WELFARE/ Salamon (Johns Hopkins University): Europa e Usa in crisi? Basta cambiare lo Stato

- int. Lester Salamon

Lester M. Salamon, Direttore del Centro per gli Studi sulla Società Civile alla Johns Hopkins University di Baltimora ed esperto internazionale, spiega come il welfare può evolvere per fornire servizi più efficienti ai cittadini

puzzle_metal_R375

A Milano si è recentemente tenuto il convegno “Beyond the Welfare State, towards Subsidiarity”, organizzato dalla Johns Hopkins University e dalla Fondazione per la Sussidiarietà. Era presente anche Lester M. Salamon, Direttore del Centro per gli Studi sulla Società Civile nell’ateneo statunitense ed esperto del settore. A lui abbiamo chiesto di aiutarci a capire come il welfare può evolvere per fornire servizi più efficienti ai cittadini.

 

Professor Salamon, si è appena conclusa la ventesima edizione della Johns Hopkins International Philanthropy Fellows Conference, dal titolo “Oltre il welfare state, verso la sussidiarietà”. Perché, secondo lei, è importante oggi procedere “oltre” il sistema tradizionale di welfare state?

Quella del welfare state è una crisi legata al suo successo, non a un suo fallimento. I sistemi di welfare che i paesi europei hanno edificato nel corso del Novecento hanno costituito un elemento senza dubbio positivo per la società, riconoscendo dei diritti e fornendo dei servizi in ambiti diversi quali la sanità, l’istruzione, la formazione professionale, l’assistenza. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni si è resa sempre più evidente una crisi legata all’andamento demografico e ai sistemi di finanziamento dello Stato sociale: l’invecchiamento della popolazione ha ridotto le fonti di finanziamento dello Stato sociale, ampliandone al contempo l’ambito di spesa. A ciò si intreccia il ruolo sempre più ampio della burocrazia, che ha reso più complessi i meccanismi di funzionamento del sistema, riducendo le opportunità di scelta al proprio interno.

La crisi del welfare riguarda anche gli Stati Uniti?

 

Sì, ma per ragioni in parte opposte. Il sistema di welfare statunitense prevede un numero molto contenuto di programmi e implica un ruolo decisamente inferiore dell’ente pubblico rispetto a quanto stabilito qui in Europa; molti programmi, infatti, coinvolgono per lo più enti privati, di natura for profit o non profit, che sono chiamati a svolgere il ruolo di service provider in vece dello Stato. In ultima analisi, il sistema americano di welfare è estremamente frammentato; più che a uno stato di diritto, si ispira a uno spirito pragmatico (“si fa quel che si può”), che però spesso lascia insolute situazioni anche molto gravi, come nel caso della sanità.

Quale prospettiva suggerisce per rispondere alla crisi odierna del welfare?

 

A mio parere, è urgente superare le convinzioni tradizionali ancorate alla visione di un rapporto conflittuale tra Stato e mercato. Il difetto maggiore di tale impostazione è quello di non riconoscere l’esistenza di un ulteriore protagonista, il terzo settore, ossia il mondo del non profit, il cui ruolo sta acquisendo crescente importanza negli Stati Uniti come in Europa. Occorre dunque riconoscere l’esistenza di una società a tre settori (pubblico/privato/non profit), vicendevolmente interdipendenti e chiamati a svolgere un’attività di sostegno reciproco. Riconosco benissimo che ciò non semplifica affatto lo scenario, anzi lo complica: per tale ragione ritengo sia indispensabile sviluppare quella che io definisco una new governance, imposta dalla necessità di riconoscere la compresenza di più attori.

Quali sono le caratteristiche salienti della new governance?

La new governance implica il riconoscimento della necessità di una partnership quanto più possibile ampia e strutturata tra i diversi soggetti presenti nella società, inclusi i numerosi enti del terzo settore, per la fornitura di servizi accessibili a tutti in grado di rispondere ai bisogni della cittadinanza. Ciò implica lo sviluppo di sistemi di network tra i soggetti presenti nel territorio.

Quale sarebbe il ruolo dello Stato in questo nuovo scenario?

 

Un cambiamento di prospettiva come quello da me delineato non implica una riduzione del ruolo dello Stato, ma una sua diversificazione rispetto al passato, in direzione di una prospettiva di partnership con gli altri due settori della società. In particolare, ritengo che allo Stato competa un ruolo primario in quanto finanziatore del sistema di welfare; ciò tuttavia non esclude l’individuazione di strumenti innovativi rispetto all’erogazione diretta dei servizi, come ad esempio attraverso i voucher, i loan guarantees o altri mezzi indiretti che sottraggono al governo parte del controllo sulla gestione delle risorse. Si tratterà, di volta in volta, di individuare gli strumenti più consoni per favorire lo sviluppo di politiche efficaci ed efficienti. Ciò impone la creazione di un sistema di accreditamento degli enti ammessi a erogare servizi pubblici finanziati dallo Stato, e un sistema di monitoraggio e di valutazione delle strutture e della qualità dei servizi, che consenta di controllare il buon utilizzo dei fondi pubblici. Come vede, non prevedo meno Stato, ma uno Stato diverso.

Quali motivi di interesse ha individuato nel principio di sussidiarietà?

 

Gli studi sul principio di sussidiarietà portati avanti qui in Italia mi sembra vadano appunto nella direzione di un superamento del binomio Stato-mercato, verso un più ampio coinvolgimento del terzo settore. Se ho ben inteso, il principio di sussidiarietà implica il riconoscimento di una “primazia” del terzo settore rispetto allo Stato e al mercato. Inoltre, sono stato impressionato dalla capacità di penetrazione di tale principio su un governo, quello lombardo, e sulle politiche da questo sviluppate nel corso degli ultimi anni: è un esempio raro di connubio virtuoso tra studio e politica che mi sembra di grande valore.

(a cura di Francesco Tanzilli)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori