FINANZA/ Il “vulcano” Germania è pronto a bruciare l’Europa

- Mauro Bottarelli

Berlino si candida a essere uno dei protagonisti del mercato dei titoli di Stato, ma lo stato di salute del suo sistema bancario rischia di danneggiare l’intera Europa

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Lo tsunami sta per arrivare, la stagione delle trimestrali è alle porte e già domani i conti di JP Morgan Chase, attesa in crescita dagli analisti e invece quasi certamente all’insegna di nuove, pesanti svalutazioni, scuoteranno i mercati internazionali.

 

Nel frattempo, sono i dati macro ad anticipare in negativo i rendiconto degli istituti bancari. L’economia della Germania nel 2009 ha infatti attraversato la sua peggiore recessione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale perdendo il 5%, stando ai dati che sono stati diffusi dall’Ufficio federale di statistica a Wiesbaden.

Il Prodotto interno lordo (Pil) aveva registrato una crescita positiva dell’1,3% nel 2008 e del 2,5% nel 2007. Per il 2010, gli economisti si aspettano una crescita del Pil ancora una volta, tra l’1,6% e il 2,3%. Il disavanzo pubblico tedesco l’anno scorso ha raggiunto 77,2 miliardi di euro, pari al 3,2% del Pil. In questo modo, la Germania è tornata a superare per la prima volta dal 2005, il tetto del 3% fissato nel Patto di stabilità e crescita dell’Unione europea.

Per quanto riguarda il Pil va notato che nel 2009 l’export tedesco è sceso del 14,7%, mentre le importazioni sono calate dell’8,9% e i consumi privati sono cresciuti l’anno scorso dello 0,4%, come nel 2008. Ma questo non basta. Per i titoli pubblici, ma anche per le obbligazioni societarie, intanto, sempre gennaio si preannuncia come un mese di fuoco.

E l’attenzione del mercato si concentra proprio sulla Germania visto che il governo di Berlino ha programmato quattro aste per un totale di 22 miliardi di euro, oltre un decimo dell’ammontare in emissione per l’intero 2010, escludendo i titoli indicizzati all’inflazione. La Germania si candida a essere uno dei protagonisti del mercato, considerando che l’ammontare nominale complessivo delle emissioni programmate per il prossimo anno sarà superiore del 35% rispetto all’anno in corso a causa dell’esigenza di copertura del maxi-piano di spesa pubblica a sostegno dell’economia, prima che venga iniziata l’opera di rientro del deficit.

Insomma, Berlino tenta la carta della maxi-emissione perché sa che – come diciamo da mesi su ilsussidiario.net – o si dà vita entro marzo alla bad bank o il sistema bancario – con a cascata quello assicurativo – salterà come un tappo di spumante a Capodanno sotto il peso di circa 300 miliardi di euro di titoli tossici da scaricare. Ma non solo, un’altra bomba è all’orizzonte. Ovvero, prestiti e fidi che le banche dovranno scrivere nei loro libri contabili come inesigibili.

A quanto ammontano? Da 70 a 90 miliardi di euro, un livello di svalutazioni che sia negli Usa che in Europa toccheranno relativamente il 12% e il 13% del totale. A fare paura è il fatto che una componente molto grande della futura messe di perdite sarà ancora legata ai Cdo, ovvero i subprime che le banche millantavano di non avere in pancia o di avere eliminato e che invece porteranno con sé qualcosa come altri 16 miliardi di dollari di perdite nel primo trimestre.

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Nonostante non lo si voglia ammettere, ad esempio, Commerzbank, Hsh Nordbank e Bayern Lb – tutte banche tedesche – sono a forte rischio di nazionalizzazione già entro il primo semestre del prossimo anno, lo ha ammesso la stessa Bundesbank che ha chiaramente fatto capire che la strada maestra sarà quella che portò pochi giorni fa al salvataggio di WestLB, scherzetto costato quattro miliardi di euro ai contribuenti tedeschi. La grandeur teutonica è al suo capolinea e il dato di ieri, in base al quale il governo non ha più la fiducia della maggioranza degli elettori, parla molto chiaro.

 

Semaforo verde, invece, per l’Italia. Almeno, sulla carta. «L’Italia è esperta e capace di sostenere la combinazione di un alto debito pubblico abbinato a una crescita moderata. Non presenta squilibri importanti come quelli che si stanno verificando in altre economie europee, come in Spagna e Irlanda, cresciute con la distorsione del mercato immobiliare e dell’elevato debito privato». È quanto affermava Alexander Kockerbeck, analista di Moody’s responsabile per la valutazione del rischio-Italia, in un’intervista a Il Sole 24 Ore. «L’Italia ha vulnerabilità e fragilità di sempre – continuava Kockerbeck – che sono già incluse nel rating Aa2, e non presenta nuovi rischi di instabilità che vediamo in altri Stati europei: l’Italia è al contrario relativamente stabile e bilanciata. E non prevedo che farà peggio di altri».

 

Però, «l’Italia non ha lo spazio per abbassare la tasse nei prossimi due anni, come in Germania. E c’è meno spazio per aiutare le banche ma non ne ha avuto bisogno. E non è realistico aspettarsi che possa “crescere fuori dal debito” in tempi brevi. Il governo tuttavia con lo scudo fiscale e la lotta all’evasione fiscale ha trovato il modo di praticare un’iniezione di capitale nel sistema e di allargare la base imponibile per aumentare le entrate in un momento di calo del Pil e di riduzione di queste entrate. E questo è stato un modo di reagire alla crisi».

 

Ecco il parere dell’analista di Moody’s chiamato a occuparsi solo dell’Italia, di noi: un’accozzaglia di ovvietà spaventosa, calcolando che lo scudo fiscale è servito solo a evitare che da febbraio stipendi e pensioni dei dipendenti pubblici non venissero più erogate. L’allargamento della base imponibile, poi, è una vera barzelletta: con una “multa” del 5%, infatti, ci si compra l’anonimato e comunque non è affatto detto che i capitali rientrati siano da un lato la totalità del denunciato e dall’altro qualcosa di tracciabile in maniera sicura. Basti pensare ai paradisi off-shore dove molte banche e finanziarie altro non sono che una stanzetta vuota con un fax e un telefono che squilla a vuoto.

 

Se l’Italia deve avere meno paura degli altri – e questo è vero – è perché abbassare il nostro rating, magari facendo aprire una bella procedura all’Ue, significherebbe liberarci da un bel giogo. Un eventuale default italiano potrebbe inficiare il valore dell’euro, al massimo, per l’entità complessiva della partecipazione italiana alla Bce, ovvero il 14%: escluso, quindi, un effetto Argentina.

 

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Nel caso estremo di uscita dall’eurozona, infatti, l’Italia potrebbe reagire al default svalutando la moneta per rendere conveniente l’export: non avendo più debiti per via del fallimento, sarebbe tecnicamente persino possibile una svalutazione del 50%. Il che rappresenterebbe un incubo per tutti i concorrenti europei poiché, disponendo il nostro paese di imprese in grande quantità e di grande qualità, la svalutazione shock di un’eventuale nuova lira produrrebbe la distruzione del settore manifatturiero di tutti i paesi mediterranei, Spagna , Francia e Turchia incluse, a favore dell’Italia.

 

Inoltre il 50% del nostro debito pubblico è in mani straniere, il che significa che immediatamente i governi inizierebbero a trattare per avere una restituzione anche parziale del credito: poiché esso viene usato principalmente ai fini pensionistici, diversi governi sarebbero disposti a fare di tutto perché almeno il 30% del debito sia pagato, come nel caso argentino. Solo il 15% dei Bot è realmente in mano a investitori italiani individuali, una fetta di cittadini per cui comunque sarebbe possibile approntare una sorta di rete di salvataggio.

 

Non è questione di maggior abitudine a gestire le emergenze, è che colpire l’Italia significherebbe far male a tutti tranne che a noi. Le “tre sorelle” non fanno sconti, semplicemente sanno dove, chi e quando colpire. Per ora, i bersagli sono altri: Irlanda, Grecia, Spagna e Islanda. Ma, guarda caso, del vulcano tedesco che rischia di far esplodere tutto, nessuno parla. Nemmeno quei geni straordinari delle agenzie di rating. L’attesa, però, sta per finire.

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