USA/ Il “nuovo mercato” di Obama sfida Wall Street

- Gianni Credit

Da oggi in poi c’è, sempre di più e definitivamente, la politica del presidente, contro il quale da un mese Wall Street combatte una guerra sorda: a colpi di ribassi del Dow Jones o di pre-annunci di terrificanti tagli occupazionali

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Foto Imagoeconomica

Il discorso di Barack Obama al Congresso, il primo da Presidente, non ha portato novità dirompenti nella costruzione dell’exit strategy dalla crisi finanziaria. Ha confermato che la strategia “rooseveltiana” di sostegno pubblico a un’economia dissestata dal collasso di Wall Street continuerà a suon di aiuti pubblici e che, in particolare, «i risparmi degli americani non hanno nulla da temere».

 

Ma Obama non ha fatto un solo passo indietro neppure dalla linea – che solo detrattori interessati possono tacciare di populismo demagogico – di severità verso l’establishment finanziario e industriale che ha condotto gli Usa sull’orlo di una Grande Depressione-2.

Su questo versante il “no news” di Obama è davvero una cattiva notizia per Wall Street: forse peggiore della conferma che Citigroup verrà temporaneamente nazionalizzata. E non è un caso che a parlarne ai “media” sia stato David Axelrod, il capo della campagna elettorale di Obama, divenuto ora primo consigliere politico della Casa Bianca.

L’intervento in Citigroup non è dunque un’operazione tecnica, ma una scelta politica di primo livello. Quando Axelrod cita il Tesoro e la Fed, è chiaro che si riferisce a due “bracci” dell’amministrazione, non alla “mente” che la concepisce e la propone al Parlamento e alla nazione. Quindi: niente più “piani Paulson” e neppure “piani Geithner”, pensati tra i tecnocrati di Tesoro e Fed come aggiustamenti di pur gravi “incidenti di percorso”.

Da oggi in poi c’è, sempre di più e definitivamente, la politica del presidente, contro il quale da un mese Wall Street (ma anche i colossi dell’auto di Detroit) combattono una guerra sorda: a colpi di ribassi del Dow Jones o di pre-annunci di terrificanti tagli occupazionali.

Obama, ieri sera, è parso voler soprattutto resistere alle pressioni di un establishment che vorrebbe restare a gestire i giganteschi aiuti pubblici al settore finanziario e i piani di stimolo all’industria e alle famiglie. Dando credito alla “rabbia della gente” e citando il caso del banchiere di Miami che ha diviso il suo bonus con i dipendenti, il presidente ha riaffermato il ritorno del primato della politica – segnato democraticamente dalla sua stessa elezione lo scorso novembre – nei confronti di un mercato che – ha detto ieri pessimisticamente il presidente della Fed Ben Bernanke – non offre reali prospettive di ripresa se non fra tre anni.

Se l’ottimismo nuovamente professato ieri sera da Obama appare parecchio volontaristico (ma il personaggio è costruito così), l’intervento pubblico diretto in Citigroup (ma probabilmente poi anche in Bank of America) segna una rottura politica forte.

I banchieri di Wall Street, stretti nell’angolo, lanciano gli ultimi anatemi: Obama ucciderà il libero mercato e quindi sviluppo, benessere e fors’anche la democrazia. Obama stanotte ha detto che invece vuole ricostruire un mercato «civile», con pari opportunità di sviluppo e di benessere, ucciso dai banchieri di Wall Street. Non sappiamo come andrà a finire, ma le carte sul tavolo ora sono state distribuite.

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