NUCLEARE/ Quei 6 mila MW in più che riaprono il mercato

- Silvio Bosetti

L’ambizioso traguardo di avere in Italia nel 2030 tra i 10 ed i 15 mila MW di potenza installata con fonte nucleare fa pensare ad un numero di impianti variabili da 8 a 12. E il modello industriale dei consorzi potrà garantire l’accesso di altri operatori al mercato libero. La partita è tutt’altro che chiusa  VOTA IL SONDAGGIO

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Non più di sei mesi fa nessun operatore internazionale avrebbe mai pensato all’Italia come mercato dell’energia dove realizzare impianti nucleari. Lo stesso operatore che ha annunciato la scorsa settimana l’accordo con Enel, il colosso francese Edf, pur essendo presente in molti paesi di diversi continenti, nella propria politica non aveva mai preso in considerazione i paesi che si erano espressi contro il nucleare. Tra questi indubbiamente l’Italia. Ora invece il vento sembra cambiato, e ne conseguono i primi posizionamenti delle grandi Utilities europee, quella mezza dozzina di operatori che già gestiscono impianti di questa tecnologia.

L’accordo citato mette sicuramente l’Enel in una posizione di favore, ma non sarà un percorso semplice e rapido. Occorreranno norme e controlli, definizioni dei siti, adeguamenti della rete di trasporto nazionale da parte di Terna, progetti strutturati e coordinati. Occorrerà sicuramente, gli operatori lo sanno bene, la disponibilità finanziaria, vista la dimensione economica ragguardevole.

In questo scenario si stanno predisponendo le prime regole, senza tralasciare di annotare il fatto che ormai ci si muove in un mercato “libero”. Come garantire che ci sia una pluralità di soggetti in grado di produrre o accedere all’energia prodotta da questi impianti?

Se si immagina l’ambizioso traguardo di avere nel 2030 tra i 10 ed i 15 mila MW di potenza installata con fonte nucleare, si deve pensare ad un numero di impianti variabili da 8 a 12. Chi ne sarà il proprietario e chi ne beneficerà in termini di energia? In questo senso il modello industriale dei consorzi potrà risolvere in parte il rispetto della competizione e dell’accesso a questo mercato.

Sono detti consorzi orizzontali quelli tra soli produttori: ciascuno ritira la quota parte di energia proporzionale alla quota di partecipazione alla società o secondo i patti tra gli azionisti stessi. I consorzi verticali invece sono caratterizzati, oltre che dai produttori, anche dall’ampia presenza dei grandi consumatori (sovente le associazioni industriali dei settori più energivori, quali le acciaierie, le cartiere, la ceramica).

Nella vicina Svizzera i consorzi tra più operatori sono una realtà consolidata per le quattro centrali attive. Per i consorzi verticali così accade da 30 anni in Finlandia. Il caso TVO vede al suo interno un principale grande produttore, le municipalizzate elettriche del paese, l’associazione delle cartiere e quelle dell’industria del legno: i benefici economici sono ragguardevoli.

Anche qui però la soluzione, per una sua applicabilità in Italia, deve essere approfondita, normata, adeguata secondo gli aspetti di rispetto della concorrenza del mercato (Antitrust) e quello contrattualistico dell’energia (Autorità per l’Energia). Senza dimenticare che la Commissione Europea non mancherà di fare pervenire le proprie osservazioni.

In questo contesto consortile si muove con esperienza la tedesca E.on, che proprio in Finlandia ha costituito lo scorso anno il Consorzio Fennovoima di cui detiene il 35 per cento. E.on ha recentemente fatto capire che guarda all’Italia con interesse. Ma altri si affacciano, altre utilities internazionali potranno giocare un ruolo. E nei consorzi si farà sicuramente spazio anche qualche operatore italiano.



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