CRISI/ Forte: il no al lodo Alfano ci regala più debito pubblico

- int. Francesco Forte

Il lodo Alfano, ha detto la Consulta, è incostituzionale. Finisce tutto nell’aula della Corte? Non proprio. La bocciatura del lodo ha colto un po’ tutti di sorpresa, anche coloro che erano pronti ad investire nei nostri titoli di debito pubblico. E che faranno probabilmente marcia indietro

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Foto Imagoeconomica

Il lodo Alfano, ha detto la Consulta, è incostituzionale. Finisce tutto nell’aula della Corte? Non proprio. E nemmeno nelle polemiche tra Berlusconi, i giudici “di sinistra” e Napolitano. Come nota Francesco Forte, economista, la bocciatura del lodo ha colto un po’ tutti di sorpresa, anche coloro che erano pronti ad investire nei nostri titoli di debito pubblico. E che faranno probabilmente marcia indietro, a causa di uno scenario politico ritenuto troppo instabile e incerto. Ora il governo deve agire senza indugio su spesa pubblica, imposte e grandi opere.

Professore, a suo modo di vedere la sentenza della Consulta avrà ripercussioni internazionali? La vicenda ha occupato le prime pagine dei più importanti quotidiani esteri e alcuni hanno addirittura invocato le dimissioni del premier.

La nostra credibilità internazionale è intaccata e questo avrà conseguenze negative sulla quotazione del nostro debito pubblico. Un esito positivo avrebbe aumentato la nostra affidabilità in termini di stabilità politica, ma la Corte ha disatteso le previsioni. Il “buon governo” descritto da Ambrogio Lorenzetti presuppone la concordia e la giustizia, ma sono venute a mancare entrambe: perché se c’è incertezza si genera discordia. D’altra parte la giustizia sta anche nella prevedibilità delle norme.

Torniamo dunque alla sentenza della Corte, che non cessa di alimentare polemiche. Quali sono le sue “responsabilità” nel merito?

Le Corti, compresa quella italiana, di solito scelgono e si attengono al principio della continuità delle loro decisioni. Il diritto costituzionale per sua natura si deve evolvere, perché occorre adattare il contenuto delle costituzioni alla varietà delle situazioni del mondo reale. Ma nell’evoluzione il principio di continuità – che nel nostro caso è venuto a mancare – è fondamentale, perché la Costituzione è l’ossatura del diritto e della politica, entro cui vive la polis.

Lei stesso ha scritto che il nostro spread sul Bund si è ridotto a 0,8 per cento dall’1,4 che era all’inizio dell’anno. Dobbiamo attenderci un nuovo ampliamento del divario?

L’incertezza del diritto costituzionale e il fatto che in Italia un magistrato qualsiasi può processare il presidente del Consiglio certamente non fa bene al rating del nostro debito. In economia l’instabilità si paga. Ora aspettiamo di vedere quello che accadrà nei processi a carico del capo del governo per valutarne le conseguenze in termini economici. In ogni caso lo spettacolo ormai consueto della giustizia giustizialista non può non far aumentare il rischio-Italia per l’investimento industriale e per quello finanziario.

Il governo cosa può fare per contrastare l’incertezza crescente e recuperare credibilità finanziaria?

Dovrà essere più severo nella spesa pubblica e nelle imposte e più attento per quanto riguarda il deficit. Poi le riforme. Per prima cosa semplificare le procedure riguardanti le opere pubbliche, perché è un’immagine mondiale di efficienza. Pensi cosa può voler dire iniziare in grande stile un’opera come il ponte sullo Stretto e poi, poco dopo, rallentare i lavori, mostrarsi incerti.

Marcegaglia ha invitato Berlusconi a concentrarsi sui problemi, in primis il taglio delle tasse sulle imprese e sui lavoratori. L’Irap e realmente eliminabile?

Il problema è che l’Irap è delle regioni e le regioni non vi possono rinunciare, se non parzialmente. Ciò che si può fare intanto è detrarre completamente l’Irap dall’imposta sul reddito delle imprese, perché se abbiamo un’imposta del 3,9 per cento e la detraiamo interamente dall’imponibile, compresa la parte che riguarda gli interessi, riduciamo automaticamente il carico dell’Irap circa di un terzo. Poi un’ulteriore riduzione di un punto di Irap generale dovrebbe essere fatta sui costi di lavoro, portando la riduzione complessiva oltre il punto e mezzo. Questo punto e mezzo ulteriore di Irap si potrebbe eliminare dando alle regioni il gettito che attualmente hanno le province. Questo comporta che l’ente provincia attuale sia abolito per un dipartimento amministrativo dello stato ripensato in modo diverso.

C’è qualcuno che all’estero lavora contro la nostra affidabilità economica?

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Gli operatori economici delle grandi banche o dei nuovi organismi d’investimento finanziario hanno il naturale interesse a parlar male del nostro debito pubblico. È sempre stato così ed è sempre accaduto in qualsiasi banca italiana. Lo scopo è chiaro: far vedere che il rischio del debito italiano è maggiore, in modo da favorire il proprio debito, britannico o americano che sia. Da un lato c’è l’interesse degli operatori in titoli, dall’altro c’è quello degli operatori in valuta contro l’euro. Prepariamoci a che questo avvenga anche a livello di governi.

 

Si riferisce all’Europa?

 

Ma certo. Avverrà quando si discuterà delle cariche europee. La Gran Bretagna candida Tony Blair alla presidenza dell’Ue. Ora, con tutta la simpatia e la stima che si può avere per Blair, grande statista liberale e cattolico, sarebbe il candidato del paese meno adatto per quella carica, perché la Gran Bretagna non fa parte dell’euro. Se passa l’ipotesi Blair, Francia e Germania chiederanno altro in cambio e diranno: voi avete il ladrone Berlusconi, che volete? La logica è la stessa: far passare l’Italia per la pecora nera.

 

Ma gli ultimi dati Istat e Ocse su produzione industriale e ripresa premiano il nostro paese.

 

Sì. La mia osservazione è che non vedo nessuno di coloro che più avversano Berlusconi dire che i dati Istat e Ocse – insieme alla tenuta sostanziale dell’occupazione, con un tasso di disoccupazione al 7,5 per cento mentre gli altri paesi Ue sono due punti sopra – sanciscono il buon lavoro del governo. La verità è che stiamo uscendo dalla crisi prima degli altri e soprattutto avendo speso meno. Ma c’è in giro una cronica ostinazione a leggere i dati in negativo.

 

Anche lei dunque ammette che c’è qualcuno a cui piace vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto. Perché?

 

Per non far nomi, Confindustria. E lo fa per due ragioni: primo, perché ha in seno una robusta ala antigovernativa; e secondo, perché agli industriali italiani più grandi fa sempre comodo piangere miseria per avere aiuti dallo stato. Senza contare il flirt, che sempre ritorna, con la Cgil.

 

La concertazione non è mai morta?

 

Un sindacato libero darebbe fastidio, invece il sindacato organizzato crea una specie di ordine corporativo che alla bisogna ha i suoi vantaggi. È il classico modello della Mitbestimmung, cioè della concertazione: mi metto d’accordo e limito lo scontro. Gli imprenditori piccoli e medi hanno voluto la contrattazione decentrata, ma le imprese più grandi, che hanno in mano il bastone, hanno questo problema: se Confindustria perde potere come organo, anche le grandi imprese perdono il potere – che hanno solo in Italia – di dirigere il mondo industriale. In Italia non hanno capito che devono fare industria e lasciar fare la politica agli altri.

 

Pensa a qualcuno in particolare?

 

A Fiat per esempio. Ma pensiamo anche alla tradizione di Cuccia in Mediobanca: nessuno poteva e doveva dimenticare la sua provenienza azionista e, di conseguenza, la “gemmazione” diretta di Mediobanca dall’esperienza del Cln. La grande impresa non ama la contrattazione decentrata e ha bisogno dell’organo politico. I benefici ci sono tutti: o hanno sovvenzioni, o esoneri fiscali, o altri benefici che non sta a me ricordare. Pensiamo alle privatizzazioni, e alle reti che hanno portato in dote. Quando vidi Benetton entrare in Parlamento pensai che avesse un amore per la politica, invece se ne uscì con in tasca la società Autostrade.

 

 

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