SCENARIO/ “Il capitalismo non conosce morale”? C’è chi dalla crisi non ha imparato nulla

- Sergio De Angeli

SERGIO DE ANGELI traccia una panoramica dei possibili scenari economici del prossimo futuro. Un raffronto tra le tendenze sociali di oggi e le potenziali conseguenze per il domani. E pensare che c’è chi, anche dopo la crisi, sostiene che “il capitalismo non conosce morale”

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Anche se siamo tuttora nel mezzo di una grave crisi economica di cui è difficile pronosticare il momento e le modalità di uscita, non sembra inopportuno prendere in considerazione alcuni possibili, futuri cambiamenti sociali ed economici, che dovrebbero contrassegnare la ripresa dell’economia globale negli anni a venire.

Se ne è fatto un richiamo sul “Bulletin” n.3 del 2009 del Credito Svizzero, che riporta le previsioni del Prof. Kjell Nordström della Stockholm School of Economics, previsioni da valutare anche sotto il profilo finanziario – bancario, perché potenzialmente in grado di incidere sul modus operandi degli intermediari e del mercato finanziario.

Premesso che il limite di questi scenari futuri è il rischio di attribuirne un significato di valenza generale, mentre non si può prescindere dal grado di innovazione e di sviluppo di ciascun paese (o area geografica) nel quale si concretizzeranno, incominceremo, senza seguire un ordine di importanza, col fare riferimento alla possibile trasformazione sociale che si lega al forte incremento delle economie domestiche unipersonali.

Anche, ma non soltanto, a causa della crescita delle separazioni fra coniugi indotte dalla dolorosa crisi della famiglia tradizionale, già oggi si assiste all’aumento del numero dei single, uomini e donne, che scelgono di vivere da soli, per l’appunto costituendo famiglie monocellulari.

Se, come si ipotizza, questo fenomeno assumerà dimensioni rilevanti, non c’è dubbio che si avranno ripercussioni in diversi campi.

Ne risentiranno, ad esempio, il mercato immobiliare che dovrà fornire sempre più alloggi di contenuta ampiezza e il mercato finanziario e assicurativo che dovrà implementare prodotti e servizi adatti a risolvere problemi in gran parte differenti da quelli di una famiglia pluripersonale, tenendo conto altresì della crescita delle aspettative di vita che, allo stato, sono maggiori per le donne.

È inoltre probabile che di questa trasformazione si abbia un riflesso anche sulla domanda di infrastrutture e perfino sulle dimensioni degli imballaggi.

Se sarà così, le aziende di produzione ed i fornitori di servizi saranno obbligati ad adeguare i propri modelli operativi e ad adottare politiche di marketing più attente al lifecycle dell’individuo e, in campo finanziario, al suo wealth lifecycle, come del resto già avviene per la gestione dei patrimoni personali.

 

Un’altra trasformazione sociale ipotizzata riguarda il crescente peso delle donne nelle posizioni di prestigio dei diversi settori produttivi.   Questo cambiamento è già in atto anche se le differenze di genere non sono ancora molto marcate.

Si prevede che, se il fenomeno proseguirà in modo più intenso, la crescita della femminizzazione dei ruoli più importanti del mondo della produzione industriale e dei servizi potrebbe provocare un effetto di non poco conto connesso alla minore propensione al rischio delle donne rispetto agli uomini.    Cosa in pratica ciò comporterà è difficile da anticipare.

In certi settori, come in quello finanziario, potrebbe essere una conseguenza auspicabile, in altri è tutto da verificare perché una maggiore propensione al rischio è necessaria per competere con successo.

È però sintomatico ricordare che, già oggi, nel Regno Unito, fra i titolari di grandi patrimoni, le donne sono più numerose degli uomini, sicchè i private banker stanno cercando di capire le esigenze femminili per poter erogare servizi mirati, proprio tenendo conto della diversa attenzione al rischio che connota le decisioni e le scelte strategiche delle donne.

C’è poi un altro cambiamento socio economico che si prevede connettersi con la rapida urbanizzazione delle popolazioni.    Si stima che, nel 2040, il 90% del genere umano vivrà in città (dal 52% di oggi).

Se queste previsioni si avvereranno è probabile che le imprese di produzione e quelle di servizi dovranno tenerne in debita considerazione, se non altro perché le aree al di fuori dei centri urbani verrebbero a costituire degli spazi marginali nei quali la domanda di beni di consumo e durevoli risulterà più contenuta.

È però quest’ultima l’ipotesi previsiva per la quale è fuorviante qualsiasi generalizzazione, dal momento che, nel mondo, ci sono e ci saranno sempre realtà nelle quali non spariranno facilmente tradizioni e culture consolidate.

In conclusione, è molto probabile che in futuro assisteremo a cambiamenti abbastanza radicali definiti il frutto di un “capitalismo in trasformazione”.    Quelli ricordati sono solo alcuni di quelli di cui vediamo già i prodromi.

Peccato che (ma si comprende il perché) l’economista sopra richiamato, sostenitore del capitalismo puro, il quale dichiara che “questo sistema non conosce morale, finalità, orientamento o giudizio”, abbia ignorato la più grande trasformazione che ci sfiderà ancor più nel futuro e cioè la lotta all’indigenza del mondo per la cui soluzione sono necessari sforzi a livello nazionale e internazionale da intensificare dopo la crisi.

Gli studi sui cambiamenti sociali ed economici, seppur importanti, non dovrebbero mettere in ombra questa fondamentale esigenza, evidenziata anche nella recente Enciclica “Caritas in veritate”, laddove afferma che “è da ritenersi errata la visione di quanti pensano che l’economia di mercato abbia strutturalmente bisogno di una quota di povertà e di sottosviluppo per poter funzionare al meglio”.

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