CRISI/ Deaglio: c’è una “nuova borghesia” che confida negli asset tossici

- int. Mario Deaglio

Dall’ultima sfida di Tremonti alle banche a Cernobbio, alla nuova borghesia «che ha distrutto il tempo e ridotto la creazione di valore alla contrattazione istantanea». Interviene sui più importanti temi dell’attualità economica Mario Deaglio, economista ed editorialista de La Stampa. E non è ottimista

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Dalla nuova sfida lanciata da Tremonti alle banche a Cernobbio, alla nuova borghesia «che ha distrutto il tempo e ridotto la creazione di valore alla contrattazione istantanea, alla moltiplicazione di ricchezza priva di una visione di lungo periodo». Non è ottimista Mario Deaglio, economista ed editorialista della Stampa. «Segnali di crescita generalizzata – dice a ilsussidiario.net – non ce ne sono. Gli scenari sono soltanto mondiali e noi ne subiremo le conseguenze».

Tremonti a Cernobbio è tornato a sfidare le banche: chi non usa i bond va contro l’interesse del Paese. Come valuta questo inasprimento dei toni?

Mi lascia perplesso. C’è una struttura, la banca, che agisce con soldi non suoi. Nove euro su dieci, e anche di più, di quelli che presta sono soldi che a sua volta prende a prestito e deve restituire. Ma se le situazioni di rischiosità del sistema sono aumentate, è evidente che, in assenza di ulteriori garanzie, le banche prestano meno. Se dovessero prendere a prestito i Tremonti bond per prestarli a loro volta, pagherebbero un prezzo molto caro perché i bond sono molto costosi. Quindi dovrebbero fare dei prestiti ancor più cari. Detto questo, mi pare che l’inasprirsi del confronto sia legato a motivi di tipo non economico.

Ma secondo lei le banche hanno in questa fase un’oggettiva necessità di ricapitalizzarsi per consolidare i ratio patrimoniali o no?

No, penso che le banche siano sufficientemente capitalizzate. Potrebbero avere necessità in previsione di un’espansione del credito, ma quello che si nota in questo momento è proprio una debolezza della richiesta di credito.

Si parla di uscita lenta e graduale dalla crisi. Lo scenario?

Gli scenari sono soltanto mondiali e noi ne subiremo le conseguenze. Lo scenario più normale è quello che è stato ormai delineato fino alla noia: più o meno dovremmo essere vicini al fondo della caduta. Dovrebbe iniziare una risalita – della quale, sia detto per inciso, non vedo cosa faccia da motore – che viene ormai universalmente descritta come lenta e difficile e che ci dovrebbe riportare ai livelli precedenti la crisi nel corso dell’anno prossimo.

L’interpretazione ottimistica di questi segnali di crescita è un mito collettivo o ha qualche fondamento?

Segnali di crescita generalizzata non ce ne sono ancora. Qualcosa di diverso c’è nei singoli settori. Ma occorre tener presente l’effetto rimbalzo. Il Giappone, che ha un’economia piatta da 15 anni, ha avuto tantissimi segnali di questo tipo. Per uno o due trimestri sembrava dovesse tornare a crescere, poi puntualmente tornava giù. Non abbiamo nessuna garanzia che i segnali che vediamo adesso, peraltro pochi, sparsi e ancora contraddittori, non facciano la stessa fine di quelli giapponesi.

Gli economisti e i manager sono stati messi sul banco degli imputati. Lei, da economista, cosa ne pensa?

 

Sta mettendo assieme due cose diverse: una cosa è la responsabilità degli economisti nel non aver saputo prevedere la crisi. Lì è facile trovare responsabilità oggettive, nel senso che la professione si è messa a studiare altro e ha dato un giudizio di valore ritenendo più importanti i fenomeni finanziari di quelli reali. Non vedo altro che responsabilità intellettuali. Gli economisti sono degli studiosi, non hanno potere, hanno studiato semplicemente le cose per cui sono stati pagati per studiare. Perché i fondi siano andati agli studi di finanza e non a quelli di economia reale, è un problema sul quale, all’interno del mondo accademico, si discute fortemente.

Altro discorso, diceva, va fatto per i manager.

Sì. È un tema che riguarda soprattutto gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e un poco anche Francia e Germania. C’è in queste società una “nuova borghesia”, che ricorda quella marxiana perché vuole impadronirsi dei gangli vitali, la quale si è appropriata di una parte dei profitti e dopo essersi rifinanziata con soldi pubblici continua allegramente a spartirsi i soldi. Di qui la volontà dei governi europei, sopratutto quelli dove la nuova borghesia è minoritaria, di mettere dei limiti, di stabilire delle regole, tornando al primato della politica e della società civile. Invece negli Usa e in Gran Bretagna, dove la nuova borghesia ha una peso politico molto più alto, c’è molta più riluttanza a seguire questa linea.

Più che di uno stato sociale definito dal censo, sta parlando di un approccio alla realtà, finanza compresa?

È inevitabile che sia così. Questa borghesia ha distrutto il tempo e ridotto la creazione di valore alla contrattazione istantanea, alla moltiplicazione di ricchezza priva di una visione di lungo periodo. L’unica cosa che sta facendo in questi mesi è riproporre lo stesso modello di prima, sperando che il vero motore della ripresa siano i soldi che si creano mediante i nuovi strumenti finanziari. È esattamente quello che è avvenuto con gli asset tossici.

Sta dicendo, in altre parole, che esiste un classe dirigente che dalla crisi non ha imparato nulla.

 

Assolutamente no. Del resto non è la prima volta. Se andiamo a vedere i comportamenti delle borghesie industriali ai tempi della prima guerra mondiale, subito prima e subito dopo, scopriamo che il modello era lo stesso. L’alternativa era il socialismo e solo dopo la seconda guerra mondiale le socialdemocrazie hanno avuto una vera chance di governare. Sono stati Keynes e i post-keynesiani a cercare un compromesso tra i due sistemi, che prima non esisteva. Com’è stato in passato, la nuova borghesia oggi si rifiuta di allargare lo sguardo alla storia e alla società.

Cosa si aspetta dal prossimo appuntamento internazionale di Pittsbugh? Novità in tema di vigilanza?

No. Penso al massimo ad un sistema di rivelazioni statistiche che ci dicano qualcosa sull’ammontare delle transazioni dei vari titoli, cosa che le banche centrali non sapevano fino a due anni fa. Per loro è stato uno shock scoprire il valore di quelle transazioni, che in fondo nessuno aveva mai controllato. Al massimo si potrà arrivare a forme di questo tipo.

Saranno di qualche utilità?

 

Senz’altro saranno la base. Ma sarà come dire “non aspettiamoci il grattacielo, accontentiamoci delle fondamenta”. Per il resto dovremo prestare molta attenzione a come va il dollaro perché in questa fase l’equilibrio delle monete è molto incerto. Esattamente come quello degli equilibri geopolitici.



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