CRISI/ Gli affanni del “ceto medio”, oltre le semplificazioni giornalistiche

- Luca Pesenti

I giornali hanno rilanciato la notizia abbastanza clamorosa che il ceto medio non sarebbe in crisi. Ma, come fa notare LUCA PESENTI, i dati cui si riferiscono sono fermi al 2006 e non tengono conto degli ultimi sviluppi della crisi

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Ceto medio in crisi? Probabilmente no. La notizia, sicuramente clamorosa dopo anni di analisi pessimistiche, è apparsa ieri sul principale quotidiano economico italiano. Il Sole 24 Ore ha infatti trionfalmente titolato: “Il ceto medio resiste”. Repubblica, più abituata a vedere la metà vuota del bicchiere, annuncia invece: “Più poveri operai e impiegati”. Prudente infine il Corriere della Sera: “Impiegati e operai penalizzati. Ma la povertà non sale”.

Tutti questi titoli hanno cercato di sintetizzare quanto emerso nell’audizione di Andrea Brandolini, direttore del servizio studi di struttura economica di Bankitalia, alla Commissione Lavoro del Senato. Proviamo allora a fare un po’ di ordine.

I dati commentati durante l’audizione si riferiscono al periodo 1993 – 2006: dunque non sono freschissimi e soprattutto confermano tendenze già ampiamente segnalate da una pluralità di fonti ufficiali. Era già sufficientemente noto, ad esempio, come gli indici di disuguaglianza e di povertà siano rimasti stabili per tutto il periodo 2000-2006, e i dati relativi al 2007 confermano ancora una volta questo trend. Proprio ieri ISTAT ha rilasciato per la prima volta anche i valori di povertà assoluta, che per il 2007 si attesta al 4,1%, in perfetta continuità con i due anni precedenti.

Ciò detto, è utile dire che questa consistente massa di dati fotografa una situazione ormai superata dagli eventi di questi ultimi mesi. Se Bankitalia segnala una redistribuzione dei redditi principalmente in direzione dei lavoratori autonomi (e, in subordine, di dirigenti e pensionati) a danno di impiegati ed operai, l’attuale congiuntura economica sembrerebbe infatti penalizzare proprio i primi, mentre il calo dell’inflazione e l’abbattimento dei tassi di interesse sui mutui rappresenta una salutare boccata d’ossigeno soprattutto per tutti i profili professionali a reddito fisso.  

Di contro l’analisi dello stock di ricchezza detenute dalle famiglie italiane, pubblicata sempre da Bankitalia nello scorso mese di dicembre, segnalava come nel triennio 2004-2006 fosse cresciuta la quota di ricchezza netta posseduta dal 10% delle famiglie più ricche, passata in tre anni dal 42,9% al 44,7%, a discapito della ricchezza detenuta dal 50% della popolazione meno ricca (passata dal 10,1 al 9,7%). Un elemento che possiamo supporre essersi rafforzato in questi ultimi mesi, rendendo ancor più complicata la situazione proprio delle famiglie i cui redditi di lavoro sono più bassi (ovvero operai e impiegati).

Se poi allarghiamo lo sguardo alla dimensione internazionale, scopriamo che negli ultimi anni i redditi delle famiglie italiane sono cresciuti in maniera assai più contenuta rispetto a quelli degli europei, rendendo comparativamente più povere le famiglie italiane.

Al di là dunque delle semplificazioni giornalistiche, è bene mantenere una certa prudenza, nella consapevolezza che la realtà che stiamo vivendo non è ancora adeguatamente “catturata” dalle statistiche, ma rischia di essere assai differente rispetto alle fotografie scattate negli anni precedenti al 2008. Se non è corretto parlare in modo generalizzato di una “crisi del ceto medio”, è però probabile che al proprio interno stiano accadendo processo di scomposizione e ricomposizione che non riusciamo ancora completamente a comprendere. Processi, è bene ricordarlo, che accadono senza che le politiche pubbliche riescano ad intervenire, a causa della notoria disequità del nostro sistema fiscale e della presenza di politiche sociali che soprattutto sul versante della povertà soffrono di una assoluta inefficienza, soprattutto se confrontata con le medie europee.



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