RIPRESA/ La lezione moderna di Michelin

- Graziano Tarantini

«La mia prima reazione è quella di chiedermi: “Che cosa si può fare per rimettere in equilibrio questo paese?”». In questa semplice frase di François Michelin Graziano Tarantini riscopre il senso di chi vuole e può ricostruire partendo dal tentativo degli uomini e delle donne di buona volontà

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Ci stiamo abituando ai bollettini quotidiani sulla crisi registrata dalla crescita delle ore di cassa integrazione come non si verificava da anni. Si rincorrono e altrettanto velocemente si smentiscono le previsioni sulla durata della recessione. Quel che è certo è che è del tutto impossibile dire cosa succederà. Se dunque la crisi sta scuotendo dalle fondamenta un sistema che davamo per assodato, può però costituire una grande occasione di cambiamento.

In questi giorni mi è capitato di rileggere alcune interviste a François Michelin, il vecchio patron del gruppo industriale omonimo, leader mondiale nella produzione di pneumatici. Oggi ha 82 anni, da tempo ha lasciato la guida operativa del gruppo dove ha trascorso cinquant’anni della sua vita, entrando giovanissimo in fabbrica e imparando a lavorare usando le mani. Sarei curioso di sapere come vede il momento che stiamo attraversando.

I pneumatici Michelin oggi sono in tutto il mondo e dalle parole del vecchio François traspare anzitutto un grandissimo rispetto e un profondo attaccamento alla concretezza della realtà. Al punto da preferire al termine “impresa” quello di “fabbrica” perché «evoca le macchine, i prodotti e soprattutto gli uomini e le donne che costituiscono il personale, i clienti e gli azionisti».

E fabbricare «è l’atto essenziale che consiste nel prendere della materia bruta per farne un oggetto vendibile. È un atto nobile, per fabbricare occorre conoscere a fondo la natura della materia che si lavora. Bisogna amarla». Un’aderenza e un amore alla realtà che tanti imprenditori potrebbero testimoniare ma che forse per troppo tempo sono stati considerati fattori irrilevanti dal punto di vista economico.

Invece adesso nel momento in cui vengono meno modelli di sviluppo che ritenevamo proiettati verso un progresso inarrestabile, basati su un’economia troppo virtuale, ci si scopre improvvisamente senza più solidi punti di riferimento. Da qui l’urgenza di ricominciare daccapo.

È illuminante un episodio sulla sua esperienza lavorativa raccontato da Michelin. «Quando sono arrivato in fabbrica il mio responsabile era una persona molto più anziana di me, un ingegnere molto qualificato, entrato in fabbrica molti anni prima come operaio, una persona che, tra l’altro, ha inventato lo pneumatico radiale. La prima cosa che mi disse fu: “Signor François, se lei non ama lo pneumatico, se ne può andare anche subito!”, e aggiunse: “È perché amo lo pneumatico che sono riuscito a vincere molte difficoltà”. Questo vuol dire che se uno ama e ha la passione per il lavoro che sta facendo, tutte le difficoltà avranno un senso e diventeranno un’occasione di progresso. Tutte le grandi scoperte e invenzioni nel mondo sono state generate dal fatto che c’era qualcosa che non funzionava o che funzionava in modo insufficiente».

In questi tempi di crisi il dibattito sembra concentrato sulla necessità di aiuti di Stato per rimettere in moto l’economia. Sia a livello nazionale che locale l’attenzione sembra polarizzata sugli interventi che la mano pubblica potrebbe mettere in campo quasi che da questi dipendesse la soluzione di tutti i nostri problemi. Oltre a sottovalutare l’impatto deleterio sul debito pubblico si rischia solo di riprodurre una forma di assistenzialismo che già nel passato si è rivelata dannosa per il paese, con la certezza che i problemi di oggi si ripresenteranno dopo un po’ ingigantiti.

In realtà, e lo sanno bene tanti piccoli imprenditori, c’è da rimboccarsi le maniche e ripartire da un amore e da una passione per il proprio lavoro. A chi gli chiede se di fronte agli ostacoli non abbia mai avuto la tentazione di vendere l’azienda Michelin risponde: «No, la mia prima reazione è quella di chiedermi: “Che cosa si può fare per rimettere in equilibrio questo paese? E poi, come vuole che io abbandoni il mondo della fabbrica?”. Quando ci si rende conto di tutto ciò che c’è di umano nello sguardo degli uomini e delle donne che lavorano nella fabbrica, non ci si pone questo genere di domande».

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