CRISI/ Bertone: attenti, non è tutto oro il Pil che luccica

- Ugo Bertone

Gli ultimi dati di Bankitalia segnalano l’arrivo di una ripresa anche in Italia. Ma senza cambiamenti strutturali nella politica economica e nella strategia delle imprese, cui servono più capitali, non si potrà crescere quanto servirebbe per aumentare redditi e occupazione

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Foto: Imagoeconomica

Aiuto, arriva la ripresa. A confermarlo, dopo i segnali in arrivo dall’Isae, l’Istituto di studi e analisi economica, è lo stesso Bollettino della Banca d’Italia: «La recessione mondiale – si legge – si è arrestata e si sta ora profilando una ripresa, in larga parte grazie al sostegno delle politiche economiche espansive adottate nei principali Paesi».

 

Certo, rimane molto elevata l’incertezza sulla solidità della ripresa: «Vi è il rischio che con il venir meno degli stimoli fiscali e monetari, e una volta esaurito il ciclo di ricostituzione delle scorte, la domanda privata possa tornare a ristagnare». Ma per ora i numeri del Bel Paese migliorano: sulla base degli indicatori congiunturali, si legge nel documento, nel terzo trimestre il Pil dovrebbe segnare un recupero di un punto percentuale rispetto al periodo precedente. Un risultato a cui ha contribuito soprattutto il netto miglioramento della produzione industriale nella media del periodo, il primo dopo la pesante contrazione subita tra il secondo trimestre del 2008 e lo stesso trimestre del 2009 (-22,1%). 

La caduta del Pil nel 2009, secondo le stime dell’Isae, si attesterà perciò al -4,7% con un miglioramento di sei decimi di punto rispetto al -5,3% delle precedenti previsioni. La crescita arriverà nel 2010 e sarà più decisa del +0,2% previsto in precedenza: la nuova stima indica un Pil in avanzamento dello 0,6% rispetto all’anno precedente. Tutto per merito della ripresa internazionale partita da Oriente, al traino della locomotiva cinese ma che presto potrebbe trovare nuovo ossigeno anche da Ovest visto che nel terzo trimestre il Pil Usa dovrebbe aver registrato una crescita nell’ordine del 3%.

Insomma, la ripresa, fragile e incerta ma reale, è in arrivo. E questo rischia di provocare grossi guai. Il motivo? L’economia italiana ha viaggiato, in questi mesi, a basso regime, come una vecchia utilitaria un po’ scassatella: la crisi finanziaria e il relativo allungamento dei tempi di pagamento ha coinciso con il crollo della produzione e, di riflesso, con una minor domanda di credito.

Si spiega così la situazione un po’ paradossale, in cui tutti i contendenti hanno ragione: le banche a dire di non essere responsabili del credit crunch (“è calata la domanda di credito…” ripetono in coro i banchieri) e le imprese clienti, che contestano i criteri automatici (vedi Basilea 2) di valutazione che spesso hanno fatto scattare, senza alcuna sensibilità per una situazione anormale dei mercati, domande di rientro troppo severe. Ma, al di là delle polemiche, la vecchia auto ha tenuto.

Adesso, però, si accelera: tornano le commesse tanto sospirate e attese. E si torna a lavorare purché le banche riaprano i rubinetti. Ma, ahimè, al di là della retorica difficile, le nostre banche di capitale da destinare agli impieghi ne hanno poco. Al contrario, la paura di sbagliare cliente è ancora alta..

Come ovviare a questo handicap strutturale? Una prima risposta passa dalla questione fiscale: occorre dare slancio ai consumi, alleviando la pressione sulla busta paga e/o incidere sull’Irap, tassa assurda che tra l’altro colpisce più le imprese che, con forti sacrifici, hanno difeso l’occupazione piuttosto che i tagliatori di teste. Una mossa di questo tipo, suggerita da Francesco Giavazzi, potrebbe esser finanziata, almeno in parte, con i fondi, in tutto 12 miliardi, già previsti per i Tremonti bond che le banche non hanno ritirato.

 

Ma è dubbio che Giulio Tremonti, in preda a tentazioni stataliste (o colbertiane), accolga il consiglio del vecchio “nemico”: non solo il debito pubblico non consente distrazioni di sorta, ma le poche munizioni a disposizione vanno sparate con giudizio e metodo. Sì alla banca del Sud, dunque, affidando allo scudo fiscale l’onere di coprire alcune esigenze primarie della pubblica amministrazione (e la tutela degli ammortizzatori sociali) e di garantire alle imprese un flusso di capitali freschi, come ammette a denti stretti la stessa Banca d’Italia.

 

Anche se, sibila velenoso il direttore generale Fabrizio Saccomanni, lo scudo potrà avere “effetti negativi sugli incentivi dei contribuenti a pagare le imposte in futuro”.“Il guaio – nota al proposito Mario Deaglio nel suo rapporto sul capitalismo è presentato ieri – è che il calabrone è molto ammaccato e si porta dietro un certo numero di disoccupati in più” “Per cambiare la quota di volo del calabrone – continua Deaglio – non basta aspettare la fine della crisi. I consumi brasiliani e cinesi basteranno per riempire a metà il bicchiere ma non saranno sufficienti a riportare il tasso di crescita tendenziale del Pil strutturalmente oltre il 2%”, il livello minimo per assicurare una ripresa del reddito reale e dell’occupazione.

 

Per andare oltre, tanto per riprendere la metafora iniziale, non è sufficiente aggiungere un po’ di benzina nel serbatoio (vedi un taglio delle tasse piuttosto che iniezioni una tantum di denaro a minor costo) che pure serve, bensì occorre una revisione accurata del motore, cioè della capacità delle imprese di generare margini, cosa che richiede capitali, innovazione e infrastrutture più efficienti.

 

Guai perciò a perder l’occasione della ripresina (e dello scudo) per avviare un ciclo virtuoso nell’accumulazione dei capitali attraverso una politica di attrazione del risparmio finanziario verso strategie di investimento efficaci sul fronte della crescita. Guai, dopo i tanti anatemi dell’anno passato, a non valorizzare la finanza come arma per la crescita: solo una ventina di aziende, grandi o medie, possono consentirsi un rating di un’agenzia internazionale, premessa indispensabile per emettere corporate bond o altri prodotti che abbassino il costo della raccolta.

 

Possibile che non si possa mettere in cantiere un’agenzia italiana strutturata sulle esigenze delle Pmi? Sarebbe sufficiente assai meno dei 12 miliardi dei Tremonti bond. E si eviterebbe la corsa delle famiglie formica all’italiana verso i titoli a reddito fisso di Gm o dell’Islanda. È l’ora di riprendere il cammino, perché nel lungo termine non basta agire sulla domanda per generare una ripresa stabile, bensì sull’accumulazione di capitale e sulla produttività che è il frutto di investimenti mirati.

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