ENI/ Ecco perché le “magie finanziarie” di Knight Vinke fanno male all’Italia

- Gianni Gambarotta

Il colosso energetico deve guardarsi dai magheggi finanziari che, in nome del profitto, hanno prodotto la crisi. Pare che con questa logica, operi il fondo attivista proprietario dell’1% di Eni

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Come ha scritto Massino Mucchetti sul Corriere della Sera di martedì scorso, il gruppo Eni attraversa un momento delicato. Continua a essere una delle migliori società italiane (se non la migliore) e continua a guadagnare.

Però nei primi nove mesi del 2009, a causa della crisi economica e della caduta dei prezzi dei prodotti energetici, l’utile netto si è dimezzato rispetto allo stesso periodo del 2008; il bilancio dell’anno appena chiuso segnerà un più 5 miliardi, che è una cifra di tutto rispetto, ma che riporta l’Eni indietro ai risultati del 2003.

L’amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha dichiarato in una lunga intervista ad Affari & Finanza di Republica di lunedì scorso, che il suo gruppo ormai ha superato, per quantità di barili prodotti all’anno, un colosso come la Conoco Phillips, e sta tallonando la francese Total.

Insomma, il cane a sei zampe è sempre più saldamente fra i big dell’industria petrolifera mondiale. Questo è un dato positivo, non c’è dubbio, ma non è sufficiente a compensare l’effetto di cifre di bilancio non entusiasmanti: infatti il titolo Eni in Borsa sta soffrendo, e un po’ più dei suoi concorrenti internazionali.

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E da qui viene un altro dei problemi che la società di Scaroni sta affrontando. Il problema si chiama Knight Vinke, il fondo attivista americano che ha comprato circa l’1% della società petrolifera e dal novembre scorso si è lanciato in una campagna che ha come obiettivo quello di dividere il gruppo in due: da una parte il gas e la sua distribuzione, dall’altra l’estrazione e la produzione di greggio.

La ragione di questo scorporo? Eric Knight, capo del fondo, l’ha spiegata in una lettera a Scaroni, in una conferenza stampa del novembre scorso, e con annunci pubblicitari (pagine intere) sui principali quotidiani italiani ancora in corso: la sua attuale natura di conglomerata penalizza l’Eni. Se invece si creasse una new company alla quale conferire le attività del gas, si potrebbe aumentare il suo valore borsistico del 50%. Addirittura.

L’argomento è delicato perché va a sovrapporsi (creando confusione) alla questione dei gasdotti che l’Eni potrebbe in parte cedere anche sotto la spinta del Commissario Ue alla Concorrenza. Ma l’aspetto principale, e più complesso, è un altro.

Il fondo Knight Vinke è uno strano soggetto. In passato ha comprato una partecipazione minima nella Shell ed è riuscito a imporre una modifica della governance del colosso anglo-olandese. Ora ci riprova con l’Eni, ma in uno scenario così differente da generare dei seri dubbi sulle sue reali intenzioni, sugli appoggi (o patronage) di cui può disporre e sulla validità della formula che suggerisce.

 

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La Shell è una public company e anche un pacchetto relativamente piccolo può bastare a spostare equilibri di potere; l’Eni è invece tuttora una società pubblica, controllata al 30% dal Tesoro italiano. Allora, che chance ha Eric Knight, con il suo 1%, di riuscire nell’intento di cambiare le strategie di un’azienda controllata saldamente da uno stato?

L’investimento che ha fatto, per ora, non è stato un successo: ha comprato il titolo quando quotava attorno ai 20 euro, mentre ora è poco sopra i 17, quindi è in perdita. In più sta spendendo molto per convincere i mercati della bontà del suo progetto: conferenze stampa, incontri con le comunità finanziarie, campagne pubblicitarie hanno dei costi. Quando riuscirà a rientrare?

È una domanda che si pongono molti. E alcuni avanzano il dubbio che dietro questo fondo attivista ci siano dei concorrenti dell’Eni: il quotidiano MF, citando fonti diplomatiche, ha parlato di Exxon o della stessa Shell che, appoggiando Knight Vinke, punterebbero a creare delle difficoltà alla compagnia italiana diventata un competitor ingombrante su molti mercati, soprattutto quello (assai promettente) dell’Africa subsahariana.

Nessuno, ovviamente, è in grado di dire se queste voci abbiano un minimo di fondamento o siano pure invenzioni. Ma non è nemmeno decisivo stabilirlo. Quello che più sorprende è che, dopo quanto è successo sui mercati dal settembre del 2008, qualcuno torni a proporre della formule magiche per “produrre valore per gli azionisti”.

 

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Si prende un’azienda, la si divide, la si accorpa, la si fonde, la si scinde e il gioco è fatto: quello che valeva dieci, vale venti senza che, nella sostanza, si sia fatto nulla. Queste strabilianti operazioni di ingegneria finanziaria hanno portato l’economia a un passo dal fallimento: si sperava di non sentirne più parlare almeno per un po’.

Invece sono di nuovo lì. C’è di nuovo chi sostiene, e con grande battage, che gli interessi a breve del mercato, degli azionisti, devono prevalere sulla strategia di un paese che ha deciso di conservare il controllo sulle sue fonti di energia. E il ritorno di questa moda, francamente, non entusiasma.

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