VERSO IL G20/ Bertone: la ripresa che non c’è scatena la “sindrome italiana”

- Ugo Bertone

Ci vorranno mesi, se non di più, perché l’incremento del Pil si traduca in ripresa dei posti di lavoro. Nel frattempo, nel mondo si diffonde la “sindrome italiana”: l’esplosione del debito pubblico in Usa, Giappone, Regno Unito rischia di provocare una caduta della flessibilità nella gestione del bilancio e della politica fiscale

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I grandi del pianeta, nuovi e vecchi, si riuniranno a Pittsburgh il 24-25 settembre prossimo. Una settimana prima, il giorno 16, i media di tutto il mondo celebreranno il primo anniversario del crollo di Lehman Brothers, ovvero il giorno in cui la finanza scoprì di essere sull’orlo dell’abisso. Dodici mesi dopo anche le Cassandre più ostinate, vedi Nouriel Rubini, devono prender atto che la catastrofe è stata evitata: Ben Bernanke, additato tra i colpevoli prima per non aver previsto poi per aver sottovalutato la crisi, è stato riconfermato alla guida della Fed per i meriti accumulati in un anno di guerra contro la deflazione.

Intanto, sulle due rive dell’Oceano Atlantico, l’opinione pubblica prende atto con sollievo ma anche con grande dispetto (più il secondo del primo) che le grandi banche non sono fallite ma anzi hanno fatto ottimi affari, in barba alla crisi che si è trasmessa all’economia reale. Infine, le economie emergenti hanno senz’altro superato la prova, con l’eccezione della Russia di Putin su cui è tornata a pesare l’incognita del primato della politica sull’economia.

È questa, in estrema sintesi, la cornice in cui il G20 dovrà proseguire il lavoro avviato a Londra l’aprile scorso, quando l’atmosfera era ben più pesante. Da allora, infatti, il rialzo delle Borse ha allentato la morsa sui bilanci della grande finanza. L’immissione di liquidità sui mercati ha prodotto i primi frutti anche sul fronte dell’economia, come dimostra il recupero del Pil tedesco e francese oltre al rimbalzo in Usa. Infine, ci sono stati innegabili passi in avanti su due dossier impegnativi: il ruolo dei fondi sovrani, il cui intervento può servire ad ammorbidire le tensioni del protezionismo; gli accordi sui paradisi fiscali, a partire dalla ritirata della Svizzera nei confronti degli Usa (e della Francia).

E, a completare un quadro a tinte meno fosche, seppur non brillanti, si è allentata anche la tensione sul fronte Usa-Cina dopo i colloqui delle scorse settimane. Insomma, almeno all’apparenza, le premesse del G20 sono positive: non è escluso che si possano fare passi avanti decisivi sul fronte del global standard, ovvero su un sistema di regole per i mercati finanziari condiviso da tutti i principali protagonisti; non è escluso, anzi è probabile, un gioco al rialzo per le riserve del Fmi, con il concorso degli europei, della Cina e del Brasile oltre che dell’India.

Ma guai a sottovalutare i pericoli, che sono tanti ed insidiosi. Primo fra tutti, la fragilità della ripresa. Ci vorranno mesi, se non di più, perché l’incremento del Pil si traduca in ripresa dei posti di lavoro. Nel frattempo, nel mondo si diffonde la “sindrome italiana”: l’esplosione del debito pubblico in Usa, Giappone, Regno Unito e così via, inevitabile per allontanare i fantasmi del ’29, rischia comunque di provocare una caduta della flessibilità nella gestione del bilancio e della politica fiscale. Con la conseguenza, a noi italiani ahimè ben nota, di pesare sui tassi di crescita. È importante, dicono i tedeschi, pensare fin d’ora ad un rientro delle politiche di bilancio entro i binari della normalità.

Ma in questo modo, replicano inglesi ed americani, si rischia di ripetere l’errore di Roosevelt del ’37: un brusco aumento dei tassi per drenare liquidità provocò una ricaduta nella crisi destinata a durare fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Sarà perciò ancora necessario innaffiare le economie di denaro per un tempo infinito o quasi, come sembrano suggerire gli inglesi? Guai a farlo, ammonisce la Germania, pena il boom dell’inflazione, cioè il fantasma più temuto a Berlino. La quadratura del cerchio potrebbe arrivare dai “maghi”della Fed, cui le armi, vecchie e nuove, non fanno difetto: Ben Bernanke potrebbe tra un anno imitare l’esempio del suo maestro, Stanley Fischer, oggi governatore della Banca di Israele che prima ha aggredito la deflazione con massicce iniezioni di liquidità, poi ha avviato una politica di drenaggio della stessa attraverso incentivi alla remunerazione del capitale delle banche commerciali. Infine, per primo, ha colto di sorpresa i mercati aumentando i tassi. Facile che qualcosa del genere avvenga a fine 2010 negli Usa, ancor prima in Europa se il petrolio tornerà a correre.

Di tutto questo, assieme alle partite più politiche (il tetto ai bonus dei banchieri, in particolare, si dovrà discutere a Pittsburgh. E, come capita nelle occasioni solenni, le dichiarazioni formali copriranno di gran lunga gli eventuali accordi concreti. Ma l’importante è che, agli occhi del mondo, trovi conferma quella sostanziale unità di obiettivi e di intenti del vertice di aprile. Guai se, al contrario, si avrà la sensazione che, passata la paura, i Grandi tornino a marciare in ordine sparso, a partire dagli europei distratti dalle prossime scadenze elettorali. In quel caso la liquidità in circolazione, che per ora non si è tradotta in finanziamenti all’economia (il credito globale è un quarto circa rispetto al 2007), potrebbe reinnestare la corsa alle commodity in funzione speculativa, ridando fiato al fantasma della stagflazione e schiacciando le Borse, risalite per effetto di tagli e di riorganizzazioni aziendali e non certo per l’aumento della domanda, su cui grava l’incognita della disoccupazione a due cifre.



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