FINANZA/ Gli analisti concordi: gli Usa rischiano una nuova recessione

- Mauro Bottarelli

Un forum di analisti organizzato da Cnbc concordava sul fatto che senza ulteriori politiche stimolo il prossimo anno gli Usa andranno incontro a una recessione a doppia cifra

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«L’economia mondiale ha evitato un depressione estremamente minacciosa ma deve comunque affrontare una situazione molto complessa». Parole e musica di Jean-Claude Trichet, presidente della Bce e del G10, il gruppo che raccoglie i governatori delle maggiori banche centrali.

 

«Come potete vedere, abbiamo una situazione dove ci sono degli elementi incoraggianti, una conferma del fatto che abbiamo evitato una depressione estremamente minacciosa e degli elementi che richiamano a una vigilanza permanente» ha spiegato Trichet al termine della riunione dei banchieri centrali presso la sede della Banca dei regolamenti internazionali.

«Per quanto concerne le prospettive che dobbiamo affrontare in termini di economia reale, la situazione è molto complessa con un numero molto grande di parametri da tenere in conto» ha proseguito, citando la “disoccupazione”. Bontà sua, nonostante i trionfalismi di molti suoi colleghi e le fiabe raccontate dall’Ocse, non siamo affatto alla fine del tunnel. Di più, non si intravede alcuna luce e c’è il forte rischio che se anche apparisse un chiarore ci sarebbe seriamente da chiedersi se non temere che si tratti di un treno che viene verso di noi in corsa.

Ne sanno qualcosa al serissimo New York Times che ieri ha attaccato pesantemente la politica economica del governo statunitense con un’inchiesta che metteva a nudo l’incapacità dei vari enti di offrire alla politica dati macroeconomici reali, distorcendo la realtà e sovrastimando, ad esempio, la valutazione del Pil. Veniva fatto l’esempio del comparto auto e in particolare di un componente come il carburatore: il quale nella maggior parte dei casi viene acquistato in Cina dove costa 50 dollari invece che negli Usa dove la sua produzione porterebbe il prezzo a 100 dollari.

Il fatto di non sapere o non segnalare la provenienza di quel carburatore crea un pesante handicap macro e quindi porta a calcoli e strategie potenzialmente fallaci: stesso discorso per il dato sulla produttività, il quale – come scrivemmo la scorsa settimana – non maschera altro che tagli strutturali e un aumento spaventoso della disoccupazione. Tanto più che ieri un forum di analisti contattati e messi attorno a un tavolo da Cnbc concordava sul fatto che senza ulteriori politiche stimolo – le stesse che Trichet a detto verranno ritirate nei tempi adatti – il prossimo anno gli Usa andranno incontro a una recessione a doppia cifra.

Per Kirby Daley, capo stratega al Newhedge Group, «l’America senza l’estensione delle politiche di stimolo e l’estensione dei programmi di incentivo incorrerà verso la fine del 2010 in una recessione a doppia cifra che getterà in uno stato drammatico l’intera economia mondiale». Per Sean Callow, analista monetario alla Westpac Bank, «c’è una seria possibilità di Pil negativo per gli Usa nel secondo trimestre dell’anno prossimo, ipotesi che apre le porte a un orizzonte recessivo. Se a questo uniamo la contrazione del credito dei consumatori e la distruzione dello stato di salute dell’household balance sheet, sarà ben difficile poter governare e condurre una ripresa».

 

Insomma, gli analisti concordando: tagli dei consumi e disoccupazione galoppante sono i veri indicatori di allarme. Chissà che anche Trichet adesso ci sia arrivato. In compenso, però, la Borsa corre e festeggia su queste prospettive. Addirittura, stando all’inserto economico del Corriere della Sera, la maggior parte degli analisti crede a un’ulteriore crescita dei listini anche del 10% entro la fine dell’anno: difficile dargli torto con il clima di euforia vigente e mantenuto in vita dal muro di liquidità a costo zero pompato da governi e istituzioni monetarie.

 

C’è però anche un’altra faccia di questa corsa, una faccia che si palesa poco ma che deve farci pensare. Domenica, infatti, l’inserto Business del Sunday Times svelava in esclusiva che pochi giorni prima la Bank of England e anche altre banche centrali del mondo avevano garantito un prestito di 165 miliardi di sterline a Lloyds Tsb, la quale senza quell’intervento di emergenza sarebbe incorsa a breve «in un pesantissimo rischio da rifinanziamento».

 

Lloyds, infatti, si era lanciata sul mercato per un aumento di capitale da 21 miliardi di sterline al fine di evitare il finanziamento da parte del governo e di fatto la nazionalizzazione ma lo ha fatto mettendo a rischio la sua stessa esistenza: e stiamo parlando di pochi giorni fa, non di quelli immediatamente successivi al crack Lehman Brothers. E parliamo di Lloyds, non di una banca regionale di El Paso o del Wyoming.

 

La follia della crisi non solo non è passata ma è divenuta regola per far profitti maggiori e più in fretta, almeno finché il mercato del toro artificiale reggerà. Per quanto non si può dire con certezza, sicuramente dalla prossima primavera in poi ci troveremo di fronte a scenari molto, molto complessi e differenti.

 

Il dollaro, stimano gli analisti, si rafforzerà anche del 20% mentre la sterlina – e questo potenziale crack bancario appare solo il segnale di una debolezza strutturale del sistema britannico, tanto che la Bank of England sta ormai giocando con il fuoco del quantitative easing e quindi del rischio debito fuori controllo portando il suo programma a 200 miliardi di sterline – entro marzo-aprile andrà a 0,95 sull’euro.

 

Ma il problema non riguarda solo Usa e Gran Bretagna, visto che in un sistema così globalizzato quello dell’effetto domino è il rischio più grande che corrono i mercati: oggi San Paolo-Intesa e Unicredit presentano le loro trimestrali, vedremo un po’ come saranno i conti. Di certo gli istituti italiani non si sono mai lanciati in operazioni folli come quelli statunitensi, inglesi o anche tedeschi ma resta il nodo irrisolto di finanziamenti a imprese e famiglie, soprattutto alla luce della scelta dei due istituti di non accettare la strada dei Tremonti-bond e cercare sul mercato – quindi senza vincoli verso il Tesoro – i mezzi per ricapitalizzare e rimettere in sesto le riserve.

 

Non temete, non ci sono casi Lloyds all’orizzonte in Italia ma il problema è che ci sono molti, potenziali casi Lloyds nel mondo: tutti i grado di fare molti, molti danni. E questo lo sanno anche Corrado Passera e Alessandro Profumo. O almeno dovrebbero. Visto che ieri, le agenzie di stampa sembravano voler dar vita a uno scherzo del destino mettendo una dopo l’altra queste notizie di cui riporto il titolo: “Lettonia/ Pil terzo trimestre crolla del 18,4%. Inflazione -0,9%” seguito quattro minuti dopo da “Banche: Unicredit, in Est Europa torneranno a crescere da 2011”.

 

Certo, se riescono a disincagliare i crediti bloccati e trasformati in bad assets dalla gelata della crisi e se il Fondo Monetario continuerà generosamente a pompare soldi. Lì come in Ucraina, Estonia, Lituania ma anche Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria: quantitative easing come unica exit strategy sembrano dire i mercati, viste anche le reazioni delle Borse.

 

Peccato che quella sia la strada che porta al default sul debito. Ma d’altronde in un mondo in cui il numero uno di Goldman Sachs si permette di dire al Sunday Times che «le banche stanno facendo il lavoro di Dio» e che «i bonus sono il segnale di ripresa dell’economia», tutto può accadere. Davvero. Anche che nostro Signore da lassù mediti querela.

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