Quali scenari dopo il crack di Lehman Brothers?

- Rocco Corigliano

Il fallimento della quarta banca d’investimento degli Stati Uniti ha già scatenato un effetto domino su tutte le piazze mondiali. Tanti gli interrogativi sul futuro della finanza globale

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La crisi finanziaria avviatasi coi mutui subprime più di un anno fa, registra una nuova, clamorosa tappa che segna un ulteriore scossone nella fisionomia della struttura finanziaria mondiale: è fallita Lehman Brothers, la quarta banca d’investimento degli Stati Uniti e cambia l’assetto proprietario di Merryl Linch, prima banca d’investimento, acquistata dalla Bank of America, prima banca commerciale (dando così luogo ad un nuovo colosso finanziario); strettamente legata a questi eventi c’è poi la sorte, ancora incerta, di AIG, un gigante assicurativo statunitense. Gli effetti di questa recentissima, inattesa, evoluzione e soprattutto del fallimento di Lehman, (per il quale si possono già delineare alcuni elementi : 85 mliardi di perdite e 613 di debiti totali, destinati largamente a trasformarsi in perdite nette per i creditori!) hanno già cominciato a dispiegarsi: i listini di tutte le piazze finanziarie segnano perdite consistenti (circa 5 punti percentuali nel momento in cui scriviamo, con forti concentrazioni nei settori bancario ed assicurativo), conseguenti alla temuta diffusione delle perdite in capo ai possessori di titoli emessi dalla società fallita: non essendo ovviamente nota la distribuzione di questi titoli nei rispettivi portafogli, le ricadute sono generalizzate.

Su queste perdite legate al possesso dei titoli di Lehman, si innesta l’aspettativa di una sorta di effetto domino, legato sia alla rarefazione della liquidità sul mercato sia alla perdita di fiducia dei risparmiatori: una spirale che può mettere a repentaglio la stabilità delle banche più deboli di quel Paese (si parla di un’ottantina di banche di medie dimensioni), sufficiente a modificare ulteriormente la fisionomia di quel sistema, ma che può esercitare effetti assai perniciosi anche nel resto del mondo, per effetto della particolare “globalizzazione” che caratterizza il settore finanziario. Accanto a questo c’è poi il problema che Lehman era controparte per il classamento di titoli di Stato di numerosi Paesi, fra i quali il nostro: cosa succederà a queste operazioni? Dovranno essere liquidate a breve, con intuibili conseguenze sulle già precarie condizioni delle finanze pubbliche? C’è, infine, un effetto diretto sull’occupazione, con circa 6 mila licenziamenti immediati nella sola Europa , di cui 140 in Italia. Stando così le cose, è naturale chiedersi cosa stiano facendo le autorità di vigilanza. Dopo un fine settimana che ha stravolto l’alta finanza americana, cambiandone la fisionomia, la Federal Reserve e’ stata costretta a entrare nuovamente in azione ed ha annunciato drastici ampliamenti dei programmi per fornire credito straordinario alle grandi banche e cercare di scongiurare nuovi gravi shock sui mercati globali.

Il Sistema Federale, in particolare, accetterà un più ampio ventaglio di titoli a garanzia di prestiti, azioni comprese. Un’ulteriore iniziativa prevede il raddoppio della frequenza di aste create per far pervenire liquidità alle banche, che saranno trasformate da bisettimanali in settimanali. Alla Fed si è inoltre affiancata una cordata di dieci colossi privati della finanza globale (JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America Corp., Barclays PLC, Citigroup Inc., Credit Suisse Group, Deutsche Bank AG, Merrill Lynch & Co., Morgan Stanley e UBS) che ha dato vita a un fondo da 70 miliardi al quale le societa’ in difficolta’ potranno accedere. Per rafforzare l’intento espansivo sulla liquidità è probabile una limatura dei tassi sui fondi federali. Sarà sufficiente?

Nei giorni prossimi ne misureremo la validità, ma intanto dobbiamo rinnovare il forte rammarico per il mancato intervento teso ad evitare il fallimento di Lehman (era forse troppo oneroso, dopo quelli relativi a Bear Stearns, Fannie Mae e Freddi Mac?) e, soprattutto, il biasimo per non essere riusciti, negli USA , a correre ai ripari sul fenomeno subprime: la crisi era evitabile, o quanto meno contenibile, se solo si fossero introdotte per tempo, misure più severe sui coefficienti patrimoniali da estendere anche alle banche più esposte ai rischi di mercato (come quelle d’investimento, appunto). La situazione in UE è fortunatamente diversa e il nostro sistema bancario è più solido: da un lato siamo protetti da un’azione di vigilanza più pervasiva, che ha decisamente puntato sul rafforzamento patrimoniale degli intermediari finanziari; dall’altro siamo forse più refrattari all’introduzione di innovazioni finanziarie, quali quelle dei CDO sintetici, che si sono rivelate essere estremamente pericolose.

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