ALITALIA/ Io, capitano AZ-CAI, vi racconto come si lavora nella nuova compagnia

- La Redazione

Pubblichiamo la testimonianza di chi quotidianamente e da anni lavora nel vettore nazionale: come ha vissuto le ultime vicende e cosa intravvede nel futuro della nuova compagnia. All’interno il Dossier Alitalia

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Caro Direttore,

 

Inizio con una breve presentazione: ho 50 anni, moglie e 2 figli, volo da quando ne avevo 19; i primi 10 anni trascorsi in A.M. come pilota di caccia (F104 e Tornado) e a 30 anni, quando di lì a poco mi avrebbero messo a pilotare qualche scrivania, mi sono spostato a Roma diventando pilota in Alitalia, dove ho la mansione di comandante da 11 anni.

Premetto che in questi 21 anni di compagnia ho sempre lavorato con passione, orgoglio e volontà, e ho creduto nell’Azienda fino alla fine, e nonostante tutto. Negli ultimi 10 anni in qualità di comandante ho totalizzato 7.000 ore di volo, e per inciso in questi 10 anni ho accumulato 11 giorni di assenza per malattia. Nella mia condizione si trova la gran parte dei piloti e comandanti Alitalia, se non anche meglio di me.

Come potrà facilmente comprendere, sentire e leggere dai media di appartenere ai fannulloni e privilegiati italiani mi crea grande dolore e amarezza, ancora di più se le accuse giungono ai miei familiari, che hanno tentato ripetutamente, purtroppo invano, di difendermi e difendersi. Mi riferisco a mio figlio ancora in età scolare, in classe, quando si parla di Alitalia, e mia moglie con gli amici, conoscenti e parenti, che forti dell’unica verità detta e scritta dai giornalisti tutti, privandoci a volte anche della dignità, si ritenevano autorizzati a manifestare la loro insensibile gratuita inutile divertita pietà.

Come potrà intuire il passato periodo non è stato dei più felici, la ferita è stata ed è ancora molto profonda, fa ancora molto male! Solo chi ci è passato può rendersene conto. Un pensiero cupo e profondo va a chi è rimasto fuori, chi non lavora e non lavorerà più, e ai due silenziosi suicidi di due colleghe assistenti di volo che forse non hanno sopportato l’affondo finale.

Vede, la domanda che ci facciamo continuamente tutti è: «Perche?».

Non so se ci giungerà mai una risposta, quella vera.

Ebbene, dopo questa lunga e prolissa premessa vorrei raccontare il mio punto di vista sull’intera vicenda. Si potrebbe scrivere un libro, e sono convinto che qualcuno tra qualche tempo lo farà, spero solo che si scriva la verità, anche se all’opinione pubblica rimarrà solo quello che farà loro comodo, quello che vogliono sentirsi dire, oramai il finale è già stato scritto e gli attori non si possono cambiare, i feriti rimarranno tali e i defunti pure.

Io attualmente faccio parte dei più fortunati, scelti per continuare a lavorare in Cai, e continuerò a farlo con rinnovato vigore e convinzione come sempre ho fatto ed ora ancora di più. Forse con un pizzico di attenzione in più agli eventi, e con un delicato distinguo. La vita insegna, è una ruota che gira e la storia si ripete, molto spesso anche nel male. Purtroppo!

I problemi della vecchia Alitalia sono noti a tutti, e non solo a noi spettatori privilegiati interni che possiamo confrontare i nostri competitori in casa nostra e propria all’estero. Sono convinto che con un pizzico di volontà e curiosità, solo se si vuole approfondire, si possono scoperchiare pentoloni di gestioni a volte disinvolte, connivenze, decisioni forse volutamente errate e strategie discutibili. Il tutto patrocinato dalla politica centrale e condito da una velata ostilità delle amministrazioni locali, più impegnate a garantire le migliori condizioni ai vettori privati antagonisti italiani e stranieri (specialmente se low cost), che a considerare gli interessi nazionali e quindi di tutti e di nessuno (tanto l’Alitalia pagava sempre e comunque), e assolutamente in contrasto di come avveniva negli altri Paesi Europei, tutti protesi a chiacchiere sull’europeismo e libero mercato comunitario, e nei fatti blindati su un protezionismo nazionale a volte scandaloso, spocchioso e mai imbarazzato.

In questo contesto sapientemente orchestrato, gli amministratori locali hanno guardato indisturbati ai propri affari pubblici e privati, e così si assisteva al contrasto e all’ostilità nei confronti del vettore nazionale a favore dei concorrenti, parte dei quali favoriti da contributi provinciali e comunali (quindi semi-pubblici in quanto non diretti dallo Stato centrale). Poco importava che noi si pagassero servizi scadenti a prezzi esageratamente assurdi, e di infima qualità, e comunque faceva comodo, no?!

E intanto chi lavorava in azienda si faceva il fegato grosso; personalmente ho mandato più relazioni al mio capo settore arrivando anche direttamente all’Amministratore Delegato del tempo, di quante lettere a mia moglie, allora fidanzati, dall’accademia e da scuole di volo militari in quasi 4 anni (allora non c’era il computer o il telefonino, e il telefono a gettoni costava).

Chissà dove saranno finite le montagne di scatoloni di rapporti dei comandanti, scritti solo sullo scalo di Malpensa, e non mi riferisco ai primi anni, ma anche nei periodi più recenti, quando l’agente di rampa Sea (una ragazza che coordinava il caricamento, imbarco passeggeri, rifornimento e catering, mezzi per il traino e messa in moto dei motori) in un momento di stanchezza e sincerità esordiva con queste parole: «Comandante, dopo di voi mi tocca l’Air France. Quelli vogliono tutto, come da contratto, altrimenti scrivono e noi veniamo multati. Pensi che dobbiamo giustificare anche un solo minuto di ritardo, altrimenti ci toccano le penali».

La mia replica: «Mi scusi, e noi allora? Perché non dovremmo avere lo stesso servizio?». E lei ancora: «Ma Comandante, via! Voi siete Alitalia, si sa.. e poi… tanto!». Solo uno di infiniti esempi.

Che grande amarezza. E che grasse risate si sono fatti i nostri antagonisti competitors, che ci hanno fatto sentire ospiti in casa nostra. Ma che bella l’Italia!! E che bel popolo gli italiani, sempre pronti a sputare sui prodotti nazionali e nello stesso tempo felici di ricevere schiaffoni dagli stranieri, anche in casa propria.

Bene, ora basta! Sono convinto ci sia l’opportunità di scollarsi il “fango” di dosso, e con rinvigorita tenacia ci si rimbocchi le maniche tutti per ricominciare. Più si lavora e più la nuova azienda potrà crescere e competere.

Il mio augurio e personale speranza è che questi 24 signori, magari opportunamente consigliati da Air France, che hanno investito diversi quattrini in questa sfida – soli contro tanti nemici tutti agguerriti, compresi gli amministratori di turno ostili e pronti a starnazzare a gran voce per i propri interessi locali del momento – riescano quanto più possibile a rimanere lontani dalla cattiva politica, quella corresponsabile del disastro della vecchia Alitalia e rimangano legati solo al mercato, e che se proprio debbano assecondare la politica, ne sappiano trarre vantaggi, tali e quali a come fanno le altre compagnie nei propri Paesi.

Forse sono ancora l’ultimo italiano: quando avevo 21 anni ho giurato fedeltà al mio Paese, non l’ho scordato e mi piacerebbe vedere un Paese sano, dove i valori valgono ancora qualcosa, dove non si veda il marcio solo dove fa comodo, esaltando solo quello che risulta di comodo al momento, dove non vincano solo i furbi.

E qui mi fermo. Ho solo un ultimo desiderio piccolo piccolo, per tutti noi, per la nuova CAI: non trattateci male, infierire su CAI non serve al Paese e nemmeno ai suoi lavoratori. Magari un piccolo complimento, una sola volta e anche a mezza voce, è molto tempo che non ne sentiamo, ci colpirebbe molto. Siamo lavoratori, noi e le nostre famiglie, tutte persone responsabili, profondamente ferite ma con una dignità, e se proprio vi voleste divertire, fatevi un giro per gli aeroporti dove operano le low cost e incominciate a fare domande sui turni di lavoro e contratti del personale, servizi e penali nonché eventuali “aiutini” di Stato-Regioni-Province-Comuni non possibili per i competitors maggiori. Magari fareste delle scoperte inattese e incredibili accompagnate da reazioni inaspettate.

Cordialità

(M. M., Capitano AZ-CAI)

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