USA/ Perché dubitare del piano economico di Obama

- Carlo Pelanda

Per far ripartire l’America non serve “tutto” il megastimolo, ma basta risolvere due problemi strutturali. Se la politica stimolativa di Obama non li risolverà, altre misure serviranno a poco

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Nel periodo di transizione tra elezione e presa effettiva dei poteri esecutivi (il 20 gennaio) Obama ha fatto intendere che farà tutto il necessario e presto per attutire e invertire la crisi recessiva e finanziaria in America. Infatti si annuncia come una politica economica del “tutto”: aumento della spesa per lavori pubblici, detassazione stimolativa a favore della classe media, aiuti statali ai settori ed industrie in crisi, estensione dell’accesso a basso costo si servizi sanitari, ecc.

In sintesi, non è politica economica mirata, non è di destra o di sinistra, ma il semplice aprire tutti i cordoni della borsa per inondare di liquidità il mercato e così ricostruire l’ottimismo economico, che poi influenza i consumi di massa e gli investimenti delle imprese e, alla fine, la riduzione della disoccupazione.

Confermerà questa iniziativa di emergenza quando sarà alla Casa Bianca? Mi si permetta un’analisi che solo pochissimi analisti fanno. Certamente nelle prime settimane, tre mesi, lo farà per ottenere un effetto psicologico di inversione del pessimismo. Inoltre la “politica di emergenza” gli sarà utile per far passare quello che vuole. Ma se in primavera la situazione peggiorerà, il finanziamento in deficit ora annunciato di 800 miliardi di dollari non basterà. Se migliorerà non saranno necessari tutti questi soldi.

Può avverarsi il primo caso? Può, pur con probabilità minore del secondo. Gli intoppi per la ripresa rapida dell’economia americana sono, in sostanza, due. La caduta dei prezzi immobiliari e la crisi bancaria. La seconda è ancora in atto perché i salvataggi sia statali sia fatti dalla Riserva federale non hanno ancora ottenuto lo scopo di mettere a posto il sistema finanziario.

Le enormi risorse trasferite alle banche, semplificando, non si sono riversate sul mercato, sintomo che sono state trattenute per coprire buchi irrisolti. La bolla immobiliare si sta sgonfiando e ciò deprime nuove costruzioni. Connesso a questo fenomeno c’è quello delle famiglie che non riescono a pagare i mutui anche per difficoltà di ristrutturazione del debito.

Con questo voglio dire che per far ripartire l’America non serve “tutto” il megastimolo, ma basta risolvere questi due problemi (strutturali). Se la politica stimolativa di Obama non li risolverà, altre misure serviranno a poco e il sistema stagnerà per due anni prima di aggiustarsi da solo dopo un periodo catastrofico. Se, invece, i due problemi saranno risolti, allora non sarà necessario tutto il megaprogramma oggi ventilato e il suo costo prospettico (pauroso) in termini di inflazione e indebolimento del dollaro.

Il fatto curioso è che per il problema bancario la politica può fare poco. Per il problema del mercato immobiliare la politica potrebbe fare molto – nuova legge sulla rinegoziazione dei mutui, detassazione selettiva dei mutuatari, retrogaranzia per i rischi di insolvenza, programmi di edilizia popolare, ecc. – ma non sembra lo stia preparando nelle dosi che servirebbero. Tuttavia, la Riserva federale sta facendo moltissimo ed è questa linea di intervento non-politica, poco commentata, che in realtà determinerà i tempi della ripresa del credito e in generale. Probabilmente in 6 mesi ce la farà. Quindi Obama dovrebbe “solo” aggiungere un centinaio di miliardi per aiutare il mercato immobiliare e altrettanti come detassazione. Il resto della stimolazione lo farà il basso costo del denaro.

Con questo voglio dire che il fabbisogno di risorse d’emergenza, con il rischio di destabilizzazione futura che comportano, potrebbe rivelarsi minore del previsto. Ma se banche e immobiliare non si riprenderanno il sistema resterà in crisi per anni, anche buttandovi più soldi. Questo il punto da seguire.

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