CRISI/ Ecco la Big Society che serve alle imprese

- Giovanni Marseguerra

Ci sono due segnali che fanno ben sperare per le Pmi italiane, ma – spiega GIOVANNI MARSEGUERRA – anche lo Stato deve fare la sua parte

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L’Italia è il paese della piccola impresa. Le imprese con meno di dieci addetti, ad esempio, sono quasi il 95% del totale e contribuiscono per circa un terzo al fatturato e al valore aggiunto complessivi.

Questa peculiare tipologia imprenditoriale, per lo più a carattere familiare, rappresenta dunque uno dei principali elementi di forza del nostro sistema produttivo. Dovrebbe perciò essere una risorsa da valorizzare per cercare di agganciare la ripresa e imboccare con decisione la strada dello sviluppo. Purtroppo oggi questo non sempre avviene e anzi spesso i nostri piccoli imprenditori, al di là delle chiacchiere e dei buoni quanto vani propositi, non ricevono l’attenzione concreta che invece meriterebbero.

Forse però anche sotto questo profilo qualcosa sta cambiando. I segnali della scorsa settimana che fanno ben sperare per una non effimera inversione di tendenza vanno tuttavia collocati in una più ampia prospettiva di sussidiarietà.

Un primo elemento di fiducia è rappresentato dalla conclusione da parte della Commissione Attività produttive della Camera dell’esame degli emendamenti al disegno di legge sullo Statuto delle imprese. Si tratta di un articolato che, quando diventerà legge, costituirà una vera e propria rivoluzione copernicana per il modo di fare impresa nel nostro Paese e che mira a valorizzare il ruolo delle PMI con l’applicazione concreta nella normativa italiana dei principi europei dello Small Business Act.

Lo Statuto, frutto in gran parte dell’intuizione del deputato del PdL ed ex-Presidente della Compagnia delle Opere Raffaello Vignali, si propone di far riconoscere finalmente dalla nostra legislazione il valore economico e sociale del fare impresa. Il testo originale ha subito diverse modifiche ed è ora al parere delle altre Commissioni competenti e sarà poi licenziato dalle Attività produttive per passare all’esame dell’Aula, nella speranza che possa concludere entro la fine dell’anno il suo iter a Montecitorio. Si tratta di una riforma che andrà a incidere molto positivamente sul modo di fare impresa in Italia e che forse avrebbe meritato un percorso legislativo più rapido (una “corsia preferenziale”) in grado di assicurarne una più rapida attuazione. Ma con i tempi che corrono, c’è solo da sperare che riesca per lo meno ad entrare in vigore entro questa legislatura.

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Una seconda buona notizia per le nostre piccole imprese è venuta dal documento intitolato “Ripensare alla crescita del Paese: strategie e scelte di medio termine”, elaborato la scorsa settimana da Rete Imprese Italia, il nuovo soggetto di rappresentanza unitario del mondo delle piccole e medie imprese promosso dalle cinque maggiori organizzazioni dell’artigianato, del commercio, dei servizi e del turismo (Confcommercio, Cna, Confesercenti, Confartigianato e Casartigiani) che rappresenta due milioni di imprese e 14 milioni di addetti (pari al 60% della forza lavoro italiana).

 

La presentazione stessa di un elaborato di questo tipo ci sembra dimostri come l’annoso problema della rappresentanza delle piccole imprese sia oggi avviato a soluzione grazie a un soggetto che alla prova dei fatti si sta dimostrando coeso e responsabile. Il che non è poco. Per quanto poi attiene ai contenuti, il documento della Rete richiede maggiore semplificazione legislativa, meno burocrazia, riduzione della pressione fiscale, incentivazione della formazione e detassazione del salario di secondo livello. Si tratta di richieste che vanno al cuore delle aspettative dei nostri piccoli imprenditori e che ci paiono anche tutte in grande sintonia con il precedente Statuto delle imprese.

 

Ma perché sono importanti questi due documenti e cosa c’entrano con una visione della società improntata alla sussidiarietà? La risposta è che entrambi vanno collocati in un disegno che si propone di promuovere quello spirito di intrapresa che da sempre contraddistingue la nostra piccola imprenditorialità e che si caratterizza per una forte richiesta di libertà responsabile, l’unica capace di costruire il bene comune. Una prospettiva che si situa in modo perfettamente complementare e funzionale a quella, enfaticamente battezzata della “Big Society”, oggi portata avanti in Inghilterra da David Cameron (a dire il vero anche per la stringente necessità di tagliare drasticamente il disavanzo pubblico) e che in Italia è già realtà in molte parti del Paese (la Lombardia su tutte) sotto la più corretta denominazione di sussidiarietà.

 

Ovvero, in estrema sintesi, la capacità di riuscire a risvegliare e a mettere in moto la creatività (tra cui quella imprenditoriale) delle persone, stimolando la partecipazione dei corpi sociali intermedi, coinvolgendo la comunità nella produzione di beni e servizi e riuscendo a costruire e ad aggregare nella solidarietà. Ci sono nella società italiana migliaia di esempi di sussidiarietà concreta, vissuta, praticata (e giustamente venerdì scorso Paolo Preti su queste pagine ne ricordava alcuni particolarmente significativi): nella scuola, nella sanità, nell’attività creditizia, nella produzione. Ma la prospettiva sussidiaria della società non esclude affatto la presenza dello Stato. Se da un lato vi sono le iniziative della società, dall’altro serve uno Stato capace di valorizzarle. Uno Stato meno invadente e più efficiente, meno intrusivo e più propositivo. Che faccia meno imposizione e più costruzione.

 

In questa visione risultano allora perfettamente coerenti le richieste, ad esempio, di una maggiore semplificazione normativa e di una riduzione dell’imposizione fiscale sulle imprese e sui lavoratori. Così come appare imprescindibile l’esigenza di ripensare e ridefinire il ruolo della politica industriale, che non può certamente essere quella invasiva e onnipresente della seconda metà del secolo scorso, ma che non può nemmeno ridursi al nulla assoluto. Serve invece una capacità di elaborazione prospettica e una visione economica a un tempo lungimirante sul lungo periodo e concreta nel breve periodo.

 

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Alle nostre piccole imprese, che trovano forza nelle reti di capitale sociale che innervano in modo capillare la nostra società, deve essere offerta una prospettiva di sistema capace di identificare, e anche di finanziare tramite forme di partnership pubblico-privato, progetti di ampio respiro su filiere produttive in cui possa risaltare la nostra capacità innovativa e creativa pur rimanendo nell’ambito della tradizione e della cultura che ha generato il made in Italy. Delegando poi alle forme istituzionali più vicine al territorio il compito della concreta implementazione dei progetti.

 

Lo spirito di intrapresa dei nostri piccoli imprenditori non va ingabbiato in un mare di norme e regole, di lacci e laccioli. Ha invece bisogno di essere indirizzato verso un progetto di sistema che stimoli la creatività dei singoli. E questo è esattamente il compito di uno Stato moderno ed efficiente. Saprà la politica essere all’altezza? Gli avvenimenti degli ultimi mesi non sembrano particolarmente incoraggianti.  



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