TASSE/ Annunci a parte, l’Italia potrà mai concedersi il lusso di una riforma fiscale?

- Ugo Bertone

Il dietrofont sulla riforma fiscale arrivato da Silvio Berlusconi pone alcuni quesiti sulla tempistica di un cambio della tassazione che appare inevitabile.

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Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

La politique d’abord. Capita spesso, che le esigenze della politica prevalgano sulla logica dell’economia. Ma non sempre, almeno a giudicare dal balletto, vagamente autolesionista, che ha accompagnato l’improvviso “revival” della riforma del fisco, uscita e rientrata nel cassetto dei programmi del Pdl nel giro di un solo weekend.

 

Tanto è durata l’illusione del via libera, in tempi ragionevoli, all’attesa semplificazione delle aliquote fiscali, sulla scia di una promessa che ha alle spalle quindici (abbondanti) anni di vita. Certo, il premier ha ribadito che “si impone una semplificazione di tutto il sistema tributario”, ma ha dovuto aggiungere che “sarà un lavoro lungo e duro. Spero che possa essere sufficiente un anno, ma è un lavoro davvero ingrato”.

Tutto qui. E così il “botto” della riforma fiscale si riduce a un ballon d’essai d’avvio della volata lunga che porterà al traguardo delle regionali di primavera. Con due obiettivi: a) aggiungere altra carne al fuoco al dibattito, per evitare che al centro della scena ci sia solo il caso giustizia; b) lanciare comunque un messaggio in risposta alle pressioni in arrivo da buona parte dell’elettorato a partire dalle solite partite Iva, così invocate prima del voto, così snobbate nell’azione di governo.

A 15 anni dalle prime promesse sul fisco, Silvio Berlusconi ha dovuto riconoscere che la pazienza dei suoi elettori, alle prese con una crisi che non accenna a finire, è ormai agli sgoccioli. Perciò, facendo ricorso alla memoria, è tornato a citare i libri che negli anni Novanta garantirono a Giulio Tremonti la prima notorietà fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori.

E così, in questi giorni, si è tornato a parlare di “quoziente familiare” piuttosto che di “spostare il baricentro della tassazione dalle persone alle cose”, riducendo la pressione fiscale sull’Irpef per spostarla gradualmente sull’Iva. Ma tutto questo potrà avvenire solo più avanti: anzi “se ne parlerà”, o più probabilmente se ne comincerà a parlare, a partire dal 2011. O anche dopo, se sono valide le ragioni del rinvio.

Al rientro nella Capitale, infatti, Berlusconi ha preso atto delle ragioni che sconsigliano una fuga in avanti: 70 miliardi di euro in esportazioni perduti dall’inizio della crisi; altri 20 di consumi in meno rispetto alle previsioni. Difficile, con questa premessa, dare il via libera a una manovra che preveda tagli all’Irpef, cioè la tassazione sulle persone, in cambio di un aumento delle entrate dell’Iva, per cui del resto esistono margini ristretti, rispetto ai competitors europei, che si stanno assottigliando.

Una forte semplificazione delle aliquote che potrebbero, addirittura, ridursi a due, con un tetto massimo del 33% (o del 37%, se verrà introdotto un contributo di solidarietà per i redditi superiori ai 100 mila euro) solo in un secondo momento potrebbe generare quegli effetti benefici sull’attività economica che, ovunque è stata adottata la politica della flat tax, ha generato nel medio termine un aumento del gettito.

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Prima, sarà necessario prevedere il contenimento delle spese, o quantomeno una riqualificazione delle stesse come del resto prevedeva il verbo tremontiano, che già all’inizio degli anni Novanta suggeriva il passaggio “dal centro alla periferia”. Ovvero, il federalismo fiscale. Sarà in grado questo passaggio di garantire un taglio alle spese?

 

Forse, una volta a regime, il controllo garantito da contribuenti più vicini alla fonte delle spese (in grado perciò di valutare meglio il modo in cui vengono impiegate le risorse ricavate dalle imposte) servirà a far da freno agli sprechi e a incanalare le risorse in maniera più efficiente. Ma anche a esser ottimisti va messa nel conto una fase di rodaggio distinta da conflitti di attribuzioni, duplicazioni e maggiori spese per creare in periferia le strutture necessarie. Senza dimenticare la necessità di garantire, in base al principio di sussidiarietà, le risorse necessarie al Mezzogiorno per evitare uno sfacelo stile Rosarno.

 

Insomma, la stagione non sembra, a prima vista, propizia per le grandi riforme. Per giunta è assai dubbio che l’Italia possa consentirsi esperimenti troppo arditi in una stagione di forti tensioni valutarie nell’area euro e di aspra concorrenza tra gli Stati nella raccolta di fondi con emissioni di debito pubblico.

 

Ma, a questo punto, sorge spontanea una domanda: quando mai l’Italia potrà concedersi il lusso di una riforma fiscale? È evidente che, prima di recuperare le posizioni perdute nell’export e nei consumi, ci vorranno almeno 2-3 anni. In questo periodo, l’agenda degli impegni pubblici tenderà a complicarsi (basti pensare al Mezzogiorno, ma anche alle infrastrutture piuttosto che al varo dei programmi nucleari) piuttosto che ad alleggerirsi.

 

Non occorre esser dei profeti per prevedere che, attorno al 2015, una riforma sarà forse più complicata di oggi, soprattutto se, archiviata come pare inevitabile la stagione dei tassi bassi, si dovranno fare i conti con l’inflazione e i rendimenti dei Btp e dei Bot ben più elevati. Per evitare un rinvio sine die, insomma, occorre imporsi una data d’avvio, sfruttando l’intervallo di tempo per mettere a punto una materia complessa e per necessità bipartisan o quasi.

 

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Occorre, insomma, assumersi un impegno politico inderogabile prima delle prossime elezioni politiche. Altrimenti la favola del fisco leggero, grande cavallo di battaglia di Berlusconi, rischierà di tradursi in un boomerang. Certo, s’imporrà un “lavoro ingrato”, ma che potrebbe riscuotere profonda gratitudine. È ben noto, del resto, che l’Italia sa muoversi solo nelle stagioni dell’emergenza.

 

I tempi delle vacche grasse, di solito, vengono in genere sprecati in vario modo, dilapidando i tesoretti con l’aumento delle spese correnti. Le vere riforme richiedono coraggio politico, che è cosa ben diversa dall’uso spregiudicato della politica degli annunci.

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