AIUTI DI STATO/ Sapelli: tre buoni motivi per dire di no

- int. Giulio Sapelli

La crisi economica si aggrava e il governo rilancia la cifra degli aiuti: 40 miliardi di euro, che potrebbero salire a 80 miliardi se ai primi si sommeranno i fondi europei e delle regioni. Gli aiuti di Stato appaiono ormai la strada obbligata. Ma non tutti sono d’accordo. VOTA IL SONDAGGIO

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La crisi economica si aggrava e il governo rilancia la cifra degli aiuti: 40 miliardi di euro, che potrebbero salire a 80 miliardi se ai primi si sommeranno i fondi europei e delle regioni. Il premier Silvio Berlusconi ha parlato di interventi strategici mirati per aiutare i settori dell’auto, della componentistica e degli elettrodomestici. Tutto questo all’indomani dell’uscita dei dati riguardanti le immatricolazioni avvenute nel nostro paese il mese scorso, che hanno fatto segnare -33% rispetto a dicembre 2008: in valore assoluto il risultato peggiore dal 1983. Gli aiuti di Stato riscuotono vasto consenso e ormai appaiono come la strada obbligata, o quasi, per tutti i governi, anche fuori d’Europa. C’è però anche chi non è d’accordo. Ilsussidiario.net ne ha parlato con Giulio Sapelli, docente di Storia economica nell’Università di Milano e membro del board della Fondazione Eni Enrico Mattei.

Tutti gli Stati hanno scelto di dare consistenti aiuti alle loro economie. Lei però è sembrato molto critico. Perché?

Perché questa catena di aiuti di Stato crea tre grandi problemi. Il primo è che dà luogo a un sistema di sussidi che se non viene bilanciato a livello globale, cioè se manca un’equiparazione di sussidi – cosa che sembra impossibile – crea inevitabilmente delle asimmetrie competitive. Questo incoraggia il protezionismo, pericolo mortale. Il secondo è che dare aiuti di Stato indebolisce la salute fiscale dei singoli Stati, provocando l’aumento del debito pubblico e quindi dell’inflazione, che va a colpire puntualmente le classi più povere. Terzo, distoglie energie e risorse dall’unico ambito nel quale val la pena di investire: la società civile.

E la società civile come andrebbe sostenuta?

C’è un solo modo: tirandosi su le maniche. E facendo dei sacrifici di reciprocità. Perché l’associazionismo non sono le fondazioni bancarie, che pure fanno cose utili per il not for profit. Nelle tante esperienze di associazionismo mutualistico anche chi è povero, chi è disoccupato,  divide quel che ha per creare cooperative, imprese. E non parlo di imprese sociali.

È una situazione solo nostra?

No. Sono appena stato in India, dove ho avuto modo di constatarlo di persona. È uno Stato che, dopo cinquant’anni di governo da parte di un partito statalista e filo socialista come il partito del Congresso, non ha creato alcun sistema sociale di sostegno. Gli indiani si pagano la scuola perché non esistono scuole gratuite. E non parliamo di sanità. L’ unico welfare che funziona è quello dell’associazionismo indù, di quello musulmano e delle opere fondate da madre Teresa di Calcutta.

Lo Stato deve aiutare le formazioni sociali?

Assolutamente no, perché appena le aiuta le corrompe. Al massimo deve dare facilitazioni fiscali.

Criticando gli aiuti di Stato, sul Corriere Economia, lei ha detto che essi impediscono «quella distruzione creatrice di cui non solo gli Usa, ma tutto il mondo hanno un disperato bisogno in questi tempi di depressione». Che cosa intende dire?

Che ci sono industrie che falliscono per incapacità manageriale o perché producono troppo rispetto alla capacità di assorbimento della domanda. Sono stato troppi  i casi di incompetenza manageriale che gli aiuti di Stato, sulla base del principio too big to fail, applicato sempre con una fretta compiacente, hanno puntualmente contribuito ad alimentare.

Secondo quanto riportato da Repubblica il 3 febbraio, in un’intervista al WSJ Marchionne ha definito l’alleanza con Chrysler «un biglietto della lotteria», che potrebbe non valere nulla se la casa americana non si riprende….

Mi limito a domandare: come si fa a fare una dichiarazione simile dopo aver detto che ci sono 60mila persone che rischiano l’occupazione? Chiederei un commento agli azionisti. Non vorrei che la tragedia di un’esperienza più che ventennale di aiuti di Stato questa volta si trasformasse in farsa.

Fiat però significa anche un gigantesco indotto. Le imprese sono ferme, la domanda è bloccata. Che si fa? Non a caso si è subito detto: aiuti sì, ma all’intero settore.

“Settore auto”? Ma il settore auto di cui stiamo parlando dimostra già di avere chiuso. Allora se ne deve fare un altro, diverso. Perché Toyota negli Usa non ha avuto bisogno di sussidi? Perché sta affrontando la crisi con più coraggio manageriale, con più efficienza, riducendo i costi. Piuttosto che finanziare certi moloch meglio allora dare soldi agli operai con le industrie pubbliche.

Rischiamo di trascurare le tante Pmi che sono l’ossatura del nostro sistema produttivo?

Il problema vero è che in Italia gli aiuti sono sempre andati alla grande industria. È paradossale, per un paese che dice di essere il paese della Pmi… Penso che neanche queste vadano aiutate con fondi pubblici. Finanzierei invece progetti di ricerca e sviluppo, investirei nella creazione di centri di ricerca legati ai distretti industriali, dando soldi all’innovazione di prodotto che viene fatta sul campo.

Non siamo di fronte al solito dilemma: come sostenere la crescita senza intaccare il nostro debito pubblico?

Ma la crescita non va “sostenuta”, perché c’è o non c’è. L’unico sostegno alla crescita è l’investimento in capitale umano, che si costruisce attraverso processi secolari, educativi. Se un paese non ce la fa da solo, non c’è Stato che lo faccia crescere. L’esperienza secolare di aiuti al Sud nel nostro paese dovrebbe averci insegnato qualcosa.

Prima ha citato il rischio di protezionismo. È quello che vorrebbero i lavoratori inglesi, che stanno protestando contro i lavoratori italiani: “English job for English workers”…

È comprensibile, non sono fenomeni nuovi. Ricordiamoci che l’Inghilterra rimane uno dei paesi più classisti del mondo. In momenti di crisi c’è un patriottismo esasperato che torna puntualmente fuori, come è stato all’inizio del secolo scorso. Quanti operai italiani del resto sono stati picchiati dagli operai anarco-sindacalisti francesi che pure dichiaravano “operai di tutto il mondo unitevi”?

Il vertice di Davos ha sancito la buona volontà della Cina di riprendere costruttive relazioni bilaterali con l’Europa. Anche con gli Stati Uniti sembra essersi aperto un capitolo improntato al reciproco interesse in chiave anticrisi.

Un momento. Per prima cosa la nuova amministrazione Obama ha aspramente criticato la politica del tasso dei cambi dello yuan. A questa critica Jiabao, mi pare, non ha risposto. La Cina è una potenza imperialista, con una straordinaria capacità aggressiva: lo ha dimostrato in Tibet, lo ha dimostrato a Taiwan. Il suo scopo è dominare il mondo. Per fortuna per ora non è all’altezza di farlo, nemmeno dal punto di vista economico, e ora è colpita gravemente dalla crisi. Tutti sanno benissimo – governo di Pechino compreso, naturalmente – che se la crescita scende sotto l’8 per cento, uno scontro sociale violentissimo è altamente probabile.

A Davos si è parlato anche di come risanare le banche…

Occorrerà sapersi orientare nelle numerose ipotesi allo studio, che restano tutte da verificare. In questo senso Davos rimarrà nella storia, ma per aver rappresentato il capolinea, sancito e riconosciuto da tutte le potenze mondiali, di come si squaglia una classe che non era dirigente ma dominante, quella che pensava che il mondo si dirige coi soldi e non con gli ideali. La classe dirigente economica “stockoptionista” ha mostrato tutta la sua inconsistenza, perché non si dirigono grandi banche e grandi imprese per fare soldi, senza una virtù civile. Se non altro, ora siamo liberi di reinventarci tutto.



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