel 1985 il fabbisogno superava di poco i 50 TWh! Questi livelli sono dovuti alla presenza di grandi industrie che hanno bisogno di elettricità in quantità adeguate e a prezzi molto contenuti; in particolare, le aziende “energivore” sono quelle attive nel comparto della maggiore impresa nazionale, la produzione di carta, cellulosa, legname.

Per fare fronte alla crescente richiesta di energia, nell’ottica di ridurre le emissioni di CO2 e accrescere l’autonomia della nazione da fonti energetiche estere, la Finlandia punta oggi con decisione sull’energia nucleare con un modello organizzativo e una politica industriale esemplari. A Olkiluoto, un promontorio della Finlandia occidentale in un paesaggio naturale incantevole, tra il verde delle foreste e il blu del mare, la TVO sta costruendo oggi un terzo nuovo reattore nucleare, dall’enorme potenza di 1.600 megawatt, definito il più grande del mondo. Un altro consorzio (Fennovoima) ha terminato il progetto ed è nella fase di richiesta di autorizzazioni per la realizzazione di un impianto da oltre 1000 MW; la stessa TVO sta effettuando la valutazione per la costruzione di un quarto nuovo reattore.

La stampa ha dato grande risalto al “modello finlandese”. Questi, in sintesi, gli aspetti che fanno guardare con interesse a questo “modello”. Innanzitutto, una posizione politica attenta e aperta al confronto, che mantiene stabile il suo ruolo di supervisione e controllo senza rimettere in continua discussione il benestare agli impianti. Un quadro legislativo e regolatorio stabile è condizione necessaria per decidere di investire in centrali di questo tipo.
In secondo luogo, la tecnologia e le dimensioni dell’impianto, di nuova concezione a tutti gli effetti, sia per gli elevati livelli e i parametri di sicurezza che per le prestazioni. Gli ingegneri rimangono colpiti, più che dal reattore, dalla organizzazione del cantiere e dalle grandezze incredibili di un’unica turbina da 1600 MW, una macchina di precisione assoluta pur con dimensioni gigantesche.
Poi viene un approccio radicale al problema che tiene in sospeso un po’ tutti: quello delle scorie. Esso viene completamente risolto con una caverna di stoccaggio già completata e funzionante per il primo periodo di stoccaggio (70 anni) ed una seconda per lo stoccaggio definitivo, che sarà pronta dal 2020 a oltre 500 metri di profondità.
Infine il modello economico dei consorzi proprietari e gestori dell’impianto: ci troviamo di fronte ad enti no profit, con un socio di riferimento al 25% (una grande utility) che convive perfettamente con gli associati industriali (soprattutto le industrie della carta e del legno) e le aziende locali municipalizzate che distribuiscono l’elettricità alla popolazione. La realizzazione dell’impianto è stata finanziata da banche fino all’80% con tassi di interesse assolutamente adeguati a consentire il successo finanziario dell’operazione.
Molti esperti del settore stanno prendendo spunto da questa esperienza. Noi stessi, dopo averla visitata, guardiamo con favore questo esempio.

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