FINANZA/ 1. I nuovi dati che mettono a rischio l’Irlanda (e l’Europa)

- Mauro Bottarelli

Le ultime notizie che arrivano dall’Irlanda non sono delle migliori. MAURO BOTTARELLI ci spiega come sta evolvendo la situazione

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Foto Ansa

È difficile scrivere il pezzo di oggi. La cronaca, infatti, ci parla del Fondo Monetario che mette nel mirino il debito italiano e contestualmente pone l’accento sul rischio che sottende la guerra valutaria attualmente in atto. Peccato, lo abbiamo scritto due settimane fa quando Dominque Strauss-Kahn dispensava ottimismo a piene mani.

 

Che altro, poi? Il buon Giulio Tremonti si è accorto del rischio di deterioramento della situazione economica a causa delle condizioni in cui versano «paesi posizionati sull’Atlantico», ovvero Portogallo e Irlanda. Ancora una volta, è un mese almeno che mettiamo sul chi va là gli ottimisti a oltranza. C’è altro? Le banche europee necessitano di una seria iniezione di capitale visto che arriveranno a maturazione nei prossimi due anni, stando alle stime del Fmi, debiti per 4mila miliardi, il 40% dei quali riguardano gli istituti continentali. Ma guarda, è dalla pubblicazione di quella pantomima che sono stati gli stress tests che lo diciamo: bontà sua, anche il Fondo monetario ora sembra voler aprire gli occhi. Speriamo non sia tardi.

Ma al netto dei timori del nostro ministro delle Finanze, qual è lo stato di salute dell’Irlanda? Non dei migliori, ovviamente. Ma ieri un dato in più è intervenuto a creare il timore reale di un default prossimo futuro: per Danny McCoy, capo della Confindustria irlandese, infatti «l’Irlanda deve onorare i suoi debiti se ne è in grado. La nazione, infatti, ha creato un sistema vitale prendendo capitale dalla gente e gestendolo e non ci si crea certo una bella reputazione se si dà vita a default anche parziali».

Già, anche perché il settore finanziario pesa per il 10% del Pil irlandese, con giganti come Merrill Lynch e Citigroup che operano dalla “canary Dwarf” di Dublino. Di più, gli investimenti esteri sono anche vitali per l’industria manifatturiera nazionale, dai computer ai farmaceutici. Ma perché questo intervento della Confindustria? Semplice, il governo di Dublino sta pensando seriamente a un piano di haircut sul debito subordinato di Anglo Irish Bank e Nationwide Building Society, decisione che ha fatto andare su tutte le furie i molti investitori stranieri, tra cui il magnate russo e presidente del Chelsea, Roman Abramovich, a rischio di perdite con il suo fondo Millhouse: l’oligarca non è andato per il sottile, minacciando azioni legali e parlando chiaramente di una «devastante perdita di credibilità per il paese a causa delle perdite arrecate ai creditori».

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Anche perché le garanzie riguardanti Millhouse, ironia della sorte, sono state estese solo il mese scorso, ovvero in piena crisi. Si chiama “burden sarin”, ovvero una condivisione delle perdite fortemente voluta dal ministro delle Finanze, Brian Lehinan, secondo cui i detentori junior di obbligazioni «dovrebbero offrire un pesante contributo per venire incontro ai costi di un salvataggio pubblico». La tigre celtica, con la sua fiscalità al 12,5% per il settore corporate, vira giocoforza verso lo statalismo giacobino: mentre i detentori di obbligazioni senior sono sacrosanti, gli altri devono pagare il conto dell’extra rischio che si prende per ottenere extra-rendimenti.

 

Il problema per gli hedge funds è che se decidessero, per rappresaglia, di mettere in ginocchio l’Irlanda, l’Ue indubbiamente reagirebbe, anche se i costi del salvataggio statale delle banche – oltre 40 miliardi di euro – è ricaduto in pieno solo spalle di due milioni di persone che compongono la forza lavoro irlandese, 20mila euro pro capite. A porre ulteriore pressione, ci si è messa ieri anche Moody’s che ha chiesto al governo irlandese un “piano credibile” per portare il deficit di budget sotto il 3% del Pil entro il 2014, minacciando un caso contrario un altro downgrade: stranamente, questo appunto non ha avuto alcun impatto sui mercati. Come mai? Perché analisti e investitori, oggi come oggi, se ne fregano dei rating e guardano invece all’ipotesi prima discussa, ovvero il fatto che i fondi pur di non andare incontro a perdite siano pronti ad affondare il colpo finale contro l’Irlanda attraverso i cds sulle subordinated notes di Anglo Irish bank, il cui costo è raddoppiato dal 1° settembre.

 

Per Michael Hampden-Turner di Citigroup a Londra, «è quasi garantito che ci sarà un evento di default che causerà l’attivazione della clausola dei contratti cds, quindi è pressoché certo che i detentori junior di obbligazioni non saranno pagati». Ci sono 674 contratti cds in assicurazione di 390 milioni di dollari di debito junior e subordinato di Anglo Irish bank, stando ai dati della Depository Trust & Clearing Corporation: attualmente per assicurare a cinque anni 10 milioni di obbligazioni junior della banca occorre pagare 5,2 milioni in anticipo e 500mila euro l’anno, dato che implica l’82% di possibilità di default stando ai calcoli forniti da CMA Datavision.

 

I cds pagano al compratore il valore facciale in cambio per la security sottostante o il contante equivalente quando un creditore fallisce nel suo obbligo di aderire agli accordi sul debito contratto. L’Irlanda, a oggi, sta pensando a un’opzione che comporterebbe la richiesta agli investitori di vendere le loro obbligazioni a un prezzo molto scontato, stando almeno alle indiscrezioni rilanciate da Michael Torpey, capo del settore banking alla National Treasury management Agency.

 

Ma il problema appare più generale, visto che i cds sul debito sovrano irlandese sono saliti del 115% dall’inizio si agosto, arrivando a 427 punti base: l’extra-remdimento che gli investitori chiedono per detenere obbligazioni di Dublino a 10 anni rispetto al benchmark del Bund tedesco ha toccato il record del 4,54% il 29 settembre scorso, mentre ieri era a quota 4,12% stando ai dati di Bloomberg: il fatto che il pacchetto di salvataggio di Anglo Irish bank costerà a ogni uomo, donna e bambino d’Irlanda circa 7500 euro a testa, pesa. E molto.

 

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D’altronde, la Tier 2 floating-rate della banca al 2016 è crollata del 23% sull’euro, in calo dal massimo del 42,75% di maggio: in caso di default, le Tier 2 notes hanno ranking superiore al debito Tier 1. Quindi, se il governo irlandese fallirà nel ripagare le junior notes di Anglo Irish bank, gli investitori potrebbero chiedere in massa alla International Swaps and Derivatives Association di New York, che amministra il mercato dei cds, di dichiarare un evento di default che faccia scattare il pagamento della clausola.

 

Scatterà la clausola? Se sì, l’Irlanda è spacciata. Se no, per interventi esterni, la credibilità del mercato crollerà portando con sé pericolosissimi sell-off: nessuno si fiderà più di contratti di protezione che, di fatto, non proteggono pur costando molto cari. Certo, ci sarà la corsa alle obbligazioni, ma un evento di default a quanto porterebbe l’extra-yield sul Bund? Una cifra che nessun governo sarebbe in grado di rimborsare staccando cedole, visto che ogni asta si tradurrebbe in un’orgia di nuovo debito pubblico.

 

Come anticipato tempo fa, ottobre ci dirà la verità sulla crisi del debito sovrano in Europa. Siamo davvero a un bivio storico: il fatto che anche Giulio Tremonti se ne sia accorto certifica l’unicità del momento.

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