ECONOMIA REALE/ 5. Il Made in Italy a lezione da san Francesco e Marco Aurelio

- La Redazione

Ilsussidiario.net prosegue il suo viaggio nell’economia reale del nostro paese, andando alla ricerca di imprenditori che, per la loro originalità e inventiva, sono un fiore all’occhiello del Made in Italy. È il caso della Brunello Cucinelli Spa, azienda leader nella produzione di capi in cashmere

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A prima vista non sembra proprio di parlare con un imprenditore. Perché Brunello Cucinelli, quando parla della sua azienda, non lo fa nei soliti termini di core business, fatturato, crisi congiunturale, calo degli ordini, partner, fornitori, concorrenti. Ma citando san Francesco e Marco Aurelio. E potrebbe capitare di non riuscire a riconoscere l’azienda, perché non si deve cercare un capannone industriale, ma occorre andare, semplicemente, nell’antico borgo di Solomeo, in provincia di Perugia. Perché l’azienda è proprio quella, cioè il borgo: «un luogo di vita esemplare – spiega Cucinelli – in cui lavorare fosse più umano, per tutti». La Brunello Cucinelli Spa, azienda leader mondiale nella produzione di capi d’abbigliamento in cashmere, la crisi non sa che cosa sia. Lo dicono i numeri: 430 addetti, 640 mila capi prodotti nel 2006 e 880 mila nel 2008, un giro d’affari di 145 milioni di euro per un incremento del 21 per cento rispetto all’anno precedente e un più 32 per cento del 2007 sul 2006. il 62 per cento del fatturato che viene dai mercati esteri. Merito dei “maestri di umanità” ai quali non cessa d’ispirarsi Cucinelli? «Dopo il crollo di Lehman Brothers – dice Cucinelli a ilsussidiario.net – ho detto ai miei dipendenti che noi non potevamo far nulla contro i disastri che erano e sarebbero capitati, ma una cosa potevamo fare, essere diversi dagli altri: puntare tutto sulla creatività, dal prodotto ai rapporti umani. Se miglioriamo la nostra umanità, crescerà anche il prodotto».

Quando ha iniziato a fare l’imprenditore?

È stato nel 1978. Io sono figlio di contadini, fino a quindici anni siamo rimasti in campagna, poi con la famiglia ci siamo trasferiti in città. Sono diventato geometra e mi sono iscritto all’università, ma in tre anni ho fatto un solo esame. Erano gli anni ’70. Mi dissi che quell’esperienza era conclusa e decisi di cominciarne un’altra. Mi misi a fare maglie.

Qual è l’intuizione che le ha permesso di lanciare con successo la sua attività?

A venticinque anni ebbi un’idea, innovativa per l’epoca. Come sempre per fare qualcosa ci vuole un’idea un po’ particolare, no? Decisi di fare un pullover di cashmere da donna, colorato, di forma nuova. Fino ad allora l’indumento di cashmere aveva forme molto più tradizionali ed era prettamente maschile. Questa, direi, è stata l’idea discriminante sotto il profilo industriale. Dopo, quando l’azienda è cresciuta, l’idea è stata quella di realizzare tutto questo in una atmosfera di vita particolare, in un vecchio borgo del XIII secolo, ristrutturato a spese dell’azienda. Un luogo di vita esemplare.

Il sito web di Brunello Cucinelli si apre con una frase di Dostoevskij: “Il bello ci salverà”. Perché?

In casa mia i miei genitori andavano molto d’accordo, c’era una bella atmosfera di vita, ma tutto cambiò quando andammo ad abitare in città e mio padre, che fino ad allora aveva fatto il contadino, andò a lavorare in fabbrica. La sera tornava che non era più lo stesso. Era dispiaciuto dal fatto che qualcuno in fabbrica lo offendesse. E si chiedeva: che cosa ho fatto io a Dio per essere offeso e maltrattato? Da lì è scaturito qualcosa che mi ha fatto dire: qualunque cosa io farò nella vita, voglio farla in modo da rendere il lavoro dell’uomo più umano. Ecco, questo è stato il mio grande sogno.

È uno sforzo grande quanto la storia dell’uomo. Cos’ha voluto dire, per lei?

Far lavorare le persone in un ambiente diverso più bello. Fare in modo che i ragazzi della mia azienda potessero avere uno stipendio mediamente più elevato, stessero meglio, potessero pagarsi il mutuo con più facilità. E poi, con una parte dei profitti, fare più bella l’umanità. Come diceva Adriano: “mi sentivo responsabile delle bellezze del mondo”. Dell’impresa che ho fatto mi sento custode, non proprietario.

Una visione “filosofica” dell’impresa. Anomala, non c’è che dire.

Penso che se siamo custodi tutto diventa eterno, perché abbiamo una visione più alta, più bella. Se invece siamo semplici proprietari, viviamo sotto l’ansia di perder tutto e il lavoro diventa molto più duro. È quello che ho imparato dai miei maestri: Alessandro Magno, Socrate, Marco Aurelio, Dante, San Benedetto e San Francesco, Palladio, tanto per citarne alcuni.

Non ci sono economisti tra quelli che ha nominato.

Il grande economista al quale mi ispiro è l’Adam Smith della Teoria dei sentimenti morali. Nella sua Teoria, che io trovo modernissima, dice che “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse”. Dal modo cioè in cui condurranno le loro imprese. È meraviglioso, perché dice che se tra me e lei c’è simpatia, nel mio lavoro io faccio di tutto per renderla più felice e lei lo stesso. Se c’è passione lei è più gioviale, lavora meglio, ha condizioni di vita diverse a casa sua. Questo è quello che io volevo mettere nell’impresa. Voglio avere profitti – vorrei sempre averli, almeno ci provo, non so se ci riuscirò sempre – con etica e dignità.

Lei ha conosciuto don Giussani attraverso i suoi scritti. Il 22 febbraio è stato il quarto anniversario della sua scomparsa. Ricordando una frase di suo padre, don Giussani diceva sempre che “si può stare un giorno senza pane, ma non si può stare un giorno senza bellezza”. Che ne pensa?

Di Giussani mi ha sempre colpito la grandissima umanità. Semplicità, bellezza e verità vanno insieme, no? Ciò che è semplice è bello, ciò che è bello è vero. Chi era Giussani? Una persona bella, vera e semplice, che credeva nella dignità della persona. Quando San Francesco invita Chiara ad andare in convento, le dice: metti l’abito più bello perche devi presentarti davanti a Dio. E quando deve restaurare la chiesa chiama il suo amico architetto francese, perché gli venisse ancor più bella. Se lei lavora in un ambiente più gentile, più umano, bello e sereno, pensi a come sarà il suo lavoro. Lei cambierà, e cambierà in meglio anche il suo lavoro.

È per questo che ha collocato la sua azienda in nell’antico borgo di Solomeo?

Sì. Io ho il piacere di lavorare in un castello del ‘300. Pensiamo a chi lo ha progettato. Non poteva non immaginare, progettandolo, che dopo mille anni qualcuno si fosse seduto nella stanza in cui ora ci troviamo. Dobbiamo ritrovare il valore dell’eternità, il valore della custodia. Perché se uno pensa questo, come diceva Marco Aurelio, allora può anche pensare che domani sarà l’ultimo giorno della vita.

In lei non ci sono le normali preoccupazioni degli imprenditori per la situazione difficile che l’economia sta attraversando, per il calo della domanda, per la difficoltà di avere prestiti dalle banche, e via dicendo?

Sì, certamente. Ma ho una visione diversa, non mi interessa “rompere la testa” al mio concorrente. Questa crisi, lei dice. Io non la chiamo crisi e non la considero una crisi. Trovo invece che sia un “rimodellarsi” dell’umanità. Pensiamo a quello che il Nuovo mondo, nel XVI secolo, ha rappresentato per l’Europa, quando ne ha rotto i vecchi equilibri di produzione. Il momento in cui viviamo è esattamente identico a questo. Si affacciano indiani, cinesi, brasiliani; cambiano le regole del mondo e dobbiamo saperci adeguare.

Non li teme sapendo bene che, per ora, nessuno di quelli che mi ha citato è in grado di lavorare il cashmere come lei.

Intanto penso che in ogni parte del mondo ci sia una specificità. Il cashmere viene dal Gobi, da una delle zone più aspre del mondo. Solo lì, a 40 gradi sotto zero, ci sono le capre che danno fibra di qualità assoluta e solo lì ci sono le persone in gradi di allevarle. Qualche giorno fa qualcuno mi ha telefonato perché voleva riprodurle in Chianti. Non l’ho trattato male solo perla mia personale cortesia, dicendogli che per gli altri ci vuole rispetto.

Cosa pensa del periodo in cui viviamo?

Dal punto di vista economico, etico e civile arriviamo da un ventennio che non mi è piaciuto. Viceversa ci stiamo affacciando ad un periodo che io vedo come l’arrivo del secolo d’oro. Guardi le trasformazioni, quello che sta succedendo nel mondo. Io vado in Cina da venticinque anni, ho visto cinesi vivere in condizioni tremende, che lei può immaginare solo dai libri; ora io, e con me tanti altri, abbiamo portato i cinesi a vivere in una condizione di vita diversa. Centinaia di migliaia di persone stanno uscendo dalla povertà. Si aprono cinquanta, cento anni di sviluppo.

Non si è mai sentito dire che lei vede solo opportunità e non criticità?

Come diceva Marco Aurelio, “io lavoro per il mio sovrano popolo romano”. Se noi prendiamo ciò che abbiamo ogni giorno, cioè se ci diamo pace, se siamo realmente custodi, tutto diventa più eterno e più semplice. Dobbiamo tornare a mettere in pratica i sentimenti morali. Vede, io e lei domattina dobbiamo andare al lavoro, produrre, essere geniali, creativi. Ma se lo facciamo in modo più umano, noi stessi possiamo diventare migliori.

Lei ha finalmente trovato l’incontro tra l’economia che scommette sul profitto e quella che dà valore all’uomo.

Io non posso alterare il dollaro, lo yen e il prezzo del petrolio, siamo d’accordo, no? In azienda abbiamo sempre fatto un’assemblea tra tutti i dipendenti ogni due mesi, ma ultimamente ci siamo riuniti ogni mese. E in quella successiva al crollo di Lehman Brothers ho detto che noi non potevamo far nulla contro i disastri che erano e sarebbero capitati, ma una cosa potevamo fare, essere diversi dagli altri: puntare tutto sulla creatività, dal prodotto ai rapporti umani. Se miglioriamo la nostra umanità, crescerà anche il prodotto.

“Dobbiamo tornare a mettere in pratica i sentimenti morali”, ha detto. Per un imprenditore cosa significa?

Noi abbiamo 970 rivenditori nel mondo e io, ai primi di gennaio, ho inviato a tutti una lettera personale in cui ho detto: abbiamo lavorato insieme, sappi da oggi che io sono vicino a te come lo ero ieri. Mi hanno risposto quasi tutti. Il presidente della più grande compagnia americana che distribuisce Cucinelli mi ha scritto: “è nostro dovere tenere un’azienda come la tua”. È dovere di un mio cliente sostenermi? Se è così, allora io gli devo dare un prodotto di altissimo livello, e con la massima efficienza, ma non basta. Devo fargli sentire che sono vicino a lui, nel rispetto dei grandi ideali che hanno emozionato me, i miei genitori e i miei nonni.

Quali ideali?

I grandi ideali della politica, della famiglia e della religione.

La crisi, si dice, è un’opportunità per rinnovarsi e cambiare. Saper innovare cosa significa per lei?

Noi dobbiamo essere moderni nel prodotto, ma avere l’anima antica, nel rispetto degli ideali e dei grandi sentimenti dell’uomo. Questo è fondamentale. Noi abbiamo persone che hanno una capacità manuale eccezionale, dei veri maestri. Come posso convincere un ragazzo di 23 anni a venire da me a fare il sarto? Creando un luogo di lavoro bello, in cui lavorare è diverso, dove può imparare un mestiere e dove può prendere il 20 per cento in più dello stipendio.

Ha mai avuto problemi con i sindacati in azienda?

 

No, perché io e i miei lavoratori abbiamo sempre risolto i problemi e le controversie tra noi, in cinque minuti.

Lei intende il fare impresa come un’opera educativa?

Sì, ma non in senso “buonista”, paternalistico. Io mi sono ispirato e mi ispiro alla vita benedettina, basata sulla regola e sulla disciplina. Nel mio lavoro sono molto rigoroso, innanzitutto con me stesso e poi con gli altri. Diceva San Benedetto che se devi riprendere qualcuno, egli ti ascolta, ma se lo offendi hai creato un nemico. È quello che ho sempre cercato di evitare.



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