DIBATTITO/ Pelanda: così le regole dell’Ue ci stanno impoverendo tutti

- int. Carlo Pelanda

Il fantasma di un default della Grecia, dopo le rassicurazioni di Angela Merkel, sembra definitivamente allontanato. Ma la politica monetaria europea apre una serie di interrogativi ai quali occorre dare una risposta. Ilsussidiario.net ne ha parlato con Carlo Pelanda

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Il fantasma di un default della Grecia, dopo le rassicurazioni di Angela Merkel, sembra definitivamente allontanato. Prova ne è che di Atene, del suo rating declassato, della sua difficoltà ad onorare il debito e del suo bisogno di elaborare subito un programma credibile di sviluppo non si parla quasi più. E il caso-Grecia è pian piano scivolato fuori dalle cronache. Dunque capitolo chiuso? Niente affatto: perché ora è la politica monetaria europea che apre una serie di interrogativi ai quali bisognerebbe dare una risposta. Ne va della tenuta dell’euro e delle istituzioni dell’Europa unita. Da quasi 15 anni Carlo Pelanda è una delle voci che in Italia si sforzano di gettar luce sui problemi di solidità dell’architettura euromonetaria.

Lei è favorevole alla stabilità finanziaria globale ottenuta attraverso la creazione di aree monetarie integrate, alla fine convergenti in un’unica moneta mondiale, ma pochi come lei hanno “sparato” contro l’euro, che è uno di questi passi integrativi da lei auspicati. Perché?

Ho sparato contro le modalità con cui l’euro è stato fatto e non certo contro l’idea di moneta unica europea. Le mie prime perplessità nacquero nel 1993 quando, nel luogo di osservazione privilegiato di consigliere del ministro degli Esteri Andreatta (durante il governo Ciampi, ndr) osservavo che la Francia stava cercando disperatamente di bloccare il riemergere della Germania come potere unico europeo ed aveva scelto la soluzione di toglierle il marco come strumento di potenza. L’agenda di realizzazione era ancora sfumata, ma subito espressi dei dubbi. Due in particolare.

Quali?

Il primo, il tentativo di europeizzare la Germania per ingabbiarla avrebbe comportato la germanizzazione dell’Europa; il secondo, l’unione monetaria implicava, prima, un cambio di modello economico per gli Stati europei, per dare loro più capacità di crescita – oltre che di disciplina -, altrimenti avrebbero subito un impoverimento. In altri termini: la Germania avrebbe rinunciato al marco solo se l’euro sarebbe stato come il marco stesso, inapplicabile agli altri. Quando nel 1996 vidi che Francia e Germania decisero di realizzare l’unione monetaria mi venne un colpo. Questi sono matti, dissi e scrissi.

Proprio lei scrisse che «un’unione monetaria fatta costruendo prima il tetto e poi i muri non avrebbe funzionato o avrebbe costretto ad impoverimenti delle nazioni per reggerla». Esattamente cosa è stato fatto male?

Nel modello dell’euro – che chiamo l’“automa di Amsterdam” perché lì fu concepito nel 1997 – le nazioni cedono sovranità economica (bilancio e cambio) ad un agente europeo senza riceverne indietro abbastanza per gestire con la giusta flessibilità i propri problemi, strutturali e contingenti specifici. Questa è la causa esterna dell’impoverimento per molte euronazioni. 

Un esempio?

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La regola europea corrente impedisce ad una nazione di andare in deficit oltre una data soglia per ogni anno. Ciò impedisce detassazioni stimolative che richiedono deficit temporanei anche rilevanti per tre o cinque anni prima del riequilibrio di bilancio, cioè prima che la maggior crescita dia più gettito pur a tasse diminuite. La stabilità della moneta è ottenuta a scapito della crescita. Matti, appunto. 

 

Qualche anno fa sul Foglio lei riferì di una conversazione con Karl Otto Pohl, ex banchiere centrale tedesco, che temeva proprio in questi anni l’uscita di Italia, Spagna, Grecia, Portogallo ed altri paesi dall’euro, per la combinazione di indisciplina nazionale e regime troppo rigido degli europarametri…

 

Era un timore che grazie al cielo non si realizzerà a breve, ma che senza cambiamenti diventerà un rischio crescente.

 

Soluzioni?

 

Non solo bilanciamento per dare più flessibilità alle nazioni, ma anche vera europeizzazione. Un esempio. L’Italia ha mantenuto la sovranità sul debito, ma l’ha ceduta sui mezzi per ripagarlo. Così moriremo noi e l’euro. Se, invece, il debito delle nazioni fosse impacchettato in un unico contenitore garantito dalla Ue, il suo costo di servizio – cioè gli interessi – e di rifinanziamento sarebbe unico e più basso per le nazioni inguaiate, così aiutandole.

 

Invece adesso?

 

Debiti nella stessa moneta, ma con rating diverso. Non ha senso, anche perché se un solo debito nazionale va in insolvenza si dissolve l’euro. Per evitarlo, poi, le nazioni interverranno a sostegno di quella nei guai. Tanto vale consolidare il debito complessivo europeo trasferendolo tutto in un solo contenitore, consolidandolo.

 

Ci sono soluzioni, dunque?

 

Certo, bisogna andare avanti. Ci riusciremo applicando all’eurosistema un nuovo modello, in generale, per l’architettura, quello del bilanciamento delle sovranità economiche elaborato da Paolo Savona e da me. Quando nel 2001 uscì il libro che lo invocava (Sovranità & ricchezza, ndr) ci guardarono come marziani. Ora molti lo stanno recuperando dagli archivi. Ma chieda a Savona che lo sta aggiornando.    

 

 

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