CRISI/ Ma è davvero “sociale” aiutare le grandi imprese in difficoltà?

- Carlo Lottieri

In un momento di crisi in cui si dibatte come aiutare le grandi imprese in difficoltà, il ritorno in forze dello Stato e dei poteri pubblici potrebbe produrre, secondo CARLO LOTTIERI dell’Istituto Bruno Leoni, un ritorno allo statalismo, a danno dell’autonomia delle realtà sociali e dell’imprenditoria più indipendente e creativa

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Nel dibattito sulla crisi economico-finanziaria e sulle risposte da dare per far fronte nel migliore dei modi alle difficoltà presenti sembra che taluni commentatori avvertano i limiti di una risposta interventista, che attribuisca risorse pubbliche alle aziende in difficoltà, ma poi oppongano ai validi argomenti “economici” di taglio liberale contrapposti argomenti “sociali”. Quasi che si fosse di fronte ad una doppia verità, la quale ci obbligherebbe a mediare tra due esigenze discordanti.

Non è così, e l’urgenza di resistere alle pressioni lobbistiche avanzate dalle grandi imprese ha dalla propria parte buone ragioni. La posizione antistastalista, proprio perché è consapevole delle conseguenze economiche, riesce per essere maggiormente responsabile anche dinanzi alle condizioni dei più deboli.

Qualora si decidesse di soccorrere la Fiat o altri grandi conglomerati industriali, in effetti, si avvierebbe un’iniziativa che toglie risorse ad aziende che fanno profitti per attribuirle ad altre, che evidentemente sono in difficoltà. Si penalizzerebbero le attività produttive a scapito di quelle improduttive, e questo avrebbe conseguenze rilevanti anche sull’occupazione: presente e futura.

Già a metà Ottocento un grande studioso francese, il liberale e cattolico Frédéric Bastiat, invitata a considerare al tempo stesso “ciò che si vede” e “ciò che non si vede”. Perché quando lo Stato usa le risorse pubbliche per salvare 50 mila posti di lavoro, quello che vediamo è il lato buono dell’iniziativa: l’azienda che non chiude e le famiglie che continuano a disporre di un reddito. Ma questo è un solo un aspetto della vicenda.

Al fine di destinare denaro al salvataggio di un’azienda che non sa fare fronte alle richieste del mercato, infatti, lo Stato deve trovare risorse, e fatalmente le prenderà andando a colpire – in un modo o nell’altro – quelle attività che ancora producono profitti. E quindi facile prevedere che il salvataggio di 50 mila posti di lavoro finirà per “costare” all’intera società molto di più, dato che la tassazione toglierà risorse ad aziende che ne avrebbero create altrettanti posti e forse perfino il doppio.

Per giunta, si salvano i salari di attività in crisi a scapito di salari distribuiti da attività che stanno in piedi da sole.

Già un secolo e mezzo fa Bastiat sottolineava la dimensione tutta “politica” di questa redistribuzione, poiché è chiaro che nella logica del ceto politico è spesso molto ragionevole andare in soccorso di una sola azienda che sta per lasciare a casa 50 mila operai, invece che prendere in seria considerazione il destino di 100 mila occupati che perderanno il lavoro (o non lo troveranno più) in quella miriade di piccole e piccolissime attività che finiscono per pagare il conto assai salato dell’intervento pubblico.

Nel contesto italiano, ad esempio, da sempre il peso politico della Fiat è assai superiore a quello della fittissima rete di micro-imprese che di volta in volta è chiamata a sostenere gli oneri della rottamazione o di quei finanziamenti pubblici per il Sud (si pensi a Melfi) che altro non sono che aiuti di Stato: soldi sottratti ad alcune aziende e destinati ad altre.

Non c’è nulla di “sociale”, allora, nel salvare il lavoro a 50 mila operai ben identificabili e compatti (i dipendenti Fiat) se questo comporta farlo perdere ad altri 100 mila senza nome, che invece sono dispersi nell’intera Penisola, dalla Sondrio a Siracusa, e sono impegnati in attività tra loro diversissime e prive della minima connessione.

Gli studiosi americani della cosiddetta scuola di Public Choice, la quale esamina la vita politica con gli strumenti dell’economia, negli ultimi decenni hanno molto approfondito le intuizioni di Bastiat, anche sulla scia di alcune pagine di Vilfredo Pareto e dei grandi economisti italiani della scuola di Scienza delle Finanze. Un punto è ormai chiaro a quanti si occupano di tali questioni: le scelte che vanno a premiare immediatamente gli interessi visibili e concentrati tendono a prevalere sulle opzioni alternative, che invece si farebbero carico delle conseguenze a medio e a lungo termine, e che soprattutto terrebbero in considerazione il destino di quanti operano nelle realtà più lontane dalla politica.

Cosa c’è, allora, di veramente sociale in questa redistribuzione di risorse che premia i grossi conglomerati industriali? Ben poco e, anzi, nulla. Senza considerare che tale intromissione nella vita economica da parte dei nuovi pianificatori-elemosinieri finisce per restringere gli spazi di autonomia della società. Quando si accetta che i politici destinino centinaia di milioni di dollari (e perfino miliardi di dollari, negli Usa) a questa o quella impresa, non solo non ci si deve poi stupire se la corruzione si diffonde, ma soprattutto non si può neppure sperare che il corpo sociale sia in grado di preservare la propria autonomia.

Come spiega molto bene un volume uscito in italiano nelle scorse settimane, Tre New Deal di Wolfgang Schivelbusch (edito da Tropea), durante gli anni della presidenza Roosevelt l’espansione della presenza pubblica nell’economia ha finito per configurare una sorta di fascismo “all’americana”: molto corporativo e sindacalizzato, centralizzato, monumentale e patriottico, a vocazione statolatrica.

Oggi, in un contesto del tutto differente, il ritorno in forze dello Stato e dei poteri pubblici potrebbe produrre esiti in parte analoghi, a danno dell’autonomia delle realtà sociali e dell’imprenditoria più indipendente e creativa. Chi può fare qualcosa per evitarlo non si tiri indietro.

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