FINANZA/ 2. Attenzione al “mercato manipolato” che minaccia le Borse

- Mauro Bottarelli

Attraverso un sistema gestito da potenti computer, spiega MAURO BOTTARELLI, è possibile “manipolare” i mercati, che perdono così credibilità

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Foto Imagoeconomica

Alcuni miei critici hanno utilizzato e utilizzano come contrappunto al mio presunto pessimismo – io continuo a chiamarlo realismo ma tant’è – i recenti rally borsistici, ovvero il fatto che per quanto l’economia globale non riparta, molti Stati anneghino nel debito pubblico e le banche siano ancora intasate di assets tossici di quasi impossibile valutazione, la Borsa prosegue il suo lavoro e la gente continua ad avere opportunità di guadagno. È il libero mercato. E a me piace.

 

Peccato che quello con cui abbiamo a che fare, negli Usa in modo particolare ma non solo, non è “libero mercato”, ma un mercato strutturalmente manipolato, sia dal cash flow rappresentato dall’eccesso di liquidità garantito dai dollari artificiali stampati in cantina dalla Fed, che da un sistema insito al mercato azionario, atto a renderlo completamente falso e finalizzato alla creazione di profitti non illeciti, ma certamente dannosi per la finanza globale e i suoi equilibri.

Stando a dati e rilevazioni della Investment Company Institute, che monitora i flussi di entrata e uscita sui fondi e sul risparmio gestito in generale, resi noti alla fine di settembre, c’è qualcosa che non va. Per la 22ma settimana di fila (quindi un arco temporale che comprende anche tutti i mini-rally degli ultimi mesi e che tanto hanno entusiasmato i miei critici) c’è stato sempre e solo un deflusso di denaro dall’equity nel risparmio gestito: dall’inizio dell’anno siamo a circa 70 miliardi di dollari usciti dal mercato azionario statunitense. Al riguardo, guardate questi grafici, il primo in termini assoluti e il secondo con dati cumulativi.

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Quindi, mi sono posto una domanda: se si registrano tutti questi deflussi, chi diavolo investe in Borsa per rendere possibili quei rally? Mettetevi comodi, se volete proseguire nella lettura di questo articolo, perché il tema non è dei più semplici e richiede una trattazione non breve. Per Max Keiser, notissimo commentatore di Wall Street, infatti, il capitalismo di libero mercato non esiste più, oggi dobbiamo parlare di “rigged market capitalism”, ovvero capitalismo di mercato manipolato al fine di garantire unicamente profitti privati a danno dei soggetti istituzionali.

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Se lo dice Keiser, c’è da credergli, visto che da anni ribadisce a ogni piè sospinto di essere l’inventore di uno dei sistemi più usati per porre in essere la manipolazione del mercato. Ma, attenzione, il suo intento – all’atto della progettazione – era esattamente l’opposto. Quando infatti era pronto per l’ottenimento del brevetto, il suo programma era ritenuto il metodo migliore per mantenere la pratica manipolatrice fuori dai mercati. E come sarebbe riuscito in questo nobile intento?

 

Incrociando acquirenti e venditori automaticamente, quindi eliminando il cosiddetto “front running”, ovvero brokers che comprano o vendono a fronte di grossi ordini che arrivano dai loro clienti. Il programma informatico intendeva quindi eliminare questo conflitto di interessi, esistente nel momento in cui i brokers che incontrano acquirenti e venditori stanno a loro volta vendendo dai loro conti privati. Peccato che quel programma terminò nelle mani sbagliate e divenne il prototipo di altri, più sofisticati, programmi di trading automatizzato che, in realtà, facilitano molto il lavoro di front running.

 

Si tratta del cosiddetto High Frequency Trading (HFT) di cui abbiamo parlato recentemente, quando denunciammo come nelle pieghe della riforma statunitense dei mercati finanziari dei derivati si spalancasse di fatto la porta a questo tipo di trading per il mercato a dir poco sensibile dei cds sulle obbligazioni corporate. Bene, l’High Frequency Trading o anche “black box trading” utilizza computer ultra-veloci governati da complessi algoritmi per analizzare dati e transare ordini in grandissime quantità ad altissima velocità.

 

Esattamente come un giocatore di poker che utilizza lo specchio sul muro per vedere le carte degli avversari, l’HFT permette al trader di sbirciare gli ordini più grossi in entrata e scavalcarli sul tempo per ottenere profitti al massimo. E, cari signori, quei grossi ordini istituzionali Usa sono soldi dei contribuenti: fondi pensione, mutual funds e i cosiddetti 401Ks, ovvero i piani di accantonamento e gestione pensionistica che vede questi fondi investiti nell’arco di tempo di maturazione della vita lavorativa del dipendente.

 

E, purtroppo, cari signori, l’HFT è divenuta la forza trainante della Borsa, capace di muovere il massimo volume di scambio ma anche, e soprattutto, garantire la più larga porzione di profitti, così come la manipolazione stessa dei mercati per finalità finanziarie e politiche: pesa per il 60% del mercato equity statunitense e per più del 25% su quello della London Stock Exchange. Ad aggravare la situazione, poi, ci si mette il fatto che ultimamente non sono più oggetto dell’HFT solo le cosiddette “penny stocks”, ma veri e propri pezzi da novanta come Apple, Ibm, BofA e soprattutto il titolo dei titoli, l’ETF Spy, quello che replica lo Standard&Poor’s 500.

 

Ma a confermare il fatto che in realtà la gente scappa a gambe levate da questo tipo di mercato gestito da macchine e algoritmi, ci ha pensato il sondaggio periodico pubblicato il 27 settembre scorso da Bloomberg (http://www.bloomberg.com/news/2010-09-27/weekly-insider-buying-and-selling-by-s-p-500-companies.html) riguardo le vendite e gli acquisti da parte di insiders, ovvero dipendenti di aziende che quindi dispongono di informazioni rilevanti e possono porre in essere i cosiddetti “insider selling”. Bene, nella settimana terminata il 24 settembre il rapporto tra azioni vendute e azioni comprate è 1141 a 1, questa sì che è fiducia nei mercati! Ma torniamo al nostro racconto-ricostruzione. La rivoluzione “buona” che era nella intenzioni di Max Keiser avrebbe dato vita alla “Virtual Specialist Technology” (VST), in un primo tempo testata e messa in pratica per la Hollywood Stock Exchange, una simulazione multipiano creata sul web nella quale i players usavano denaro virtuale per comprare e vendere azioni di attori, registi, film in uscita e opzioni cinematografiche. Insomma, una sorta di Monopoli virtuale delle star del cinema.

 

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Il programma determinava automaticamente il vero prezzo di mercato, comparando “denaro” e “lettera” e soppesando le proporzioni di ognuno, di fatto prendendo il posto dei “floor brokers”. Detto fatto, Keiser e il suo socio Michael Burns nel 1996 fecero richiesta di brevetto per la VST come «sistema di sicurezza del trading implementato via computer come una funzione di specialista virtuale» e nel 1999, il brevetto arrivò. Peccato che con l’esplosione della bolla dotcom, l’azienda di Keiser, la HSX Holdings, si trovò in grossi guai e per capitalizzare fu costretta a vendere il sistema VST all’azienda di investimenti Cantor Fitzgerald, questo nonostante il buon Keiser fosse contrario.

 

E cosa fece il compratore? Facile, mise in ghiaccio la parte del sistema che eliminava il front running, proprio come una qualsiasi azienda che compra brevetti concorrenti per tenerli fuori dal mercato. Dopodiché, eliminata la sgradevole prerogativa di prevenire il front running, il programma fu alterato per ottenere l’effetto contrario, ovvero quello del giocatore di poker che guarda alla specchio le carte avversarie: stranamente, questo tipo di abuso del brevetto è illegale in base alla legge sulla proprietà intellettuale europea, ma tant’è, chi vuoi che ci capisca qualcosa di queste cose (alla fine dell’articolo capire il perché di questo appunto)!

 

Solo che il programma VST, in questo modo, rimase per un po’troppo tempo a disposizione dell’ufficio brevetti e fornì così un’intuizione per molti altri geni del computer a fini finanziari: per l’esattezza, fecero riferimento alla “prior art” o primogenitura intellettuale di Keiser ben 132 persone che presentarono altrettanti programmi di trading automatizzato o HFT. Ecco spiegato come mai in un lasso di tempo brevissimo l’HFT ha conquistato le Borse, vedendo le aziende del ramo pesare per il 72% su tutti gli equity trades statunitensi, nonostante rappresentino soltanto il 2% delle circa 20mila aziende interessate. L’accettazione, nel 1998, da parte della Sec dei network di comunicazione on line e dei sistemi di trading alternativo, fece il resto.

 

Per oltre un secolo, quindi, il mercato azionario è stato un vero mercato con traders in carne e ossa che operavano nelle sale: in solo un decennio, il floor trading è stato eliminato da quasi tutte le Borse minori e in quelle maggiori deve coesistere forzatamente con il trading elettronico. In questo contesto, una componente fondamentale del front running computerizzato è il cosiddetto “flash trade”, ovvero quei flash orders permessi attraverso una salto mortale regolatorio e in base ai quali le Borse sono autorizzate a mostrare ordini ad alcuni traders che in cambio pagano una sorta di tassa.

 

Il problema è che a certi livelli si è pensato di usare i flash trades per portare le contrattazioni fuori dalle Borse regolamentate, ovvero rivelando (to flash) un ordine in entrata a un trader per una frazione di secondo prima che questo sia inviato al sistema di mercato nazionale. Se il trader in questione riesce a incontrare la migliore offerta o domanda nel sistema, può prendere l’ordine prima che questo sia visibile al resto del mercato: facile, no? Il cosiddetto “flash peek”, la sbirciata istantanea, rivela in effetti la contrattazione in arrivo ma non il prezzo limite, ovvero il prezzo massimo a cui il compratore o venditore è intenzionato a contrattare. Ed è questo a garantire al programma di High Frequency Trading il vantaggio strategico, l’inside: ovvero, non solo ottenere profitti da altri investitori ma manipolare davvero i mercati a suo favore, giocando di riflesso alle carte in mano agli altri soggetti.

 

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Ma facciamo un esempio concreto. Mettiamo il caso che un compratore voglia acquistare 100mila azioni di un’azienda x con un limit price di 26,40 dollari per azione. Ovvero, l’acquirente accetterà qualsiasi prezzo superiore a 26,40 dollari ma, casualmente, il mercato attuale è prezzato a 26,10 dollari ad azione, ovvero 30 centesimi meno del limit price. Così i computer, avendo dato vita a una scansione del mercato attraverso i “flash rodersi”, cominciano a immettere piccoli lotti (di solito cento azioni) di ordini “immediate or cancel” (ICO) per vendere a 26,20. Se questo ordine è “mangiato”, a quel punto il computer immette un ordine a 26,25 dollari, poi a 26,30, poi a 26,35 e alla fine a 26,40 dollari per azione. Appena prova con 26,45 non trova risposta (no bite, in gergo) e l’ordine è immediatamente cancellato.

 

Ora, il flusso di approvvigionamento si palesa, per coincidenza, a 26,39 dollari per azione e per i profeti dell’HFT questo sarebbe la prova della maggiore efficienza del mercato! Il fatto è che in realtà non c’era nessun venditore a nessuno di quei prezzi emessi: questo schema di offerta nasce per un’unica finalità, ovvero manipolare il mercato scoprendo ciò che dovrebbe essere di fatto un pezzo segreto di informazione, il limit price dell’altra parte. Con flussi normali di ordinativi la persona con il limit order vedrebbe l’offerta a 26,20 dollari per azione e potrebbe abbattere il suo limite, ma con i computer così veloci, le opzioni sono due: o la persona dispone di un computer altrettanto potente oppure il suo ordine viene schiantato immediatamente al limit price pieno.

 

Insomma, rispetto all’esempio che abbiamo fatto le aziende di HFT riescono a “rubare” decine di cents per azione grazie al fatto che sono riuscite a sbirciare il suo book prima che sia possibile agli “umani” di scandagliare l’attività, determinando loro il suo maximum price e vendendo l’azione al prezzo più vicino possibile a quest’ultimo. Facile fare soldi così, non vi pare? Qualche mercatista che ha scambiato il capitalismo per gangsterismo difende queste pratiche dicendo che massimalizzano la liquidità: peccato che, se anche questo accadesse, c’è un prezzo che la collettività paga a questa grande conquista.

 

In questo mercato manipolato gli ordini istituzionali (gli stessi fondi pensione e altro di cui abbiamo parlato in precedenza) sono costantemente fregati a beneficio di poche banche d’investimento internazionali che si basano sull’HFT. Nei fatti, i traders ad alta frequenza potrebbero invece rimuovere, drenare liquidità dai mercati. La pensa così, ad esempio, Thomas Caldwell, amministratore delegato della Caldwell Securities Limited di Londra, secondo cui «i grandi investitori istituzionali sanno che se cominciano a gettarsi a capofitto verso un blocco di azioni a un certo prezzo – anche se il pacchetto è spezzettato in piccole contrattazioni su diverasi ATS (sistemi alternativi di trading) e mercati – gli operatori high-frequency sanno di poter innescare un flusso di ordini ad alta frequenza che immediatamente fanno muovere i prezzi di mercato a danno delle istituzioni».

 

È il trionfo delle dark pools, le “piscine oscure” non regolamentate dove ai traders è permesso di offrire prezzi senza rivelare pubblicamente le identità. C’è poi un discrimine finale che rende questi soggetti i veri regolatori del mercato. A differenza delle Borse regolamentate che hanno orari definiti per le contrattazione, ovvero apertura e chiusura, gli operatori HFT operano 24 ore su 24 e, anzi, soprattutto quando la Borsa di New York è chiusa e le azioni sono poco trattate e facilmente manipolabili. Il mercato “normale” va su e giù ma, a dispetto del possibile deteriorarsi della condizioni economiche, chi opera in HFT determina la reale direzione del mercato, spesso senza ragioni tecniche e a dispetto dei fondamentali.

 

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Insomma, questo HFT non ha nulla che fare con la richiesta di azioni della ditta x o y o con i cosiddetti “green shots”, semplicemente perpetua a livello di alta frequenza, uno schema Ponzi identico al caso Madoff, solo su larga scala e senza possibilità di scoprire alcunché. Che fare, quindi? Certo proibire i “flash trades” sarebbe un buon inizio, ma lo andate a dire voi a Goldman Sachs che deve smettere di guadagnare milioni e milioni di dollari al giorno grazie alla divisione HFT? Pensate che i rimbrotti nemmeno troppo severi della Sec porteranno Senato e House of Representatives a colpire i profitti di un totem, politico oltre che economico, come Goldman e soci? Alla fine, il problema sarebbe risolvibile agendo alla fonte, ovvero il meccanismo di prezzatura.

 

Bandendo l’HFT e installando l’originario programma VST di Max Keiser in tutte le Borse, il mercato dei prezzi verrebbe stabilito automaticamente, evitando così manipolazioni umane o del computer. Si potrebbe, visto che gli azionisti dell’ex ditta di Max Keiser avrebbero diritto di fare appello legale per riottenere il programma dalla Cantor Fitzgerald, visto che l’accordo tra le parti non ha mai avuto corso e gli investitori della HSX Holdings non hanno ricevuto un solo centesimo per la vendita. Peccato che questo appello legale non potrà mai essere presentato, visto che – colmo delle combinazioni e della sfortuna – il documento che provava come il programma fosse stato inviato agli uffici della Cantor Fitzgerald nel World Trade Center, è andato distrutto negli attentati dell’11 settembre 2001…

 

P.S. Vi chiederete, forse, perché nutro tanto interesse per l’High frequency trading? È presto detto, il suo peso sul mercato è ormai preponderante e quindi ritengo che vada conosciuto, almeno da chi si occupa di finanza sia per lavoro che per mero interesse personale. Per combattere il nemico, devi conoscerlo. Ma, soprattutto, per il fatto che mentre negli Usa si discute al riguardo, anche con toni molto critici e proposte di nuova regolamentazione, il gruppo London Stock Exchange (LSE) insieme alla sua controllata Borsa Italiana ha acquistato la piattaforma HFT Millennium IT da un’azienda dello Sri Lanka, programma destinato a divenire operativo a Londra a dicembre e a Milano, sulla parte azionaria, nell’aprile 2011.

 

Insomma, anche in Europa si apre al rischio dell’alta frequenza e al “mercato manipolato”, in ossequio al risparmio sui costi (ben 11,4 milioni di euro, accidenti!) e all’aumento delle operazioni (e quindi delle commissioni correlate). Ma, soprattutto, in ossequio al fatto che quest’anno il bonus per i manager del gruppo LSE è stato vincolato proprio all’esecuzione del cambio di tecnologia. Ma guarda un po’ che coincidenza. L’ennesima. A nostro danno. Ora, se volete, continuate pure a credere ai mercati e a ritenere i rialzi artificiali dei segnali di ripresa e buona salute dell’economia.

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