SCENARIO/ Pelanda: al G20 il patto tra Usa e Cina che fa fuori l’Europa

- Carlo Pelanda

Obama ha dichiarato la fine del G8. Ma il nuovo “club” – il G20 – sarà soltanto la cornice di un G2 sino-americano che esclude gli europei. La debolezza economica Usa ha avuto ragione sui criteri della democrazia e del mercato. Ma includere nel governo globale un regime nazionalsocialista presenta molti rischi…

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Obama ha dichiarato la fine del G8. La gestione dell’economia globale passerà al G20, il quale comprende le nazioni che rappresentano l’85 per cento del Pil mondiale. Si tratta di una scelta storica con conseguenze enormi che è meglio valutare subito per tentare di correggere quelle negative.

La missione principale del G8 era quella di coordinare le principali potenze economiche del mondo di allora per la prevenzione e gestione di crisi a raggio mondiale. Nell’ultimo decennio sono emerse nuove potenze economiche, quali Cina, India, Brasile, e le democrazie occidentali più la Russia rappresentano una quota minore della ricchezza mondiale. Prima o poi sarebbe stato quindi necessario coinvolgere le nazioni emergenti perché senza di loro non avrebbe avuto senso realistico parlare di gestione comune del mercato globale.

Ma ci sono, anzi c’erano, diversi modi per allargare il club. Uno di questi – proposto nel mio libro “La grande alleanza” nel 2007 – era quello di includere nel G8 altre democrazie, quali l’India, il Brasile, l’Australia, e via dicendo, in modo da formare un gruppo omogeneo di nazioni leader basate sul modello di “capitalismo democratico” e con interessi comuni non solo economici, ma anche di sicurezza. Tale “Lega delle democrazie”, adottando il nome che McCain diede nella campagna elettorale del 2008 al concetto di “Grande alleanza”, sarebbe stato un organismo più solido di governo globale.

Quale differenza con il G20? Questo include la Cina ed altri paesi basati sul modello di capitalismo autoritario. I loro interessi fondamentali sono diversi da quelle delle democrazie. La loro stabilità interna è esposta alla volatilità perché i cambi di potere, per assenza di istituzioni democratiche, avvengono attraverso conflitti non regolati che facilmente possono sfociare in destabilizzazioni. Quanto tranquilli possiamo stare nell’avere la Cina non solo al centro del mercato globale, ma anche, d’ora in poi, con il potere di influenzarne gli standard?

 

Oggi le élite cinesi sono di rimarchevole qualità e furbizia, ma si tratta di una dittatura intrinsecamente instabile. Senza democrazia il modello economico interno resta sbilanciato per difetto di redistribuzione di massa della ricchezza. La trasparenza finanziaria in una dittatura è una battuta di spirito. Far dipendere la stabilità monetaria globale e la nostra ricchezza nazionale dalla Cina è un atto di sorprendente imprudenza. Includere nel governo globale un regime nazionalsocialista – che mantiene i campi di concentramento (laogai) dove mensilmente muoiono di stenti migliaia di dissidenti – è una resa della civiltà democratica all’autoritarismo emergente. Senza democrazia il capitalismo torna selettivo ed instabile. Una Lega delle democrazie sarebbe stata forte abbastanza per incentivare le altre nazioni emergenti a diventare gradualmente democratiche.

Il G20 a dominio cinese non lo sarà perché non lo vorrà. Tutto perso, tra cui la rilevanza dell’Italia che nel G20 conterà nulla? Ovviamente no. Sarà sempre possibile entro il G20 costruire il club maggioritario delle democrazie. Ma Obama preferisce un G20 di contorno all’accordo G2 tra America e Cina. La seconda comprerà più debito americano e Obama potrà così accelerare la ripresa statunitense in tempo per usare il successo nelle elezioni presidenziali del 2012. In cambio Obama ha concesso alla Cina una configurazione G20 che la porta al centro del mondo. Per questo il G20 è solo la cornice di un G2 sino-americano che esclude gli europei. Per questo la priorità è bilanciarlo con un G2 euroamericano, costringendo Obama a farlo a costo di ricattarlo. Come ha fatto Pechino.

 

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