FAMIGLIA/ Campiglio: smascherate le false accuse degli economisti alla Giavazzi

- Luigi Campiglio

Nel loro libro “L’Italia fatta in casa” gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino propongono un bilancio dei costi e dei benefici generati dalla famiglia italiana, sulla base dell’approccio che considera la famiglia come nucleo di individui distinti, ma fra loro interconnessi. L’analisi di LUIGI CAMPIGLIO

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Foto Imagoeconomica

Nel loro libro “L’Italia fatta in casa” gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino propongono un bilancio dei costi e dei benefici generati dalla famiglia italiana, sulla base dell’approccio economico oggi prevalente, cioè la famiglia intesa come nucleo di individui distinti, ma fra loro interconnessi.

Gli autori individuano nella riduzione delle tasse sul reddito per le donne lo strumento centrale che può restituire loro autonomia economica e spazi di libertà nell’ambito della famiglia: si favorirebbe in tal modo un riequilibrio dell’eccessivo carico di lavoro sulle spalle delle donne – fuori e dentro casa – nonché, con una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, un aumento del Pil del paese.

Sul piano fiscale l’obiettivo è, coerentemente, l’equità fiscale fra i coniugi, piuttosto che l’equità fiscale fra le famiglie, come avverrebbe con il quoziente familiare: infine, se la famiglia è in grado di fornire “sicurezza sociale” ai suoi componenti essa è anche un soggetto che frena la mobilità sociale. La questione centrale è, non casualmente, cosa si debba intendere per famiglia e in particolare il ruolo che gli affetti hanno nell’amalgamare preferenze economiche e personali, secondo una logica di “ragionevolezza” analoga alla razionalità delle scelte collettive.

L’evidenza empirica che emerge da un’indagine Istat del 2003 sulla “Vita di coppia” suggerisce un quadro che merita di essere approfondito rispetto a quello proposto nel libro.
Per misurare “il potere dei mariti” nel libro si osserva che “solo il 17,5% delle donne coniugate ha un conto corrente personale (contro il 50% delle non coniugate)”, mentre dalla medesima tabella del volume Istat risulta che il 50% delle donne ha anche un conto corrente cointestato, come è ragionevole attendersi se le decisioni vengono “amalgamate”, e quindi prese insieme. E infatti il 61% delle coppie dichiara di avere un uguale peso nella gestione dei risparmi, senza alcuna apprezzabile differenza fra Nord e Sud.

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Ciò che colpisce di questa indagine sul campo è l’ampiezza delle decisioni – spesso delicate, come l’educazione dei figli – in cui entrambi i componenti della coppia dichiarano di avere uguale peso, quando il peso non è maggiore da parte delle donne, sia coniugate che non.
La medesima indagine conferma invece come la soddisfazione per la suddivisione del lavoro domestico, e il suo corrispettivo carico, sia un problema di potenziale disaccordo della coppia, che pare tuttavia legato in modo significativo all’età della donna.

Forse ciò è il segnale di un mutamento generazionale in corso e/o delle diverse condizioni abitative e familiari della coppia.
L’eccessivo costo delle case per le giovani famiglie pare il vero ostacolo per l’uscita dalla famiglia di origine, piuttosto che un eccesso di “welfare familiare”. La questione della suddivisione del carico di lavoro familiare all’interno della famiglia italiana è una questione reale, specialmente nel confronto con gli altri paesi, ma vi è ragione di ritenere che sia anche in via di miglioramento, attraverso il dialogo e la ragionevolezza del rapporto di coppia piuttosto che sul piano puramente economico.

Gli autori considerano infine “debole” la questione dell’esistenza di reali opportunità per la donna che intenda lavorare: ma è difficile conciliare questa valutazione con la realtà italiana. Il tasso di occupazione dei maschi in età di lavoro (15-64 anni) è al Nord del 76,3% nel 2007, mentre nel Mezzogiorno è più basso, e pari al 62,2%: per le donne i corrispondenti tassi di occupazioni registrano un divario più accentuato, pari al 56,8% al Nord e il 31,1% nel Mezzogiorno (fonte Istat).

Per i maschi il tasso di occupazione in Italia è pari al 70,8%, rispetto alla Francia con il 69,4% mentre per le donne è del 47,5% in Italia (41,5 nel 2000) rispetto al 60,4% in Francia (dati 2008, Banca d’Italia).
Se la questione centrale diventa l’opportunità di lavoro delle donne nel Mezzogiorno, come questi dati suggeriscono, e delle quali una parte è già coinvolta in un’area di sommerso difficile da rilevare, allora l’efficacia di una riduzione dell’imposta sui redditi da lavoro diventa molto più problematica.

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