CRISI/ Pelanda: ecco perché al dollaro serve un patto con l’euro

- Carlo Pelanda

Si moltiplicano i commenti allarmati dalla prospettiva del crollo del dollaro. Se succedesse l’Europa pagherebbe il maggior prezzo del riaggiustamento globale. e c’è il rischio che gli Usa vedano solo i benefici nel breve termine di un dollaro debole

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Si moltiplicano i commenti allarmati dalla prospettiva del crollo del dollaro. Se succedesse l’Europa pagherebbe il maggior prezzo del riaggiustamento globale. Le esportazioni con costi di produzione in euro verrebbero penalizzate sia in America sia nelle aree di moneta agganciata al dollaro come la Cina. Il prezzo del petrolio denominato in dollari salirebbe per bilanciarne la perdita nel valore di cambio dando vita ad una bolla inflazionistica mondiale. Il cedimento del dollaro come moneta di riferimento, poi, scatenerebbe tempeste valutarie con impatto sulla stabilità finanziaria complessiva portando il sistema verso una crisi catastrofica. In sintesi, la prospettiva fa paura sul serio. Ma dobbiamo veramente temerla?     

Nessuno ha interesse che il dollaro crolli fino a che questo resta moneta di riferimento globale. Altre monete sostitutive non ci sono, per ora. L’idea di sostituire il dollaro con un paniere di valute, circolata nei mesi scorsi in base ad una sollecitazione venuta dalla Cina, è interessante per la teoria futura, ma non praticabile nella realtà del presente e prossima. Pertanto fino a che il dollaro resterà centrale gli interessi a tenerlo alto prevarranno sulle tendenze svalutative, per lo meno impedendone il crollo temuto da molti.

L’Amministrazione Obama, tuttavia, ha necessità di drogare la ripresa negli Stati Uniti per accelerarla in modo da aumentare la sua competitività nelle elezioni del 2012 e, prima, in quelle di medio termine nell’autunno del 2010. Deve riassorbire un volume di disoccupazione che se resta tale cancellerà le ambizioni della sinistra statunitense e del suo presidente. Certamente è tentata dalla svalutazione competitiva per pompare l’export ed il ciclo borsistico nonché di governare con l’inflazione.

 

 

 

Bisogna considerare, infatti, che in uno scenario di inflazione globale l’America può sperare di farne comparativamente meno di altri grazie all’efficienza disinflazionistica del suo modello di mercato e quindi sopravvivere. C’è un rischio che si scelga un beneficio di breve termine nonostante il danno – che potrebbe essere catastrofico – nel medio e lungo. Ma è difficile credere che la Riserva Federale guidata da Ben Bernanke si presti a questo gioco. Con un debito e deficit finanziati dall’esterno sarebbe suicida far cadere la moneta oltre un certo punto. Ma potrebbe esserci un compromesso sotterraneo che porti ad una svalutazione di breve termine per poi fare un rimbalzo, anche via consolidamento fiscale in un eventuale secondo mandato di Obama. E tale strategia sembra quella in atto: tenere minimo il costo del denaro per facilitare la ripresa e per rimettere le cose in quadro successivamente.     

In sostanza, al momento, è giustificata la preoccupazione sulla caduta del dollaro per il prossimo biennio, ma è improbabile che continui dopo. Se continua salterà tutto, tutti lo sanno e tutti aiuteranno per evitarlo. Ma potrebbero fare errori. Per esempio, un consolidamento fiscale del debito statunitense o tassi troppo alti manderebbero in recessione quell’economia deprimendo nuovamente quella globale. Pertanto la profezia che la catastrofe sarà evitata non è completa fino a che non succederà qualcosa di nuovo e rassicurante. Cosa? La convergenza tra euro e dollaro per formare un sistema monetario unico in prospettiva con gestione comune finalizzata alla stabilità globale. Nonché una rivalutazione delle monete dei Paesi emergenti sull’euro-dollaro. Sarebbe la soluzione, ma la politica che ragiona solo sul brevissimo termine manco ne parla.

       

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