Crisi economica, il Giappone non è lontano

- Luigi Campiglio

L’esperienza del Giappone dopo lo scoppio della bolla immobiliare degli anni ’90 è molto più vicina a quella attuale dell’Italia di quanto possa sembrare. Occorre subito agganciare la dinamica salariale alla crescita potenziale della produttività. Leggi il commento di Luigi Campiglio, pro-rettore dell’Università Cattolica di Milano

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Il quadro economico è caratterizzato da una prolungata fase di incertezza, iniziata da circa un anno con la crisi dei mutui americani, e ancora non vi sono segni che si sia toccato il fondo. La conseguenza più immediata è la paralisi delle scelte economiche: le imprese sospendono i loro progetti di investimento, in attesa di un quadro di maggiori certezze, le famiglie ritardano gli acquisti dei beni durevoli e gli stessi decisori politici appaiono incerti nel definire le priorità, se l’inflazione o la crescita zero.

L’esperienza del Giappone dopo lo scoppio della bolla immobiliare degli anni ’90 è molto più vicina a quella attuale dell’Italia di quanto possa sembrare: il decennio perduto che ne è seguito in Giappone ha forti analogie, oltre che differenze, con la crisi che ha investito l’Italia all’inizio degli anni ’90 e ancora di più a partire dal 2001.

Fra Italia e Giappone vi è una forte analogia per quanto riguarda l’inverno demografico che ha colpito entrambi i paesi, ma vi è una sostanziale differenza nella risposta che è stata fornita: il Giappone, molto chiuso di fronte all’immigrazione estera, ha aumentato la produttività del lavoro e diminuito il costo del lavoro per unità di prodotto attraverso ingenti investimenti, mentre in Italia la crescita ha avuto un carattere molto più estensivo, con una forte accelerazione dei flussi migratori che hanno più che compensato la popolazione nazionale in declino.

In Giappone la correzione economica seguita alla bolla immobiliare è stata lenta e inadeguata: ma anche per l’Italia non è fuori luogo parlare di bolla immobiliare, anche se il problema è rimasto finora sottotraccia. In questi mesi arriva sul mercato un’offerta immobiliare aggiuntiva iniziata prima della crisi americana, ma con prezzi che rimangono quelli massimi della bolla: tuttavia nel giro di un decennio gli anni di lavoro necessari per acquistare un’abitazione in Italia sono passati da 8 a 12.

Una riduzione dei prezzi delle attività immobiliari in Italia implica almeno tre considerazioni: per chi è proprietario dell’abitazione in cui vive una riduzione generalizzata non implica perdite quando si tratti di una permuta implicita con un’altra abitazione, mentre per chi invece si è indebitato con tassi variabili nella fase crescente della bolla si porrebbe un problema di bilancio familiare, a cui fornire una risposta di politica economica. La perdita riguarderebbe invece chi ha acquistato immobili per investimento, ma in tal caso la riduzione di prezzo dovrebbe avere un significato analogo a quello della riduzione di prezzo di attività finanziarie.

La questione è che gli affitti, normalmente pagati dalle famiglie con reddito più basso, sono ancorati ai prezzi elevati della bolla immobiliare: ma gli affitti elevati rappresentano oggi il più serio ostacolo alla mobilità del lavoro e quindi anche alla produttività, oltre che al tenore di vita.

In Giappone, ancor più che in Italia, il debito pubblico è salito su livello molto elevati, anche se per finanziare progetti pubblici di grande valore economico e sociale: ma l’elevato debito pubblico non ha impedito al Giappone di registrare un elevato tasso di crescita della produttività del lavoro e della produzione manifatturiera.

L’Italia è invece l’unico fra i grandi paesi nel quale il tasso medio annuo della produttività del lavoro è diminuito, a partire dal 2000 in poi. In Italia il cuore economico del paese è rappresentato dalle piccole e medie imprese, per la quali è determinante la domanda interna rispetto alla capacità produttiva potenziale, e quindi il potere di acquisto dei lavoratori dipendenti: in questo senso una politica desiderabile è quella di agganciare la dinamica salariale alla crescita potenziale della produttività, se possibile da subito, fornendo così maggiore stabilità al potere di acquisto. Una stabile domanda interna è altresì la piattaforma più solida per dare slancio anche alla sfida competitiva delle imprese aperte sull’estero. La questione centrale è, per famiglie e imprese, quella di un quadro di fiducia e nuove certezze, per sperare e scommettere sul futuro. Il che è quanto oggi avviene in economie così diverse come la Cina e il Brasile.

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