SCENARIO/ Giannino: non confondiamo il successo dei saldi con quello del governo

I saldi stanno andando bene, ma guai alle semplificazioni. C’è per esempio chi confonde il successo dei saldi con quello del governo. Il calo di consumi e produzione c’è stato, ma gli italiani hanno risparmiato e ora usano la testa. Senz’altro più della politica

05.01.2010 - Oscar Giannino
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I saldi stanno andando bene. In questi primi giorni – la partenza al 2 gennaio è stata più o meno generalizzata, tranne alcuni grandi centri in cui i Comuni hanno aspettato qualche giorno ancora, come a Firenze dove partono il 7 gennaio – dovunque le cronache attestano parcheggi pieni negli outlets, con picchi di presenze superiori anche del 20 per cento sul 2008. Quanto ai centri storici e commerciali delle grandi città, sono strapieni di consumatori. Del resto, l’ultimo sondaggio di Confcommercio precedente l’apertura dei saldi attestava che si ripromettevano di approfittarne quest’anno oltre il 69 per cento del totale dei consumatori, spendendo da una media di 300 euro per le donne a un picco di 400 per gli uomini.

Per interpretare il fenomeno, occorre secondo me guardarsi da due errori. Non condivido né l’affanno di molte associazioni di consumatori, che tentano in questi giorni di dire che è tutta apparenza e niente sostanza, perché comunque gli italiani stanno malissimo e li aspetta una nuova stangata di prezzi e tariffe. Né tanto meno il roseo ottimismo di chi – come il Giornale – ripete la solfa che la crisi non è mai esistita o quasi, perché gli italiani i negozi li hanno sempre affollati e chi dice il contrario è solo un gufo e menagramo. Sono due eccessi, almeno dal mio punto di vista che si sforza di guardare ai numeri. Ma la dicono lunga, su come nel nostro Paese le parti in commedia prevalgano su un’analisi spassionata della realtà. Molte associazioni dei consumatori modulano solo toni funebri, inseguendo iscritti perennemente vittime di truffe e grassazioni. Dall’altra parte, c’è chi confonde il successo dei saldi con quello del governo. Hanno torto entrambi, secondo me. Tanto i pessimisti, che i trionfalisti a oltranza.

Che cosa ci dicono i numeri? Che il calo dei consumi e della domanda interna è stato molto più contenuto nel 2009 della botta arrecata alla produzione industriale dal fortissimo calo del commercio mondiale e, di conseguenza, delle nostre esportazioni. Il 2009 si chiuderà con un commercio mondiale intorno circa al 15 per cento in meno del 2008, il più forte decremento nel secondo dopoguerra. Di conseguenza, la produzione industriale italiana è arretrata nel 2009 ai volumi di circa 100 trimestri fa, riportandoci a 25 anni indietro. La domanda interna, al contrario, nel 2009 avrà anch’essa un segno negativo, ma non oltre l’1 per cento meno dell’anno precedente. Gli italiani, come è stato più volte ricordato, sono privatamente indebitati molto meno di altri popoli, e poiché sono formiche e non cicale vantano una ricchezza accumulata che continua ad essere pari a circa il 750 per cento del proprio reddito annuo disponibile, tra i 200 e i 300 punti in più rispetto ad altri Paesi avanzati come Regno Unito, Stati Uniti ma anche la Francia.

Il significato profondo della folla di italiani in fila per i saldi sta tutto in quell’apparente contraddizione. Gli italiani non sono tra chi sta peggio. Ma al contrario di altri sanno fare bene i conti nella crisi. Non sottovalutano la portata della sfida molto seria di cavalcare la ripresa delle esportazioni, visto che la produzione industriale in Francia è arretrata di soli 12 trimestri e in Germania di 13.

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Ma a differenza di altri popoli gli italiani sono abituati da diversi anni a misurarsi con consumi assai meno effervescenti di quanto fossero altrove. I soldi disponibili per i consumi, negli anni Duemila, sono aumentati per la famiglia media italiana di poco più di uno zerovirgola l’anno. Se nel 2001 gli italiani erano a quota 117 di Pil procapite rispetto alla media 100 dell’Ue, nel 2008 erano scesi a quota 102. Perciò – oltre per la componente virtuosa di minor indebitamento privato – i consumi in Italia sono aumentati negli anni Duemila assai meno che altrove. Ed è per questo che oggi gli italiani si rivelano ancor più consumatori accorti, attenti al rapporto tra prezzi e qualità e alle occasioni, rinviando all’apertura dei saldi molti degli acquisti che in altri tempi avrebbero compiuto prima delle festività, e dedicando anche molto tempo ai confronti tra le diverse offerte: di qui il fenomeno che molti lamentano, tra marciapiedi e parcheggi strapieni, e poche buste nelle mani dei compratori.

 

La dinamica molto, troppo contenuta dei redditi disponibili colpisce soprattutto – oltre naturalmente i pensionati – quei milioni di italiani che contano sulla sola retribuzione da lavoro, soprattutto nel settore privato, e a qualifica bassa media. Ed è per liberare energie da mettere al servizio di un loro maggior benessere e di più alti loro consumi, che entrano in campo le riforme necessarie. È per questo che la politica dovrebbe seguire la preziosa indicazione espressa dal Capo dello Stato nel suo messaggio di fine anno. Le riforme sono irrinunciabili. Abbiamo già perso troppo tempo, per la demonizzazione incrociata tra maggioranza e opposizione.

 

La politica può e deve trarre esempio dalla lezione di compostezza e responsabilità offerta proprio nell’ultimo anno di crisi da milioni di italiani, da quelli le cui aziende sono state colpite da cali di ordini a doppia cifra, come da coloro che comunque sono rimasti fermi al palo. La riforma degli ammortizzatori sociali serve ai primi, per difendere l’occupazione nel mercato del lavoro e non più sul vecchio posto di lavoro, cosa che impedisce le razionalizzazioni e ristrutturazioni aziendali che servono, per dare nuove risposte alla mutata domanda dei mercati. La riforma del welfare serve ai secondi, per abbassare quel cuneo fiscale da record che rende insieme povero il portafoglio dei dipendenti, e così svantaggioso investire e offrire lavoro in Italia, piuttosto che in altri Paesi. La riforma dell’Università serve a tutti, per formare al meglio le professionalità del domani e attirare nuovo capitale umano dal resto del mondo. E così quella della giustizia, che non è una rivincita della politica sui magistrati ma la necessità di un ordinamento più efficiente nei suoi tempi e decisioni, e meno lontano nella sua organizzazione dai diversi modelli adottati in tutti gli altri Paesi avanzati.

 

Gli italiani che si affollano ai saldi mostrano di saper bene quale sia il tempo e la condizione più giusta per fare la scelta migliore. La politica vede insieme un nuovo massimo della popolarità di Berlusconi, dopo la violenza di cui è stato vittima, e di intolleranza da parte di un segmento non proprio trascurabile dell’opposizione. Purtroppo, la previsione più facile è che nulla si muova, prima di contare i voti nelle urne delle Regionali. Che errore. La famiglia italiana, ancora una volta, è più saggia della politica che le inguaia la vita.

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