BIG SOCIETY/ Vittadini: la sussidiarietà ora parla inglese

- Giorgio Vittadini

GIORGIO VITTADINI interviene oggi dalle colonne de Il Sole 24 Ore nel dibattito aperto su sussidiarietà e big society

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Il concetto di Big Society, proposto come punto chiave dell’agenda del premier inglese David Cameron, è solo riducibile alla revisione in senso liberale di un modello economico o è anche una ridefinizione politico-filosofica dei rapporti tra individui, società e Stato che implica una certa idea di uomo?

Nel discorso programmatico del 19 luglio a Liverpool, Cameron afferma: “Si tratta di un grande cambiamento culturale, in cui le persone, nella vita di tutti i giorni, nelle loro case, nei quartieri, nei posti di lavoro, cessano di rivolgersi a funzionari, autorità locali, o governi centrali per trovare le risposte ai problemi che incontrano, e sono invece abbastanza forti e libere da aiutare loro stesse e le loro comunità…”.

Big Society vuol dire “comunità capaci di costruire nuovi edifici scolastici, vuol dire servizi capaci di formare al lavoro, vuol dire fondazioni che aiutano i criminali a riabilitarsi…”. Al centro della Big Society c’è quindi innanzitutto una certa idea di uomo e del valore della sua iniziativa (fondamento del principio di sussidiarietà).

Un uomo concepito non come individuo isolato – secondo una concezione antropologica che ha preso piede a partire dal Settecento -, ma come essere strutturalmente relazionale (accento che troviamo forte nell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI), e che realizza i suoi scopi mettendosi insieme ad altri uomini. Il concetto di “comunità” di Cameron è ciò che ha dato vita ai corpi intermedi, tipici della tradizione secolare e attuale del “welfare sussidiario”.

 

Fin dal Medioevo, scuole, ospedali, opere di assistenza, università, e, in tempi più recenti per iniziativa dei movimenti cattolico e operaio, anche istituti di credito e mutue, sono nati dall’azione di comunità di uomini mossi da criteri ideali. Anche oggi, in tutto il mondo, realtà fondamentali per il nostro benessere – dalla Mayo Clinic di Rochester, alle grandi università americane, al Food Bank (o Banco Alimentare di casa nostra) – nascono e crescono per l’azione di queste comunità di cittadini non assimilabili né al privato for profit né all’ente pubblico.

 

Ne nasce un’idea innovativa (sicuramente per l’Italia) del rapporto tra Stato e opere nate dalle realtà di base. Dice ancora Cameron: “Perciò il governo non può restare neutrale: deve promuovere e sostenere una nuova cultura del volontarismo, della filantropia, dell’azione sociale. […].

 

Dobbiamo liberarci di una burocrazia centralizzata che spreca soldi e fiacca lo spirito pubblico. Al suo posto dobbiamo dare molta più libertà ai professionisti, aprire il servizio pubblico a nuovi operatori come fondazioni, imprese sociali, aziende private, e così offrire più innovazione, diversità e responsabilità nei confronti delle domande pubbliche…”.

 

E’ ancora una volta la concezione di sussidiarietà antica e moderna che riconosce il valore di realtà che, pur non essendo di diritto pubblico, sono di pubblica utilità, così come sancì la nostra Corte Costituzionale a proposto delle Fondazioni di origine bancaria (sentenza n.301/2003).

 

 

Una concezione che suggerisce una teoria e una prassi ben lontana dalla neutralità (o, peggio, dall’ostilità) con cui l’ente pubblico, anche nel nostro Paese, per lo più vede l’azione del privato sociale. Come disse don Giussani al convegno della DC Lombarda nel 1987, “è nel primato della società di fronte allo Stato che si salva la cultura della responsabilità.

 

Primato della società allora: come tessuto creato da rapporti dinamici tra movimenti, che creando opere e aggregazioni, costituiscono comunità intermedie e quindi esprimono la libertà delle persone potenziata dalla forma associativa”. Una prospettiva nata dall’insistenza cattolica sul valore del singolo uomo e della sua iniziativa (base della sussidiarietà), ma che può essere ben compresa e realizzata da un liberale non liberista quale Cameron, è ciò che sembra proporsi all’inizio del suo mandato.

 

(Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 10 Ottobre 2010)


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