J’ACCUSE/ Sapelli: il mito della crescita e i cattivi “maestri” uccidono le Pmi

- int. Giulio Sapelli

Il direttore de Il Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli li ha definiti gli «invisibili»: sono i piccoli e micro-imprenditori, oggi sempre più in difficoltà a causa della crisi e di un paese che ha sempre più bisogno di riforme. Ilsussidiario.net ne ha parlato con l’economista GIULIO SAPELLI

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Foto Imagoeconomica

Ferruccio de Bortoli, nel suo editoriale sul Corriere della Sera di ieri dedicato a Le buone ragioni degli indipendenti, ha preso le difese degli «invisibili»: i professionisti, le micro e piccole imprese che formano l’«architrave di passioni e competenze che regge alla base il sistema economico» del nostro paese. Una “generazione di produttori» che si trovano a dover affrontare da soli una crisi economica grave e spiazzante. «Nel Paese della concertazione – scrive nella sua inchiesta Dario Di Vico – oggi soffriamo di un clamoroso deficit di rappresentanza». Ilsussidiario.net ne ha parlato con l’economista Giulio Sapelli.

De Bortoli ha rivolto un appello in difesa degli “invisibili”, ai quali l’Italia deve molto, quasi tutto, ma che sono trattati male.

È la verità. De Bortoli, che non scrive ogni giorno, quando lo fa è perché vi ha dedicato un’attenta riflessione. E le inchieste di Di Vico sono puntualmente serie. Se prescindiamo da queste e altre poche lodevoli testimonianze, il dibattito su questo tema è stupefacente per la sua approssimazione. Perché se c’è un paese di cui la comunità scientifica ed economica internazionale ha studiato e ancora studia il sistema produttivo, questo è proprio l’Italia. Senza però capirlo fino in fondo. Noi compresi.

Che cosa sfugge alle analisi, se nemmeno noi lo abbiamo capito del tutto?

Non abbiamo ancora capito che la piccola impresa, ancor prima che un fattore economico, è un fattore sociale. E che la sua chiave di lettura è prima di tutto antropologica. La piccola e media impresa italiana è la proiezione dell’impeto di costruzione esistenziale e sociale della famiglia italiana. E il nostro tessuto produttivo, semplificando, è il prodotto di una concentrazione di famiglie specializzate in alcune attività economiche. Ma bisognerebbe rileggersi Frederic Le Play e Aleksandr Chajanov.

Siamo il popolo delle partite Iva. Sotto esame finisce sempre il nostro individualismo, che  ci impedisce di fare sistema. Che cosa è successo all’impresa-famiglia italiana?

La causa di quello che vediamo, e che De Bortoli e Di Vico denunciano così bene, è culturale prima che economica. Occorre mettersi in testa che la disgregazione della famiglia provocata dal nichilismo moderno ha delle conseguenze economiche. Tutti coloro che hanno parlato di piccola impresa in Italia si sono spesso dimenticati che avevano di fronte imprese familiari, e che per comprenderle bisognava capire la famiglia ancor prima dell’impresa economica. Ad essere in crisi, infatti, è l’impresa nella sua accezione familiare.

Ma in concreto cosa significa?

Quello che tutti vediamo: da un lato l’impresa familiare ha consegnato i figli al sistema di istruzione, demandando ad esso quello che solo lei può fare. Non li ha trattenuti nell’impresa, non ha continuato quella tradizione di esperienza che è sempre stata il suo segreto. E dall’altro si è consegnata ad improbabili consulenti che l’hanno rapinata, oppure le hanno fatto credere che la legge del suo sviluppo fosse quella dell’accrescimento continuo.

Invece?

Proprio la crisi dimostra che non c’è sviluppo continuo. Si doveva capire prima che una crisi sarebbe arrivata e che quindi andava messo fieno in cascina. Che occorreva cioè investire i profitti non nella ricchezza di famiglia ma nella capitalizzazione d’impresa. E oggi queste tante piccole attività produttive familiari sono in un impasse. Non hanno il capitale necessario per investire in innovazione, perché non l’hanno messo da parte; e le banche, salvo le banche popolari e cooperative, hanno chiuso i rubinetti del credito.

I distretti sembrano tenere, ma al tempo stesso sono in grave sofferenza. «In tutti questi casi – scrive Di Vico – quello che si va palesando è un eccesso di capacità produttiva. Per questo motivo la parola d’ordine che comincia a circolare (con fatica) è quella dell’aggregazione». È così?

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Vorrei che lo fosse. Finora non sono riusciti ad aggregarsi perché non sono mai stati educati a farlo e nessuno ha mai detto loro di farlo prima. Ci riuscirà la crisi? È da vedere. Il nostro sistema produttivo è stato blandito da una retorica, quella dei distretti industriali, che li ha glorificati. Quei distretti invece andavano studiati per quello che erano: relazioni molto più concorrenziali che cooperative. Solo l’altro giorno ci siamo accorti che anziché metterci le dita negli occhi, dobbiamo fare filiera, ma c’è voluta la Cina per farcelo capire. E forse non lo abbiamo capito ancora del tutto.

 

Perché le nostre imprese, nonostante tutto, rischiano di rimanere impermeabili alla lezione della crisi?

 

Tocchiamo il nocciolo dell’individualismo economico dei nostri imprenditori. Il fenomeno è molto complesso. In Italia la pmi nasce dalla piccola proprietà contadina. Ma mentre le famiglie contadine cooperavano, quando quegli stessi figli di contadini sono diventati imprenditori e hanno fatto soldi, si sono illusi di essere autosufficienti e si sono dimenticati che ciò che li faceva forti era il principio di carità.

 

Lo stesso principio di carità di cui parla Benedetto XVI?

 

Proprio quello. Che la verità è carità lo si vede soprattutto nella piccola e media impresa. Quella di De Bortoli la leggo anche come una denuncia: il piccolo non è un’anomalia ma una risorsa, e per di più fragile. È vero. È silenzioso e invisibile, ma è anche solitario. Ed è fragile per questo.

 

Ma allora cosa c’è dietro il capitalismo territoriale, che è stato indicato per decenni come la chiave del nostro successo?

 

Invece di magnificare i distretti industriali, quasi che fossero la chiave del moto perpetuo di produzione del nostro benessere, bisognava capire che i distretti sono – erano? – nient’altro che localizzazioni di famiglie specializzate in determinate attività produttive. Punto. Ma allora andava studiato come è perché tendono a unirsi o, piuttosto, a rivaleggiare e a dividersi. Alla famiglia-impresa non interessa fare profitti e basta, interessa fare profitti se rafforzano l’impresa-famiglia. Per questo non crescono. Perché farlo, se crescere vuol dire mettere in pericolo l’unità e il benessere della famiglia?

 

Cosa pensa invece del nostro capitalismo più dinamico e competitivo, quello delle 4mila imprese che fatturano circa 160 miliardi l’anno e che sono al centro delle analisi di Mediobanca?

 

Dimostra che l’intelligenza degli italiani e degli istituti bancari – anche se quella degli istituti bancari non va sopravvalutata – è capace di creare una fascia di assoluta eccellenza nella produzione di Pil ad alta tecnologia. Ma che soprattutto, ed è quello che ci interessa qui, è possibile unire il capitalismo familiare al capitalismo manageriale.

  

Com’è avvenuto questo?

 

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Con una straordinaria capacità di autocontrollo e di lungimiranza da parte del capitalismo familiare nel delegare le funzioni. Non al primogenito se non ne è capace, per esempio. Nel diritto agrario catalano il capofamiglia può scegliere di lasciare la proprietà fondiaria  al figlio più capace, anche se donna, purché in grado di mandarla avanti. L’eccellenza deve nascere in casa.

  

Torniamo alle piccole imprese e ai professionisti. Ce la faranno oppure la crisi per loro sarà l’ultimo atto?

 

Innanzitutto la crisi potrà portare una nuova presa di coscienza della loro qualità sociale: il fatto che sono una parte importante dell’economia e dello sviluppo civile di questa società. Ce la faranno? Questa è un’altra domanda. Non ce la faranno tutti, ma molti nuovi forse sì. Purtroppo lo sviluppo economico è pieno di sofferenza. Forse lo avevamo dimenticato.

  

Possiamo confidare nella capacità di aggregazione dei piccoli?

 

No. Bisogna confidare solo nell’innovazione, come nella speranza che si crei un sistema finanziario non bancocentrico ma fondato su banche, fondi di investimento e private equity. Fatta eccezione per le banche cooperative, le banche capitalistiche hanno dimostrato di essere nemiche dello sviluppo economico. La finanza, mentre parla di responsabilità sociale d’impresa, ha ripreso a macinare utili speculativi, come se nulla fosse accaduto, e a consumare nel forno della vendita i capitali che potrebbero alimentare gli investimenti. Ai piccoli non arriva e non arriverà quasi nulla.

  

La politica cosa può fare?

 

Può fare molto. Sul lungo periodo, cambiare il modello di istruzione: favorire, innovandola, la formazione tecnica a scapito dell’università. È la chiave per ricreare uno spirito favorevole alla piccola e media impresa. I nostri operai specializzati e i nostri periti lavorano e sono ricercati in tutto il mondo, mentre i figli degli imprenditori fanno la caccia ad una seconda laurea, che li parcheggia fuori dalla realtà in attesa di una disoccupazione certa. Sul breve periodo, detassare fortemente l’impresa e il lavoro, tassare i consumi, abolire la spesa pubblica improduttiva. E combattere il pericolo della deflazione.

  

Viceversa la maggioranza di governo ha qualcosa da temere dalle piccole imprese e dagli imprenditori?

 

Per ora no, ma la base sociale che ha votato Pdl al nord potrebbe cominciare a scomporsi, perché dalla rappresentanza bisogna poi arrivare alla decisione politica. Ora c’è la rappresentanza, ma la decisione politica che dovrebbe soddisfare gli interessi rappresentati mostra il fiato corto.

  

C’è, a suo parere, un modello al quale possiamo rifarci?

 

L’Argentina. L’opinione comune è rimasta all’Argentina del default, in realtà è un paese capace di uscire dalle crisi come l’araba fenice. La gente fa comunità e ha fiducia nel lavoro collettivo, occupa le fabbriche, non per fare la rivoluzione ma per metterle in moto quando si fermano. Ma soprattutto, è un paese in cui la gente non aspetta più niente dallo stato, ma tutto da se stessa, dalla solidarietà, dall’amore – nell’accezione di Paolo VI, cioè come forza dello sviluppo – e dall’altruismo. Ed è proprio questo il miglior antidoto alla decadenza morale.

 

(Federico Ferraù)

 

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