IMPIEGATI VS. MANAGER/ Chi sono le vere vittime della crisi?

- Marco Cobianchi

È sbagliato, spiega MARCO COBIANCHI, pensare di potersela cavare dando solo delle risposte di brevissimo respiro a chi perde il lavoro, anche se sono necessarie

DomandaR375

Finalmente c’è qualcuno che spiega ai manager in che cosa consista l’etica della responsabilità. L’origine della parola è latina, “respondeo”, e significa rispondere. I dipendenti che sequestrano i manager che li hanno appena licenziati è esattamente questo che vogliono: risposte.

 

Di chi è la colpa della crisi economica? Come se ne esce? Quando? Chi paga? Quando riavrò il mio lavoro? Il problema è che il sentimento comune che i commentatori dei grandi giornali di tutto il mondo (italiani compresi) hanno contribuito a creare è che non ci siano colpe, o meglio, che ci siano delle cause, ma che esse siano talmente insite nel sistema capitalistico che non si possano identificare, e quindi eliminare, senza mettere a rischio la tenuta del sistema stesso.

La variante a questa impostazione è che il crollo dei mercati “faccia parte del gioco” e che la crescita economica alla quale tutti puntiamo, preveda il fatto che ogni tanto ci sia una recessione, che qualcuno resti senza lavoro, che alcune fabbriche chiudano forse per sempre. Quindi la risposta non c’è.

Invece no. Esistono delle responsabilità personali precise e identificabili, concrete e punibili. I dipendenti della Fnac che assediano il taxi del loro datore di lavoro, il miliardario Francois-Henri Pinault, ne sono convinti così come lo sono anche gli operai della Fulmen di Auxerre che hanno sequestrato il direttore Alain Royer, e come lo sono anche quelli della Sony Francia che hanno bloccato il presidente Serge Foucher, quelli della 3M a Pithiviers e quelli della Caterpillar di Grenoble, che hanno sequestrato il direttore Nicolas Polutnick e altri tre manager. Tutti prendono di mira chi, ai loro occhi, impersonifica il colpevole. È inutile condannarli (come occorre invece fare con i noiosi no global che hanno provocato le manifestazioni londinesi nelle quali un ragazzo è morto), occorre, appunto, rispondere.

L’idea di tagliare, per legge, i bonus dei top manager, di far restituire i soldi incassati da liquidazioni immeritate, licenziare gli incompetenti, imporre una nuovo sistema di valori (“people first”) sono una parte delle risposte che la politica deve dare. È paradossale che questi sforzi siano osteggiati dai sacerdoti della finanza che li combattono in nome della necessità di preservare la purezza del sistema di valori liberali che non prevedono l’intervento a gamba tesa della politica (peggio, dei politici) in campi che, secondo loro, non sono di sua competenza. Come, ad esempio, la regolamentazione dei mercati (se lasciati a sé stessi sono in grado di autoregolarsi) e la struttura della remunerazione dei manager (che dipende dalle autonome e insindacabili decisioni del consiglio d’amministrazione espressione dei soci).

La politica va bene se salva l’industria dell’auto, ma è “invadente” se le impone di costruire auto più piccole perché quelle grandi non si vendono più. Va bene se pompa soldi pubblici nelle casse esauste delle banche, ma non se ne indirizza l’utilizzo. È sbagliato pensare di potersela cavare dando solo delle risposte di brevissimo respiro a chi perde il lavoro, anche se sono necessarie. Occorre avere la volontà di riformare i meccanismi che hanno portato alla necessità di dare i sussidi a ex impiegati, quelli che rapiscono i manager.

È vero che sono entrambi vittime della recessione che non hanno provocato. Ma bisogna riconoscere che una vittima con un bonus in banca è diversa da una vittima con nulla in tasca.

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