STRATEGIE/ Come ridare fiato a economia e imprese

- Rocco Corigliano

Sia la politica economica sia quella creditizia, nel giudizio di Mario Draghi, contribuiscono efficacemente a ripristinare la “fiducia” di tutti gli operatori, l’elemento chiave per il superamento definitivo della crisi in corso. ROCCO CORIGLIANO rilegge le Considerazioni del Governatore

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Mario Draghi (Foto Ansa)

Dopo aver vissuto l’annus horribilis della finanza mondiale, portatore di una crisi economica globale senza precedenti, i cui esiti sono ancora parzialmente ignoti per la durata e per le dimensioni, le Considerazioni del Governatore giungono particolarmente attese. Non ci si aspettava, ovviamente, una ricetta salvifica, date le implicazioni di politica internazionale che quelle misure necessariamente comportano, ma una chiara e circostanziata diagnosi delle cause e delle conseguenze della crisi in atto ed alcune indicazioni sui possibili sviluppi della nostra politica economica e creditizia e, dunque, della nostra economia.

Le cause della crisi sono oramai chiaramente individuate: a) gli squilibri strutturali di natura macroeconomica (a partire dal deficit commerciale Usa, cui si contrappone l’avanzo finanziario, principalmente, della Cina, in presenza di un tasso di risparmio negativo); b) le innovazioni finanziarie quasi prive di valore per la collettività (i reiterati processi di securitisation che hanno generato, accanto allo shadow banking system, montagne di titoli e derivati sempre più opachi sotto il profilo della rischiosità e dei prezzi); c) le deficienze regolamentari sui requisiti patrimoniali e sulle riserve di liquidità delle banche; il tutto condito da una cieca fiducia sia nella razionalità ed efficienza del mercato sia nella sua capacità di autoregolarsi. Queste ultime considerazioni evidenziano, peraltro, la necessità di una forte revisione dell’impianto teorico che ha fin qui improntato la regolamentazione dei sistemi finanziari: dalla teoria dell’efficienza del mercato (significatività dei prezzi) ai modelli matematici per la misurazione e la gestione dei rischi; dalla pratica della securitisation senza limiti alla “fede” nella disciplina del mercato.

Sarà compito del Financial Stability Board (revisione del Financil Stabilty Forum), appena costituito e presieduto dallo stesso Draghi, accompagnare tutte le Autorità nazionali dei diversi Paesi nella fissazione di requisiti di capitalizzazione e di liquidità più rigorosi; nell’estensione della regolamentazione allo shadow system;nel completamento di Basilea 2 e dei principi contabili per ridurre gli effetti della prociclicità (che attraverso i requisiti di capitale aggravano le restrizioni creditizie o esaltano le fasi di espansione); nella più rigorosa vigilanza sulle istituzioni in grado di generare rischi sistemici (macro-prudential analisys – per prevenire casi come quello del fallimento di Lehman Brothers).

Per quel che riguarda il nostro Paese ci soffermeremo soltanto sulle argomentazioni relative a due aspetti tradizionalmente presenti nelle Considerazioni finali: la prima è rivolta alla difficoltà della politica economica attuale, stretta fra il sostegno della domanda ed il controllo del debito totale; l’altra, sulla politica creditizia, riguarda la necessità di sostenere le imprese meritevoli con adeguate iniezioni di prestiti bancari.  

Dopo un periodo di prolungata sostanziale stagnazione, il nostro Paese ha registrato nei mesi cruciali della crisi (ottobre 2008-marzo 2009) una vera e propria caduta di oltre 7 punti del Pil: alla forte contrazione della produzione e degli investimenti, seguono inevitabili ripercussioni sull’occupazione e sui consumi: si innesta una spirale che può facilmente trasformare la recessione in atto in una vera e propria depressione, se non si corre ai ripari con opportune politiche anticrisi, che si traducono però, inevitabilmente, in un maggior disavanzo pubblico.

Il necessario sostegno della domanda deve così essere coniugato con la prosecuzione nella soluzione del nostro principale problema “strutturale” che è, appunto, la situazione della finanza pubblica. Bisogna proseguire nella individuazione di quegli strumenti idonei a realizzare una spesa pubblica “virtuosa” cioè anticrisi, senza accrescere l’esposizione debitoria oltre gli obiettivi compatibili col risanamento in un dato arco temporale: fra questi, un più efficace ed ampio sistema di ammortizzatori sociali; un allentamento dei problemi finanziari delle imprese, come l’accelerazione nei pagamenti da parte dell’amministrazione pubblica e di artifici, quali il mancato versamento di quote Tfr all’Inps. Sotto il profilo del controllo e della riqualificazione della spesa pubblica, molto ci si aspetta dal federalismo fiscale e dalla riforma della pubblica amministrazione.

Per quel che riguarda le imprese, un’indagine appositamente svolta dalla banca centrale fa emergere come il nostro sistema produttivo sia stato interessato in larga parte da un processo di ristrutturazione avviato all’inizio di questo decennio e volto ad un recupero del valore aggiunto e della produttività del lavoro (attraverso una crescita della scala dimensionale, dell’intensità tecnologica e dell’apertura internazionale). Le imprese ristrutturate e finanziariamente più solide, sono oggi in grado di affrontare meglio la crisi, consolidando il primato tecnologico e diversificando i mercati di sbocco. Quelle, più numerose, che hanno dovuto fare ricorso all’indebitamento si trovano adesso di fronte a tensioni di liquidità (mancati incassi, restrizioni creditizie e difficoltà ad accedere al mercato dei capitali) che rischiano di vedere pregiudicati seriamente gli sforzi della ristrutturazione o, addirittura, di essere travolte dalla crisi medesima, come succede alle imprese più piccole (con meno di 20 addetti), a quelle del Mezzogiorno o a quelle sub-fornitrici di imprese maggiori, da cui subiscono tagli negli ordinativi o ritardi nei pagamenti.

C’è una crisi nella crisi che rischia di aumentare la mortalità delle imprese aggiungendo a quelle spazzate via per ragioni di inefficienza (la shumpeteriana “distruzione creatrice”), le aziende che soffrono soltanto di “asfissia finanziaria”, e che avrebbero invece tutti i numeri per prosperare, una volta superata la fase critica legata al ciclo economico.

L’asfissia finanziaria, confermata dall’andamento riscontrato di recente sul mercato dei prestiti bancari, può essere evitata sia con l’intervento pubblico sia con quello delle banche. Per il primo si tratta, oltre che dell’accelerazione dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, come si è detto, anche del potenziamento del Fondo di garanzia per le Pmi e della estensione di garanzie per il ripristino, ad esempio, del mercato delle cartolarizzazioni bancarie.

Per quel che riguarda le banche, si tratta di estendere la loro valutazione del merito creditizio ad un periodo più ampio, che sappia tenere conto della situazione eccezionale che stiamo vivendo, e che tenda a prospettare la situazione economica, finanziaria e patrimoniale dell’impresa nel medio periodo: non è casuale il richiamo alle esperienze dei banchieri degli anni del miracolo economico italiano, in primis Luigi Einaudi e Raffaele Mattioli. Allora fu proprio una politica creditizia lungimirante, con un’assistenza finanziaria articolata sul debito e sul capitale ed estesa al medio-lungo periodo, a consentire uno sviluppo durevole della nostra struttura produttiva. Oggi si deve tornare a quella lungimiranza, senza farsi imbrigliare da regole che possono apparire meccanicistiche, quali i parametri di Basilea 2, ma utilizzandone i sistemi per meglio valutare le situazioni attuali e prospettiche delle imprese e, se meritevoli, per assisterle nel modo più articolato (prestiti e capitale) e durevole possibile!

Il nostro sistema bancario ha retto meglio degli altri alla crisi, grazie alla minore esposizione in titoli strutturati o, se si preferisce, con un portafoglio che privilegia l’esposizione in prestiti nei confronti delle imprese, nella gran parte clienti storiche delle stesse banche; grazie al loro livello di capitalizzazione, più congruo rispetto al complesso degli attivi ponderati per i rischi di credito, di mercato ed operativi (più bassa leva finanziaria); grazie, infine, alla sua natura “territoriale”, frutto della storia economica del nostro Paese, che avvicina la banca alle esigenze reali delle imprese e, più in generale, di un’economia che vede tradizionalmente famiglie ed imprese più propense al risparmio che all’indebitamento.

Questo sistema non è ovviamente immune dalla crisi che stiamo vivendo e, infatti, registra una forte caduta della redditività ed un forte incremento della rischiosità dell’attivo (incagli e sofferenze), destinato a protrarsi per qualche tempo ancora, anche dopo l’eventuale (e tanto attesa) inversione del ciclo. Il sistema resta tuttavia in grado di resistere a scenari ancora più sfavorevoli di quelli attuali, come dimostrano gli stress test ai quali è stato sottoposto. Sono proprio questi fenomeni e la necessità di assistere nel tempo le imprese che impongono alle banche una politica di capitalizzazione ancora più rigorosa: solo una solida e “paziente” base di capitale può consentire di superare l’attuale fase ciclica ed intraprendere quelle strategie di riposizionamento capaci di coniugare la redditività attesa con la piena soddisfazione delle esigenze finanziarie dei risparmiatori e delle imprese finanziate.

In conclusione, sia la politica economica sia quella creditizia, anche nel giudizio del Governatore, possono, alle condizioni richiamate, efficacemente contribuire a ripristinare la “fiducia” di tutti gli operatori, un elemento che appare sempre più essere la vera determinante per il superamento definitivo della crisi in corso.



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