SCENARIO/ Gilbert (Università Londra): ecco perché il vertice Fao non è servito a nulla

- Christopher Gilbert

Nei giorni scorsi si è tenuto a Roma, presso la FAO, il World Food Summit. Come spiega CHRISTOPHER L. GILBERT non sono mancati i buoni sentimenti, ma impegni concreti e nel comunicato finale del Direttore della FAO, Jacques Diouf ha espresso tutto il suo disappunto

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Un campo di grano maturo

Nei giorni scorsi (13-16 novembre) si è tenuto a Roma, presso la FAO, il World Food Summit. Il Direttore della FAO, Jacques Diouf, aveva chiesto concreti impegni per eliminare la fame, nella direzione degli Obiettivi del Millennio. Lo stesso Diouf ha espresso il suo disappunto sul comunicato finale, che abbonda di buoni sentimenti ma manca di impegni specifici.

È necessario che i paesi in via di sviluppo investano di più nel loro settore agricolo – in attività produttive, nella ricerca, nella logistica e stoccaggio. Era questo il principale messaggio del World Development Report del 2008, Agriculture for Development, della Banca Mondiale. I governi di tali paesi devono dare una sostanziale priorità all’agricoltura, guardandola per la sua caratteristica di strada allo sviluppo e non come settore da cui estrarre surplus da investire altrove; le ONG e le agenzie multilaterali per lo sviluppo possono collaborare, ma sono i governi ad avere un ruolo di guida.

Numerosi paesi asiatici e latinoamericani hanno avuto successo nello sviluppare moderni settori di agro-business; altri invece, in particolare in Africa, ancora dipendono da importazioni di beni alimentari e da aiuti alimentari: per sé, maggiori aiuti alimentari non hanno molta efficacia; perciò i governi hanno fatto bene ad evitare di mettersi lungo una simile strada. Il papa Benedetto XVI nel suo discorso al Summit ha affermato: «la terra può nutrire tutti i suoi abitanti».

Anche se non esplicitamente detto nel messaggio del Papa, il settore privato è cruciale nello sviluppo agricolo. Un’agricoltura “socializzata” non si è mai dimostrata efficace: i rendimenti agricoli restano bassi in molti paesi in sviluppo, forse nella maggioranza, non perché i contadini sono ignoranti o avversi al rischio, ma perché non hanno incentivi e accesso ai mercati tali da permettere maggiori rendimenti; se si avessero garanzie sui prezzi (almeno per quanto riguarda i prezzi minimi), accesso al credito, la possibilità di acquistare gli opportuni input e di vendere il prodotto su mercati competitivi, i rendimenti aumenterebbero.

Tuttavia, la sicurezza alimentare è troppo importante perché i governi possano lasciare tutto in mano al settore privato. Per rispondere alle preoccupazioni della gente, i governi si troveranno inevitabilmente implicati nel problema. Spesso interverranno per mantenere i prezzi alimentari a livelli accessibili anche ai consumatori poveri, ma in tal modo è probabile che riducano gli incentivi per i produttori. Una politica alimentare intelligente richiede un bilanciamento fra le esigenze di consumo alimentare e incentivi alla produzione.

 

 

È quanto viene riconosciuto negli obiettivi del Summit ma che le discussioni hanno lasciato in ombra. Il fatto che la terra possa produrre sufficiente nutrimento per tutti non significa, per sé, che l’intera popolazione mondiale avrà accesso al cibo.
Papa Benedetto si è domandato: “cosa può orientare l’attenzione e la successiva condotta degli Stati verso i bisogni degli ultimi?” Il “bottom billion” manca dei mezzi per acquistare una quantità adeguata di alimenti, anche se fossero prodotti.
Una politica alimentare deve dunque avere tre dimensioni – produzione, sicurezza alimentare e entitlement.

Come riconosciuto dal Papa, quest’ultimo problema è quello più serio, che non è messo a tema perché un puro orientamento al profitto lo esclude. I governi dei paesi poveri hanno bisogno di impostare politiche di “sicurezza sociale” per raggiungere un simile obiettivo e molti lo stanno facendo, in particolare con l’assistenza del World Food Programme (WFP).
È quindi importante che il WFP continui ad essere ben finanziato (e prezzi alimentari più alti implicano risorse anche maggiori). Allo stesso tempo, il WFP deve fare di più (e lo sa) per acquistare beni prodotti localmente, favorendo con ciò una maggiore autosufficienza.

È il “sentiero di solidarietà nello sviluppo”. Il titolo del Summit era “World Summit of Food Security” (Summit Mondiale sulla Sicurezza Alimentare). Questo ci rimanda a un insieme di temi più limitato ma comunque importante. La sicurezza alimentare riguarda la capacità dei paesi di accedere all’offerta di alimenti in qualsivoglia emergenza – sia collegata a eventi climatici o all’aumento, per qualsiasi ragione, dei prezzi dei beni alimentari.

Nel 2007-08 i governi di molti paesi forti consumatori di riso si videro richiedere prezzi enormi per le importazioni di riso.
In diversi casi, l’incapacità di ottenere un adeguato rifornimento portò a tumulti sociali per il cibo. Molti economisti e in particolare le agenzie multilaterali di sviluppo, in questi anni avevano suggerito ai governi di basarsi sul commercio e non sugli stock per la sicurezza alimentare, un consiglio che ora appare sbagliato.

I governi dei paesi in sviluppo hanno capito che, per la sicurezza alimentare, devono tornare a politiche di stoccaggio, anche se così facendo contribuiscono al mantenimento di prezzi elevati dei cereali. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, collega sicurezza alimentare e dialogo sui cambiamenti climatici e suggerisce che la prima non può essere affrontata senza affrontare anche l’altro: credo però che i governi non abbiano bisogno di aspettare un nuovo accordo che faccia seguito a quello di Kioto, per iniziare politiche di sicurezza alimentare basate sullo stoccaggio.

Il Summit ha messo molta carne al fuoco e di conseguenza ha portato a casa poco; i vari leader hanno cantato ciascuno la propria canzone preferita, col risultato che si sono dette cose giuste ma senza alcuna relazione con la sicurezza alimentare. Un meeting con obiettivi più limitati e con meno leader mondiali avrebbe forse ottenuto di più.

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