FINANZA/ 1. Le bolle speculative? Le ha inventate Enrico VIII

Con l’ascesa al trono di Enrico VIII, in Inghilterra nacque il capitalismo. Inoltre si cominciarono a spezzare i legami tra moneta e beni reali, dando vita alle prime bolle speculative della storia

01.12.2009 - Adrian Pabst
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Questo anno ricorre il cinquecentesimo anniversario dell’ascesa di Enrico VIII al trono di Inghilterra. Secondo l’opinione di alcuni, il turbolento governo esercitato da Enrico spogliò il cattolicesimo corrotto del potere e delle ricchezze a vantaggio della Chiesa d’Inghilterra (della quale si era proclamato capo supremo) e dei suoi uomini liberi.

 

In realtà, l’interruzione dei rapporti con Roma e la soppressione dei monasteri nel Paese tolsero di mezzo i pilastri chiave che resistevano al potere del nazionalismo, dell’assolutismo e del capitalismo. Questo momento-chiave della storia ha in serbo lezioni di grande interesse per la religione, la politica e l’economia di oggi.

L’Inghilterra cessò di far parte di un impero medievale immenso, che si estendeva nell’Europa al di qua e al di là della Manica, e diventò invece uno Stato nazionale indipendente, sovrano, libero dalla “autorità di qualsiasi potentato straniero” – soprattutto dal Papa. Se mai si fosse perplessi circa le origini dell’euroscetticismo inglese, la risposta andrebbe cercata nella Riforma Protestante.

È evidente che la storia non finisce qui. La soppressione brutale dei monasteri nella seconda metà del decennio che partì nel 1530 consolidò l’assolutismo monarchico, creando le condizioni ottimali per la nascita del capitalismo. Cedendo le terre espropriate ai baroni in cambio del loro sostegno politico, Enrico non solo rese più forte la Corona rispetto alla Chiesa. Egli anche indebolì e distrusse la diffusa rete di ordini monastici che dal tempo della Conquista Normanna avevano aiutato a creare e sostenere il complesso sistema di associazioni intermedie che tendevano ad attenuare il potere centrale e a mediare fra gli individui e lo Stato, come realtà locali, corporazioni e comunità rurali.

Eliminando i monasteri e spezzando i legami con il papato, Enrico istituì il potere monarchico verticale attuando un controllo fiscale e un potere militare senza precedenti e gettando le basi di quel suo avventurismo in politica estera che in seguito isolò l’Inghilterra dal resto dell’Europa. Non c’è da meravigliarsi se Charles Dickens descrive il governo di Enrico come “una macchia di sangue e grasso sulla storia d’Inghilterra”.

La soppressione dei monasteri durante il regno di Enrico VIII e di suo figlio Edoardo VI portò a una cruciale ridistribuzione di un quarto della ricchezza nazionale a danno dei contadini. La dotazione dei monasteri, incluse le proprietà terriere, fu trasferita a una nuova corte, denominata “Court of Augmentations” e che rappresenta una specie di precursore dei quangos (quasi non-governmental organisations, cioè organizzazioni cui il governo ha devoluto un potere), responsabile appunto dell’espropriazione dei monasteri.

L’effetto fu triplice: eliminare la funzione sociale ed educativa degli ordini monastici, convogliare le ricchezze e le entrate nelle casse della Corona e concentrare la proprietà terriera nelle mani della nobiltà, dei magnati locali e della nuova “gentry” (piccola nobiltà) che veniva così dotata di terre. L’Inghilterra deve la centralizzazione del potere e delle ricchezze al suo figlio Enrico Tudor, la cui discutibile eredità è stata difesa con convinzione dalla Thatcher e dal suo successore Blair.

In seguito anche alla confisca forzata delle terre dei liberi proprietari agricoli per mano dei signori feudali durante il cosiddetto “enclosure movement” (recinzione dei campi comuni per destinarli all’allevamento, particolarmente delle pecore) nel corso di tutto il XVI secolo, la terra smise di essere una proprietà comune e diventò privatizzata.

 

Tale processo di “accumulazione primitiva” diede luogo a un’eccedenza di ricchezza che fu utilizzata per speculazioni finanziarie all’estero. Le classi dirigenti dirottarono le risorse al fine di aumentare le proprie ricchezze e il proprio potere. In questo modo, la perenne santità della vita e della terra fu subordinata alla sacralità secolare dello Stato nazionale e del mercato soprannazionale. Così è nato il capitalismo. Paradossalmente, la ricerca di Enrico della sovranità nazionale rese l’Inghilterra dipendente dai mercati esteri come mai in passato.

 

Per contrasto, altrove in Europa il papato e i monasteri continuarono a costituire un contrappeso rispetto ai monarchi secolari nazionali e ai loro vassalli. In tal modo, la Chiesa ritardò l’avvento del capitalismo. Nonostante la diffusa corruzione e inefficienza, gli ordini monastici conservarono un ampio spazio governato non dalla logica secolare della mercificazione e del profitto speculativo, bensì dall’imperativo religioso di sostenere le realtà locali e di praticare la carità.

 

Tutto ciò è importante oggi perché mostra che il capitalismo rafforza la sperequazione nei patrimoni su cui si fonda. Espropriazione e “accumulo primitivo” non sono un fatto eccezionale, bensì meccanismi ricorrenti per continuare a generare eccedenze di capitale, in quanto il valore monetario nominale delle attività diventa sempre più scollegato dal sottostante valore di beni e servizi reali. Questo fenomeno è noto come bolle speculative e porta alle conseguenze catastrofiche che ora ben conosciamo.

 

Le azioni di Enrico VIII mostrano anche che l’assolutismo secolare e il capitalismo difficilmente sono fattori di libertà individuale e prosperità per tutti. Abolendo l’opera di mediazione della Chiesa e di altre istituzioni associative, lo Stato centralizzato e il libero mercato hanno finito per associarsi a spese della società civile, le comunità locali e il benessere individuale.

 

In quest’ottica, il compito di chi è impegnato alla ricerca di un bene comune al quale ognuno possa prender parte, è costruire un nuovo sistema sociale ed economico che superi i vecchi confini tra il puramente religioso e l’esclusivamente secolare.

 

Proprio a causa della sua posizione privilegiata, la Chiesa d’Inghilterra ha il dovere di mettersi alla guida del dibattito sulla ridistribuzione delle attività, sui prezzi giusti, sui salari equi e su una cultura politica che unisca la libertà con la giustizia e l’eguaglianza dei diritti con una gerarchia di valori. La sacralità dello Stato e del mercato devono essere reinseriti in una società che difenda e sostenga la santità della vita e della terra.

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