RETI/ La lezione di Fiat e Alitalia per dare un futuro a Telecom

Telecom dice che non svilupperà il progetto Ngn perché non esiste ancora la domanda di servizi che necessitano di una banda di trasmissione così ampia. Ma il governo deve intervenire, anche se la rete è privata, perché è di interesse di tutti e ne va dello sviluppo del paese

19.02.2009 - Marco Cobianchi
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Quando, in Italia, si invoca l’interesse pubblico, i puristi del mercato gridano allo scandalo. Sono gli stessi che hanno sostenuto la necessità che la mano pubblica non intervenisse per lenire gli effetti della crisi finanziaria lasciando, ad esempio, che le banche in difficoltà fallissero tutte. Per fortuna i politici non li sono stati a sentire. Esistono, infatti, delle ragioni sociali che le ragioni delle teorie economiche non possono capire. Una di queste è, appunto, l’interesse pubblico che consiste nel riconoscere che esistono degli asset e delle attività che devono rispondere agli interessi nazionali prima che a quelli privati, pur essendo gli asset e le attività gestite da soggetti privati. L’approvvigionamento di gas e petrolio, per fare un esempio, viene assicurato da una società privata, l’Eni, alla quale non è concesso cambiare core business, magari più remunerativo per gli azionisti, se questo mettesse in dubbio la capacità dell’Italia di avere la materia prima per far marciare le sue imprese.

Il dibattito intorno alla rete di telecomunicazioni di Telecom Italia ha, perciò, qualcosa di surreale. La rete appartiene a una società privata al 100% che non svilupperà mai il progetto Ngn (Next Generation Network) a causa del proprio indebitamento frutto delle scorrerie dei precedenti proprietari. E non lo svilupperà, sostiene l’azienda, perché non esiste ancora la domanda di servizi che necessitano di una banda di trasmissione così ampia.

Come dovrebbe comportarsi un governo in questa situazione? Aspettare che Telecom abbia le risorse per procedere stabilendo, lei, che il Paese ha bisogno della Ngn, oppure dovrebbe intervenire? Credo che dovrebbe intervenire, subito, con determinazione e in modo risoluto agevolando lo scorporo della rete e la sua quotazione in borsa in modo che dal mercato, visto che Telecom non le ha, arrivino quelle risorse necessarie per varare uno (almeno uno) dei grandi progetti infrastrutturali di cui il paese ha disperato bisogno.

Ciò che, soprattutto ora, occorre che il governo abbia come obiettivo è quello, come direbbe la Merkel, che le fabbriche non chiudano. In questo momento di vera e propria emergenza nazionale, lasciare che chiudano (per riaprire quando?) le aziende fornitrici di Telecom avrebbe costi sociali che non possiamo permetterci. Che poi queste aziende siano costretta a chiudere per la mancanza di commesse a causa di un indebitamento di Telecom realizzato scaricandovi sopra il debito contratto dai suoi scalatori sarebbe davvero paradossale.

È vero che la rete è privata, così come l’acqua, in molti comuni italiani, è privata. Ma quando manca l’acqua il potere politico non può non intervenire per tutelare l’interesse di tutti i cittadini. Se si lasciasse fare a Telecom quello che Telecom non è in grado di fare si farebbe perdere al Paese l’ennesima occasione per diffondere l’uso capillare e intensivo della rete (ne abbiamo già persa una con la demenziale gestione della tecnologia wi-fi) senza la quale, è intuitivo, la domanda dei nuovi servizi non nascerà mai. Oppure si dica, senza ipocrisie, che sono gli spagnoli di Telefonica ad impedire l’operazione di scorporo e che i soci italiani non hanno nessuna voglia e nessun interesse per contraddirli.



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