CRISI/ Pelanda: Cina e Usa già “guariti”. Perchè l’Europa no?

- Carlo Pelanda

La crisi globale è finita, ma resta quella europea. Tutti i dati mostrano infatti che la recessione sta colpendo l’eurozona in modo grave perché non contrastata sufficientemente dalle politiche economiche dei governi

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La riduzione del costo del denaro allo 1% era scontata perché annunciata. La sorpresa, invece, è che la Banca centrale europea non esclude ulteriori tagli perché prevede una crisi lunga. Doccia fredda. Perché?

 

Negli stessi giorni la Riserva federale ha annunciato che la ripresa in America, pur lenta inizialmente, sarà già visibile nel secondo semestre del 2009. Tale quadro, inserendo anche la già vivace ripresa in Cina, fa intendere che l’eurozona resterà nei guai mentre il resto del mondo tornerà in crescita.

La crisi globale è finita, ma resta quella europea. Molti commentatori hanno voluto ricordare che nell’estate del 2008, poco prima del crollo sistemico in America che ha innescato la caduta a picco della domanda globale, la Bce aveva alzato il costo del denaro sbagliando previsioni. Tale errore, clamoroso, mina le sue previsioni correnti. Ma questa volta appaiono credibili.

Tutti i dati mostrano che la recessione sta colpendo l’eurozona in modo grave perché non contrastata sufficientemente dalle politiche economiche dei governi, pur l’impatto attutito da queste. Francia, Germania e Italia, il cuore dell’eurozona, hanno modelli di “economia sociale di mercato”, di fatto socialisti. Definibili come tali perché il 50% della popolazione, e anche oltre, dipende direttamente o indirettamente dal denaro pubblico. Per questo fanno poca o nulla crescita interna e dipendono dalle esportazioni per incrementare il loro Pil.

La caduta della domanda globale le ha abbattute. E la mancanza di capacità di crescita interna non permette di bilanciare tale perdita di Pil. Che è previsto scendere nel 2009 attorno al 5% nei tre Paesi detti e stagnare nel 2010. Non solo. Il gap di crescita viene bilanciato aumentando il debito. Questo sta salendo all’80% del Pil in Germania, attorno al 116% in Italia, ecc.

Da un lato, il modello sociale europeo evita impatti acuti come quelli visibili in America, priva di ammortizzatori. Dall’altro, non evita comunque la disoccupazione. Questa punta ad oltre il 10% nell’eurozona, devastante nel Sud italiano. Soprattutto, il modello statalista rallenta la ripresa e il riassorbimento della disoccupazione. Ci sono voluti 10 anni per riassorbire quella generata dalla crisi dei primi anni ‘90. Tre anni prima che l’eurozona riagganciasse la ripresa globale, iniziata ai primi del 2003, dopo la crisi globale 2001 – 02. Si sta ripetendo lo stesso scenario. E ciò succede a causa di un modello che non funziona.

Ma questa verità non produce conseguenze politiche perché nelle società francese, italiana e tedesca, appunto, ormai più del 50% della popolazione vive di Stato e ha l’interesse a mantenere lo statalismo. Solo una minoranza vive di mercato con l’interesse a cambiare il modello. La politica cerca consensi di maggioranza e offre più statalismo invece che la sua riforma. Stallo. Di questo passo l’Europa si impoverirà e sfalderà, pur lentamente.

Con questo in mente mi chiedo quale sia il realismo della seguente analisi di Mario Monti. Obama sta portando l’America verso un modello di welfare più simile a quello europeo e ciò favorirà la convergenza tra i due. Da sempre invoco tale convergenza, si veda per esempio www.lagrandealleanza.it, ma cercando di scenarizzarla è improbabile che l’America si statalizzi al punto di diventare simile all’Europa perché perderebbe troppo sul piano della crescita.

Inoltre i fatti correnti dimostrano che il modello europeo è perdente. Pertanto è l’Europa che dovrebbe liberalizzarsi di più per convergere con un’America pur in via di maggiore socializzazione del suo modello.

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