FINANZA/ Da petrolio e oro le nuove minacce di crisi

- Mauro Bottarelli

Se il lingotto è da sempre il bene rifugio, diversificare le follie cicliche lanciandosi in hedging sul greggio appare una follia autodistruttiva che può provocare pari almeno alla crisi bancaria

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Un vecchio adagio giornalistico dice che non esiste nulla di più inedito dell’edito. Parafrasandolo, verrebbe da dire che non esiste nulla di più segreto e sconosciuto di ciò che è pubblico. Quindi, conviene ripeterlo.

 

Nel giorno in cui l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, annuncia la moratoria di un anno dal pagamento dei mutui per i disoccupati e chi versa in difficoltà, giova ricordare che le stesse banche che ora vorrebbero da noi un inchino di fronte alla loro magnanimità godono – oltre a tutti gli aiuti ottenuti finora – da poco anche di otto miliardi di euro messi a disposizione della Cassa Depositi e Prestiti, soldi stanziati con l’unico scopo di dare ossigeno alle imprese.

Sentendo i rappresentanti di categoria, dalla Cgia di Mestre in poi, non ci pare che questo impegno per ora sia stato mantenuto: e in un paese che basa la sua spina dorsale sulle Pmi questo appare suicida oltre che deontologicamente inaccettabile. Vediamo se con il passare dei giorni, dopo i proclami, si passerà ai fatti.

Ma non solo in Italia, come ben sapete, le banche sono tutt’altro che in buona forma. In America, ad esempio, Wells Fargo ha annunciato profitti per i propri azionisti, 56 centesimi per azione, ma in coda ai comunicati ha dovuto ammettere che le perdite legate a “bad loans” hanno toccato 5,1 miliardi di dollari. Evviva. Ma non è tutto.

Bank of America, JP Morgan Chase e Citigroup hanno riportato pesanti perdite sul credito diretto a causa del fatto che moltissimi loro clienti stanno lottando con le unghie e con i denti per riuscire a pagare le bollette. Insolvenze a catena, sta per partire il grande domino della depressione. Il dato sulla richiesta di mutui in Usa, infatti, è crollato per la seconda settimana di fila mettendo in evidenza una difficoltà estrema delle famiglie per rifinanziare visto l’aumento dei tassi. C’è poco da stare allegri. Tanto più che la stessa Wells Fargo, sempre ieri, ha dichiarato candidamente che attende il picco massimo delle perdite per l’anno prossimo, senza però specificare in quale trimestre.

E mentre in Gran Bretagna il governatore della Bank of England, Mervyn King, fa capire chiaramente che un’altra crisi potrebbe essere alle porte proponendo con urgenza a Gordon Brown la divisione dei rami retail e investment delle banche – come dire, tuteliamo almeno i risparmi visto che l’ingegneria finanziaria è tutt’altro che finita e le bolle crescono come funghi -, assistiamo impotenti a un’altra impennata immotivata del prezzo del petrolio e, di conseguenza, l’aumento in un mese di 3 euro di un pieno di benzina.

Il calo di ieri sotto gli ottanta dollari al barile dopo il balzo di martedì è sintomatico di un movimento speculativo, all’Ice di Londra e nei circuiti over-the-counter si sta allegramente giocando con squeeze e corner per fare un po’ di soldi alla faccia di una ripresa che non c’è e di un dato sulla produttività da mani nei capelli: il petrolio, semplicemente, non può salire di prezzo, è un qualcosa che va contro tutti i fondamentali.

 

Ma mettetevi l’anima in pace, salirà ancora anche perché Goldman Sachs ci crede e ha inserito, volendo restare nei confini italiani, Tenaris nel suo paniere di titoli da comprare con convinzione: certo non si arriverà al delirio del luglio di due anni fa ma prepariamoci, nel medio termine, a un avvicinamento a quota 100 dollari.

 

La trappola inflattiva, quindi, è alle porte: con l’aggravante di un’iperinflazione già in fieri negli Stati Uniti a causa delle politiche della Fed e al debito ormai fuori controllo. Ma, badate, a dover farci pensare non è solo l’avidità di chi si lancia nella speculazione, ma ciò che George Soros, uno che se ne intende, ha prefigurato recentemente come «una fuga generale dalle monete»: quando gli investitori perdono fiducia – e come dar loro torto – nel denaro creato dal nulla, si lanciano altrove. Sia esso immobiliare, commodities, oro. Non a caso, il petrolio sale e l’oro punta a nuovi record.

 

Ma se il lingotto è da sempre il bene rifugio, diversificare le follie cicliche lanciandosi in hedging sul greggio appare una follia autodistruttiva: qualcuno fermi la danza macabra delle “dark pools” prima che sia troppo tardi, visto che il petrolio alle stelle in queste condizioni macro generali sarebbe sciagura pari almeno alla crisi bancaria. La Borsa, in effetti, ieri ha capito cosa sta covando e i dati dei profitti bancari Usa di cui abbiamo parlato precedentemente non hanno impressionato il mercato dei futures pre-apertura: è un falso mercato del toro, è soltanto un disperato assalto alla diligenza.

 

Vale per tutti e dappertutto, anche qui da noi. Infatti, nonostante il rating stellare offertole da Morgan Stanley dieci giorni fa, ieri Fiat pagava sui mercati i dati trimestrali con un calo dei ricavi del 16%: chissà se Sergio Marchionne, ieri, ha ripetuto ancora “che Dio li benedica”. Gli investitori dubitiamo.

 

Ma restando in Italia e chiudendo per una volta la parentesi sulla situazione globale, appare interessante analizzare brevemente il domino che pare dispiegarsi attorno alle poltrone che contano dell’economia. A nessuno è sfuggita, ovviamente, l’inversione a u di Giulio Tremonti sul posto fisso, scelta che ha trovato il gradimento dei sindacati, ha spiazzato la sinistra ma ha anche mandato su tutte le furie Confindustria e una parte non minoritaria del governo nonostante la formale e obbligata solidarietà espressa da Silvio Berlusconi prima di partire per la Russia – dove va a sistemare la faccenda del Milan, non pensate a chissà quale giallo geo-finanziario-politico.

 

Non è un caso che il giornale che maggiormente ha apprezzato, nell’ambito del centrodestra, sia stato il Secolo d’Italia, anima editoriale di quella destra italiana che nonostante Fiuggi e viaggi in Israele proprio il libero mercato non riesce a digerirlo. Insomma, Giulio Tremonti ha fatto – ancora una volta – un discorso programmatico da statista e da politico, non un’intemerata da ministro delle Finanze.

 

Parallelamente, dall’altra sponda, è passato più sotto silenzio l’editoriale di domenica scorsa di Romano Prodi sul Messaggero nel quale l’ex premier rendeva conto delle domande mossegli da alcuni suoi amici e colleghi rispetto all’importanza di avere banche solide nel nostro paese. Un articolo semplice e banalotto, soprattutto nel finale: non servono banche solide se queste non fanno credito alle imprese. Primo anno di economia in Cattolica, niente più.

 

Ma siccome, piaccia o no l’uomo, Romano Prodi è uomo di intelligenza e preparazione, a molti è apparso che quell’editoriale fosse nulla più che un segnale ai naviganti di governo: io posso far finire la guerra civile strisciante in atto perché sono l’unico pontiere credibile verso i poteri forti ma tutto ha un prezzo. E a lavoro fatto, quando Mario Draghi sarà verso altri lidi – Palazzo Chigi o la Bce – il prezzo da pagare è che Bankitalia sarà il mio approdo, piaccia o non piaccia a Giulio Tremonti. Il quale, non a caso, ha piazzato l’ennesima stoccata e posto – a detta di moltissimi osservatori – altri mattoni al suo muro di credibilità politica personale – con cotè di viaggio in Cina come conferenziere di spessore internazionale – con la benedizione di Gianfranco Fini e dell’ala destra del PdL.

 

Dopo il primo giorno di disorientamento, sia Libero che il Giornale hanno dovuto ammettere che nel governo – Renato Brunetta in testa – cova malcontento rispetto all’istrionico ministro delle Finanze e che di fatto si starebbe addirittura elaborando un programma economico alternativo. Insomma, come in Borsa, ciò che sembra spesso non è. La situazione è fluida, molto fluida.

 

Le prossime settimane saranno molto interessanti, da tutti i punti di vista: l’America dovrà finalmente fare i conti con la realtà economica, l’Europa potrebbe dover innescare la baionetta per dirimere la questione che vede la candidatura di Tony Blair a presidente Ue e Londra in guerra sulla regolamentazione degli hedge funds al centro della disputa, l’Italia dovrà prendere una direzione netta anche dopo l’elezione del segretario del Pd: insomma, qualcosa si muove. Speriamo.

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