FINANZA/ Tre grossi rischi smentiscono l’ottimismo di Tremonti

- Mauro Bottarelli

Ieri il ministro dell’Economia ha annunciato una ripresa del Pil italiano nel 2010. È certamente una buona notizia, ma occorre non farsi prendere da facili entusiasmi

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Qualche buona notizia, nel mare di guai che stiamo attraversando ormai da troppo tempo. E, spesso, navigando a vista. Nel 2010 il Pil italiano potrebbe risalire del 1%: il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ieri ha mostrato un certo ottimismo illustrando il dato all’assemblea degli industriali di Roma. «Può essere che chiudiamo il 2010 con un segno positivo del Pil, particolarmente positivo: 1% oppure di più» ha detto il ministro, evidenziando che «la cosa importante è che partiamo da un -6%».

 

Il titolare di via XX Settembre ha ricordato che nel 2008 il Pil è calato dell’1% e nel 2009 si ridurrà di circa il 5%. Ecco perché se il 2010 chiuderà con un segno positivo questo vuol dire che «si risale dopo aver perso il 6% in due anni».

Poi, la promessa tanto attesa dagli imprenditori e di riflesso dai lavoratori che stanno pagando giorno dopo giorno la crisi: «Faremo una riforma fiscale ma in una prospettiva lunga e nel rispetto dei vincoli di bilancio. La crisi non è un week end, non è un party ma è qualcosa di più complesso che tutti stiamo vivendo. Abbiamo fatto alcune cose fondamentali che sono come l’aria, te ne accorgi solo quando ti manca. Abbiamo garantito tutti i servizi essenziali, dalla scuola alla sicurezza. Ricette magiche non ce ne sono e sarebbe da irresponsabili prestare attenzione ai tanti dottor Stranamore».

Insomma, Tremonti l’ha detto chiaro: la leva del debito non può essere toccata e, soprattutto, attenzione a chi parla troppo di vincoli eccessivi posti dal Tesoro perché in cassa non c’è più una lira. Sembrerebbe farci capire, nemmeno per la gestione primaria dello Stato: non è un caso che molti osservatori dicano chiaro e tondo che se lo scudo fiscale non porterà in cassa quanto preventivato dal ministro – cosa che appare ormai abbastanza scontata – dalla prima settimana di febbraio non ci sarebbero stati soldi per pagare gli stipendi a tutti i dipendenti pubblici.

Non è l’Argentina che qualcuno prefigurava ma l’ottimismo va calmierato. Bene. E per tre motivi. Primo, ora occorre far ripartire l’economia reale e bloccare l’emorragia di posti di lavoro, vera grande tragedia del momento. Fiat ha annunciato cassa integrazione per Natale – un bel regalo, non c’è che dire – e la chiusura di Arese con trasferimento a Torino per oltre 300 lavoratori, le piccole e medie imprese sono strangolate dal credito e dagli ordinativi a picco, le famiglia faticano a superare la seconda settimana del mese, non più la terza. Quindi, per quanto il rigore sia sacrosanto occorre intervenire e in fretta: anche e soprattutto per l’esercito di cosiddetti lavoratori atipici e partite Iva non coperte dagli ammortizzatori sociali.

Secondo, i dati che continuano ad arrivare dagli Usa – bene o male, cartina di tornasole della ripresa – sono tutt’altro che incoraggianti. È infatti consistente la revisione al ribasso per la ripresa imboccata dall’economia degli Stati Uniti nel terzo trimestre: ora l’amministrazione Usa stima una espansione del Pil del 2,8% rispetto ai tre mesi precedenti, laddove nella stima preliminare iniziale aveva indicato un incremento del 3,5%.

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A determinare la revisione sono state spese per consumi meno solide di quanto inizialmente stimato, così come un andamento più debole del previsto nel settore delle costruzioni. Inoltre le imprese hanno continuato a ridurre le scorte. Il dato comunicato oggi non coglie di sorpresa gli analisti, che in media prevedevano una revisione al più 2,9% del Pil.

 

Di positivo c’è la conferma dell’uscita ufficiale della prima economia mondiale dalla peggiore recessione dagli anni Trenta ma allo stesso tempo la revisione al ribasso rafforza i timori di una fase di ripresa a rilento, tenuto anche conto che in buona misura il recupero del Pil poggia sulle misure di sostegno pubblico all’auto e al settore immobiliare. La sfida ora per l’amministrazione Obama, come per i governi degli altri paesi avanzati, sarà favorire un recupero della domanda del settore privato e dei consumi delle famiglie, per garantire basi solide e sostenibili alla ripresa generale.

 

Anche qui, però, c’è da fare i conti con la disoccupazione che aumenta e richiama alla memoria un precedente poco incoraggiante per l’economia Usa: nel 1980, infatti, l’attività delle imprese trainò in ripresa tutta l’economia ma si trattò di un recupero di breve vita e il paese ripiombò in una fase di recessione che proseguì tra il 1981 e il 1982. In quegli anni la disoccupazione toccò il massimo storico del 10,8%, livello a cui ora si sta pericolosamente riavvicinando: a ottobre ha toccato il 10,2%.

 

Ecco spiegato, insieme ai timori per un nuovo scivolone del settore bancario, l’apertura in negativo di Wall Street in contemporanea con una prima ripresa del dollaro sul mercato dei cambi, ipotesi che avevamo adombrato già nelle scorse settimane e che entro primavera potrebbe portare un’inversione al rialzo del biglietto verde anche del 20%. E che, combinata con un possibile obbligo del rialzo nel medio termine dei tassi di interesse ora a zero, adombra il rischio di iper-inflazione.

 

Il terzo e ultimo elemento di instabilità giunge dalla vicina Germania, dove il settimanale Der Spiegel lunedì metteva in guardia dalla nuova super-bolla che si sta creando, dettata dall’eccesso di liquidità e dal ritorno a pratiche di finanza iper-creative che ha rivisto partire a razzo il mercato dei derivati. Insomma, c’è poco da stare allegri. E per una questione sistemica, non certo per l’effetto “correzione”, parola cari lettori che vi conviene tenere a mente perché diverrà il mantra delle prossime settimane, potete scommetterci.

 

D’altronde la BaFin, l’ente regolatore di Borsa e mercati in Germania, ha reso noto da tempo – nel silenzio generale – che i bad debts in pancia alle banche tedesche «stanno per scoppiare come una granata» avendo toccato quota 816 miliardi di euro, 268 dei quali in conto solo a Hypo Real. Senza dimenticare che il deficit tedesco sta toccando il 6%, portando il debito su Pil all’86%. Gli esperti della Bce, d’altronde, hanno parlato chiaro: ci sono almeno altri 203 miliardi di euro di svalutazioni da fare entro l’anno nei bilanci delle banche Ue e questo nonostante proprio la Banca centrale europea abbia recentemente iniettato la cifra monstre di 442 miliardi di euro nel sistema per rilanciare il credito.

 

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Tutto inutile. L’economia della Germania, si sa, è un po’ il termometro con cui si misura lo stato di salute dell’Europa. Beh, il check up non è dei migliori per il vecchio continente. La Confindustria tedesca ha confermato che la metà dei suoi membri sta patendo una contrazione del credito e lo stesso ministro delle Finanze, Peter Steinbruck, aveva dovuto ammettere che «dobbiamo prendere molto seriamente in considerazione il rischio di un credit crunch per la seconda metà di quest’anno»: avendolo detto il 1 settembre, fate voi due conti.

 

Ma non basta. A confermare la gravità della situazione sono giunte le richieste accessorie di Steinbruck: sospensione di Basilea 2 per permettere il salvataggio delle banche e soprattutto prestito diretto da parte dello Stato per far ripartire il credito. Suona, a occhio e croce, come una chiamata d’emergenza. Simile all’appello di Tremonti.

 

Un po’ di ottimismo ci vuole, certo e i dati di ieri ne hanno portato una briciola, ma attenzione, perché la crisi è ancora di sistema e più che i colpi di coda vanno temute le inversioni depressive. O, come negli Usa, i rischi iper-inflattivi. Che segnano sì l’uscita formale dalla crisi ma certo non portano con sé tempi di vacche grasse.

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