LAVORO/ Il posto fisso non esiste più. Dove cercare sicurezza e stabilità?

- Mario Mezzanzanica

Il mercato del lavoro, spiega MARIO MEZZANZANICA, ci dice che è in aumento la mobilità dei lavoratori. È quindi ancora possibile parlare di sicurezza prendendo in considerazione solo la tipologia contrattuale del “posto fisso”?

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Il posto fisso: un valore che sostiene la sicurezza della persona nella costruzione del proprio futuro… Questo in sintesi il pensiero personale espresso dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti negli ultimi giorni. Un sasso gettato in un momento in cui la crisi economica internazionale, dopo aver toccato il fondo, sembra mostrare segnali di ripresa, anche se le sue ripercussioni sull’occupazione non sono certamente finite e si faranno sentire ancora per diversi mesi.

 

Al netto di valutazioni ideologiche e di opportunità politica credo sia importante soffermarsi su alcuni punti che possono contribuire a un dialogo su un tema estremamente critico per lo sviluppo del sistema del welfare del nostro paese.

Il tema posto dal Ministro Tremonti si può ricondurre al lavoro come condizione (non unica) che consente alla persona di costruire la sicurezza per il futuro proprio e dei suoi familiari. È un tema rilevante che va affrontato cercando di tenere conto di diversi fattori in gioco: le trasformazioni in corso nella società odierna e le sue ripercussioni sulla realtà del mercato del lavoro, i soggetti coinvolti, il ruolo delle istituzioni e gli interventi di regolazione.

L’innovazione tecnologica, la globalizzazione dei mercati hanno certamente contribuito a cambiamenti che impattano sia sul ciclo di vita dei prodotti e servizi, sia sugli assetti organizzativi e gestionali delle imprese che per rimanere competitive (condizione di esistenza) devono fare leva su elementi quali l’innovazione continua (organizzativa e di processo), l’efficienza (costi e tempi) e la specializzazione delle risorse umane. Sono elementi che hanno forti impatti sulla struttura della occupazione, amplificando a settori economici, precedentemente esenti, esigenze di flessibilità.

Osservando le dinamiche in atto negli ultimi anni nei mercati del lavoro locali (regionali e provinciali) risulta evidente un aumento della mobilità dei lavoratori, che arriva a tassi nell’intorno del 30% annuo rispetto alle forze di lavoro dipendente e a una richiesta di flessibilità delle aziende, riscontrabile nell’aumento delle assunzioni effettuate attraverso l’utilizzo di contratti flessibili (tempo determinato, interinale, co.co.pro, ecc.).

Il valore raggiunto dai contratti flessibili è pari a circa il 70% del totale delle assunzioni (i dati si riferiscono all’anno 2008 e al primo semestre 2009 in Lombardia). La mobilità, dagli studi effettuati, non vede coinvolte solo le persone assunte con contratti flessibili (sicuramente le più mobili), ma anche quelle con contratti a tempo indeterminato (quelle del “posto fisso”). A rafforzare quanto detto è interessante segnalare che in un arco temporale pluriennale (2000-2007 in provincia di Milano), circa l’80% dei contratti avviati si chiudono e la durata media dei contratti a tempo indeterminato (calcolata sul totale dei contratti chiusi) è pari a circa 18 mesi.

 

In questo contesto è possibile parlare di sicurezza prendendo in considerazione solo la tipologia contrattuale del “posto fisso”? 


[1] Fonte: Osservatorio Federato del Mercato del Lavoro – Regione Lombardia, elaborazione dati CRISP – Centro di Ricerca Interuniversitario sui Servizi di Pubblica Utilità. 

I lavoratori che cambiano lavoro si possono sostanzialmente suddividere in due grossi gruppi: coloro che pur cambiando non hanno grossi problemi, trovano occupazione in un percorso di carriera contrattuale stabile o in crescita, circa l’80% della popolazione osservata (andando verso contratti di maggiore stabilità nel tempo), e coloro che rimangono intrappolati in contratti flessibili o peggiorano la loro situazione, il rimanente 20%.

 

Sono dati che evidenziano l’esigenza di un sistema integrato di tutele economiche e di servizi da riprogettare ponendo al centro la persona. È un percorso già tracciato in alcuni punti del libro bianco del Ministero del Lavoro e attuato nelle politiche di intervento di alcune regioni (il programma della “dote lavoro” della Regione Lombardia ne rappresenta un esempio concreto).

 

La storia degli ultimi anni e l’esperienza della crisi economica in atto rafforzano l’esigenza di un intervento strutturale per sostenere le persone nei propri percorsi lavorativi in un’ottica di responsabilità e valorizzazione dei diversi attori del mercato (Istituzioni, Organizzazioni di servizio, imprese e lavoratori), una riforma che per porre al centro la persona si fondi su una concezione del lavoro come azione volta a cercare di offrire risposte agli infiniti bisogni propri e degli altri.

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