Debenedetti: Lehman Brothers, il mercato assorbirà la crisi. Le colpe della vigilanza

Per Franco Debenedetti, intervistato dal sussidiario.net nel lunedì nero di Lehman Brothers, il Tesoro Usa ha fatto bene a non intervenire: «è nei momenti di crisi che il mercato fa il suo lavoro. A perdere saranno gli investitori, ma non i contribuenti. È indubbio che la vigilanza Usa non ha funzionato a dovere»

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Ingegner Debenedetti, da un lato Lehman Brothers va verso il baratro, dall’altro il Tesoro americano dice no al salvataggio. Qual è il suo commento?

La brutta notizia è il fallimento di Lehman, la bella notizia è che il Tesoro Usa non è intervenuto. È nei momenti di crisi che il mercato fa il suo lavoro; quando tutto funziona nel migliore dei modi, il mercato non discrimina. È nei momenti di crisi, invece, che il mercato fa la selezione.

Seleziona il più forte?

Non il più forte ma il più adatto. Il fatto che Lehman sia fallita e che il Tesoro non sia intervenuto è una buona notizia, perché segnala, innanzitutto, che il governo Usa considera il mercato come in grado di assorbire per conto proprio questa crisi, e che non vede il pericolo che degeneri in crisi sistemica, cosa che lo aveva portato ad intervenire nel caso di Bear Stearns. Anche allora gli azionisti hanno comunque perso la quasi totalità del proprio valore; ma, per convincere JP Morgan a cooperare, aveva dovuto acquistare degli asset, pagati con i soldi dei contribuenti. Questo non è avvenuto con Lehman: a perdere saranno gli investitori, ma non i contribuenti.

Quel che dice ci obbliga a riconsiderare il modo in cui lo Stato ha salvato Fannie Mae e Freddie Mac?

Ma quella è stata una cosa diversa. Queste erano delle società sui generis, delle “special government entities”, sostanzialmente grandi società pubbliche create all’epoca dell’interventismo di Roosevelt che poi sono incorse nei difetti tipici delle società “anfibie”, di quelle società cioè che “servono due padroni”. Non avevano la supervisione del mercato, tutti pensavano che Fannie e Freddie godessero di una garanzia implicita da parte del Tesoro. Il salvataggio ha reso esplicita una situazione di fatto. Intendiamoci, anche lì gli azionisti hanno perso la totalità del valore delle loro azioni, però il problema era che grandi banche centrali asiatiche avevano comprato obbligazioni di queste agenzie per miliardi di dollari, ritenendo che esse avessero la garanzia del Tesoro degli Usa. Se questa garanzia fosse mancata, probabilmente la cosa avrebbe avuto ripercussioni sullo stesso rating del debito pubblico americano, con conseguenze di natura catastrofica. Certo che il costo che si è accollato il Tesoro è mostruoso, e qualcuno si chiede se fosse proprio necessario.

Gli Usa sono a rischio recessione?

C’è recessione quando per due trimestri successivi il Pil decresce. In America tecnicamente la recessione non c’è. È chiaro che la crescita degli Usa è molto diminuita, però è stata sostenuta dalle esportazioni dovute alla diminuzione del valore di cambio del dollaro, che ha spinto le esportazioni e quindi ha contribuito a mantenere un livello sia pur modesto di crescita.

Il ministro del Tesoro Paulson ha chiesto ad altre banche di dare una mano a Lehman. La notizia invece è che non solo Bank of America ha rinunciato al salvataggio di Lehman, ma punta a Merrill Lynch. Secondo lei il governo è preoccupato di un eventuale effetto domino su altri istituti di credito?

Sicuramente la situazione è molto seria ed essere preoccupati è il minimo che si può fare nelle condizioni che vediamo. Non credo però che alla fine la valutazione del Tesoro sia stata quella di un rischio di effetto domino, perché in tal caso gli interventi ci sarebbero stati e di natura diversa.

Greenspan ha detto che ci saranno altri fallimenti fino a che il mercato immobiliare non troverà una nuova stabilità.

Se uno ha degli immobili e li vuole vendere, se la controparte, cioè chi compera, pensa che i prezzi possano scendere ulteriormente, non li compra e aspetta. Siamo di fronte ad un’aspettativa che si auto-realizza: fin tanto che non è stato smaltito lo stock di abitazioni invendute, e fintanto che gli scambi non riprendono regolarmente, non ci sarà stabilità nei prezzi. Esiste sempre un livello al quale le contrattazioni riprendono: gli immobili sono diminuiti in media del 15%. Non basta, però alcune cose stanno diventando interessanti. È quello che devono aver pensato anche i nostri politici: sia Veltroni che Amato hanno comprato alloggio a New York.

Il fallimento di Lehman ripropone il problema del rapporto tra economia finanziaria e economia reale… è solo accademia?

Poiché le imprese si finanziano ricorrendo alle banche, è chiaro che tutto quello che rende meno propense le banche ad aprire i cordoni della borsa rende più costoso per le industrie poter fare investimenti; dall’altro lato se la gente non ha più soldi compera di meno e i consumi scendono. Questo è il meccanismo attraverso il quale l’economia finanziaria si ripercuote sull’economia reale. Proprio per questo è necessario evitare di ripetere l’errore che ha trasformato la crisi azionaria del 1929 in una depressione mondiale, che è finita solo con la Seconda guerra mondiale: Allora il fattore scatenante fu il protezionismo. Nell’interdipendenza dei mercati che caratterizza il mondo attuale, è più facile che le cose si stabilizzino e riprendano il loro giusto equilibrio. La risposta protezionista sarebbe quanto di peggio ci si possa augurare in questo momento.

Un’ultima domanda. Anche alla luce di quanto è avvenuto, qual è il modello economico-finanziario più adeguato per lo sviluppo del nostro paese?

Le rispondo in negativo: evitare che si formino e si incancreniscano le situazioni tipo Alitalia, che ci sono costate negli anni chi dice tre, chi dice cinque miliardi di euro. Per non avere niente. Non chiudersi nel protezionismo, come le ho già detto, privatizzare quanto si può. Ma soprattutto mettere a posto il sistema formativo, dalle elementari all’Università: se non accresciamo il capitale umano, non c’è futuro per noi.

E per quanto riguarda il rapporto tra banche e imprese?

Le banche sono imprese, i loro azionisti si attendono un aumento del valore delle loro azioni. La loro strategia deve essere mirata a creare valore duraturo per gli azionisti. Le banche hanno la loro specificità di impresa, e per questo sono regolate in modo specifico, sono soggette a sorveglianza, in generale da parte della Banca centrale. È indubbio che in America la vigilanza, frammentata tra diverse autorità non coordinate e a volte in concorrenza tra di loro, ha funzionato male, e che le manovre anticicliche, proprie della Fed a differenza della Bce, hanno favorito il formarsi di bolle. Così come i salvataggi creano azzardi morali. Ma questi sono i problemi dei regolatori, non dei regolati.

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