ALITALIA/ Alcune buone ragioni per fidarsi del “piano Fenice”

- Sergio Luciano

Il direttore di Economy SERGIO LUCIANO spiega che piano di salvataggio della Compagnia di bandiera è, per Alitalia e per l’Italia, la via d’uscita migliore: gli esuberi sono contenuti rispetto a quanto avrebbe fatto Air France, e la deroga alle norme antitrust sono in realtà piccola cosa rispetto a quanto accade nel resto d’Europa

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Chi conosce Francesco Micheli – il finanziere-musicista milanese (in realtà nato a Parma) che per primo introdusse con la Bi-Invest le Opa “ostili” in Italia – sa perfettamente che non ha praticamente mai sbagliato un affare. E sa che, amando il mecenatismo vero, cioè quello dedicato all’arte, non spreca i suoi soldi in un business se non pensa di poterli prima o poi riportare a casa con molti interessi. Per questo, la sua adesione alla cordata Alitalia con una quota di 25 milioni – non grande in sé ma nemmeno simbolica – è stato come un marchio di qualità sulla vocazione “profittevole” del piano di ristrutturazione della compagnia di bandiera.

Una scelta come la sua da un lato, ma anche e soprattutto l’asta che si è aperta tra Air France, Lufthansa e British Airways per aggiudicarsi il 20% del capitale della compagnia per poterne essere partner sono ulteriori conferme della validità del progetto.

Le critiche naturalmente sono state molte. Ma quelle più pericolose, che avrebbero potuto venire dai sindacati, praticamente non ci sono state. Il taglio all’organico di circa e solo 3500 posti è molto meglio di quanto si temesse ed è soprattutto molto meglio di quanto sarebbe accaduto con la vendita ad Air France che avrebbe tagliato 2000 posti nella sola Alitalia Fly, abbandonando a suo destino Az Service e condannandola a mandare in mezzo alla strada 5000 persone. Inoltre, gli esuberi saranno trattati con una serie di interventi assistenziali importantissimi e per ben sette anni avranno il salario garantito.

Questo pare non bastare alla Cgil, che continua a diffidare del piano ma sempre più – si direbbe – per ragioni politiche, cioè per non darla nuovamente vinta a Berlusconi, e sempre meno per ragioni industriali. Cisl e Uil, invece, oltre al potente sindacato dei piloti, sembrano in realtà ben contenti di come sia andando.

I liberisti di professione lamentano, al contrario, che con tanti “ammortizzatori sociali” in campo finirà che i costi della cattiva gestione di Alitalia finiranno per ricadranno sui contribuenti, e questo è certamente vero. Ma dimenticano che in caso di fallimento – ovvero quel che sarebbe accaduto a qualunque altra azienda che non fosse appartenuta, come Alitalia, allo Stato e non fosse stata oggetto di un intervento del governo – comunque per due anni i dipendenti licenziati godono del trattamento “di mobilità” e che nella storia italiana non è mai successo che i dipendenti di una delle tante aziende pubbliche fallite siano finiti in mezzo a una strada.

Un’altra critica di parte liberista attacca la deroga alla legislazione antitrust che verrà fatta per permettere la fusione tra Alitalia e Air One. Questi detrattori dimenticano (cioè, fingono di dimenticare) che, unite, Alitalia e Air One non detengono più del 60% del mercato dei voli nazionali contro il 90% di Air France in Francia, il 75% di Lufthansa in Germania e il 70% di British Airways in Gran Bretagna: queste concentrazioni di quota di mercato nelle mani delle compagnie di bandiera si sono verificate in tutta Europa perché imposte dalla difficoltà del business, che ha registrato negli ultimi vent’anni un’autentica sequela di fallimenti, da parte di piccole compagnie le cui tratte sono state assorbite da quelle grandi.

La verità è che la soluzione Cai (Compagnia aerea italiana) trovata da Corrado Passera e Gaetano Micciché – rispettivamente amministratore delegato e direttore del merchant banking di Intesa Sanpaolo – su mandato del governo Berlusconi suona come una clamorosa sconfessione della scelta della svendita ad Air France che il governo Prodi aveva fatto fin dal suo insediamento, nel maggio del 2006, e che non è riuscito ad attuare per incapacità tecniche e sopravvenuti problemi politici. Quindi contro la soluzione Cai si schiera compatta quasi tutta la sinistra, per pura opposizione sistematica e preconcetta al governo Berlusconi. Ma ciò non toglie che il piano-Fenice sia e resti, per Alitalia e per l’Italia, l’esito migliore possibile.



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