ALITALIA/ Sul compleanno cala lo spettro degli “aiutini”

- Juanfran Valerón

Se fosse una squadra di calcio, Alitalia sarebbe la classica formazione che vince il campionato e non la Champions League, con tanto di aiuti arbitrali

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Il compleanno della nuova Alitalia è stata un’occasione per fare bilanci, stilare voti e dar suggerimenti a Colaninno e soci. La compagnia italiana ne sembra uscita promossa, anche se un giudizio più preciso lo si potrà dare quando verranno resi noti i dati definitivi sull’ultimo trimestre del 2009.

 

Quel che è chiaro, come ha dovuto ammettere il “fustigatore” Ugo Arrigo, è che la nuova compagnia, rispetto alla vecchia Alitalia, è riuscita a migliorare la sua struttura di costi. Ciò dimostra una volta ancora, se ce ne fosse bisogno, che lo Stato non è un buon imprenditore. Tuttavia vorrei fare tre annotazioni. La prima riguarda il futuro ed è il fatto che, come riconosciuto anche dall’amministratore delegato di Alitalia, Rocco Sabelli, il prezzo del petrolio sarà la spada di Damocle di questo 2010.

La seconda è che il Piano Fenice non era azzeccato, tanto che il management nei fatti ha dovuto modificarlo in corso d’opera, soprattutto per quel che riguarda le tariffe dei biglietti aerei. L’ultima considerazione riguarda la legge 166/2008, che sarà in vigore per altri due anni (speriamo non oltre) e che rende possibile la posizione dominante di Alitalia sul mercato interno (e di monopolio assoluto sulla rotta Linate-Fiumicino).

Proprio su quest’ultimo punto, chi scrive esprime tutte le sue critiche e perplessità. E vorrei spiegarle con una metafora, approfittando anche di una recente notizia che riguarda Alitalia. Si tratta del fatto che la compagnia aerea ha deciso di diventare sponsor di alcune squadre di calcio, tra cui Juventus e Roma. È molto probabile quindi che presto vedremo in televisione nuovi spot di Alitalia con famosi calciatori, dopo quello con Raul Bova e consorte.

Ebbene, immaginate che Alitalia sia una squadra di calcio. E immaginate che in ogni partita che gioca in casa parta già da un vantaggio di 2 gol (non per merito suo). È chiaro che non attirerà le simpatie degli amanti della competizione sportiva, per quanto i suoi risultati in classifica possano essere soddisfacenti. E perché mai un commentatore che andasse in uno dei tanti “processi” tv a criticarla dovrebbe essere bollato come “esterofilo”, “disfattista”, “gufo” o “catastrofista”?

Ma il vero punto è che la squadra Alitalia riesce sì a vincere il campionato, ma in Champions League le sue performance crollano, tanto che fa meglio quella squadra di soli giocatori irlandesi che in Italia si piazza dietro di lei. Ed è poco confortante il fatto che la maggioranza dei giocatori della squadra Alitalia sono italiani.

E che dire poi del fatto che i tifosi italiani scelgono sempre più di abbonarsi alle squadre “minori” che ad Alitalia? Certo, si tratta più di ultras che di distinti signori da tribuna d’onore, ma più abbonati si hanno, più la società ha a disposizione risorse per il mercato e per cercare di far meglio in Europa e all’estero, dove gli introiti sono più alti.

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Onore quindi alla dirigenza, che rispetto alle gestioni passate sta migliorando la situazione, affinando gli ingaggi ed evitando gli sprechi (in questo senso sembra azzeccata l’idea di rimandare, magari a primavera quando i passeggeri hanno più voglia di volare, il debutto del brand AirOne come low fare). Ma nel sistema c’è evidentemente qualcosa che non va. E come succede nel calcio vero, è difficile che chi gode di un vantaggio poco sportivo sugli avversari lo riconosca apertamente. Ed è su questo punto che va il mio voto negativo a Colaninno e soci.

 

E se fossi uno dei patrioti intento a spegnere la candelina sulla torta di Alitalia esprimerei il desiderio di vincere la Champions League. Anche per far sì che valga il motto “squadra che vince non si cambia” e poter lasciar così nell’angolo i soci francesi. Altrimenti l’unico detto che risuonerà sarà il “portoghese” zeru tituli.

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